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venerdì, 28 novembre 2008

Opportunità troppo spesso sprecate - http://www.ilsole24ore.com/ - di Pietro Antonio Valentino

I potenziali consumatori di servizi internet per motivi di cultura e turismo sono, nella sola Unione Europea, ormai prossimi ai 700 milioni di unità annue; il solo mercato nazionale dell'e-content ha raggiunto i 5 miliardi di euro di valore; la rivoluzione informatica, e in particolare quella del web, si rinnova costantemente. In questo panorama, l'Italia registra un forte ritardo in investimenti, innovazione e incentivazione all'uso delle nuove tecnologie, che si ripercuote gravemente sul nostro posizionamento internazionale in termini di sviluppo sociale ed economico. Dare impulso al binomio Cultura-Tecnologia significa trovare nuovi canali per fare impresa e dare impulso a una nuova economia. Recuperare il digital divide vuol dire creare nuova ricchezza, far crescere l'occupazione, e rimettere il nostro Paese in corsa con il resto d'Europa.
Mossa da queste convinzioni, l'Associazione Civita ha dedicato il suo ottavo Rapporto allo scambio tra internet e tecnologie dell'informazione da un lato e cultura dall'altro. In questo ambito il Centro Studi di Civita ha realizzato una ricerca, coordinata dal suo responsabile, Massimo Misiti, sull'offerta dei siti web dei musei e sul grado di apprezzamento. Complessivamente sono stati esaminati 110 musei italiani e altrettanti stranieri e sono state effettuate, in collaborazione con Unicab, mille interviste a un campione significativo di navigatori italiani.
L'indagine ha evidenziato che i visitatori italiani dei siti web sono 6 milioni e mezzo. In effetti, coloro che visitano virtualmente un museo sono un numero molto più alto di quelli che lo fanno realmente. In questi dieci anni il rapporto tra web e musei si è profondamente trasformato. I musei con una presenza web sono più che triplicati. Oggi i musei con un sito sono il 51,9% contro il 15% stimato nel 1998. Il 17,3% ha un dominio proprio.
Complessivamente l'analisi dimostra che nell'ultimo decennio sono stati fatti passi avanti. In particolare c'è una buona attenzione alla gestione dei contenuti, e in particolare alla presentazione delle opere e dei reperti conservati nei musei, oltre a una descrizione curata degli edifici che li ospitano. Il limite che semmai si avverte è che l'approccio ai contenuti è analogo a quello che si avrebbe nella predisposizione di un catalogo o di un testo su supporto cartaceo. La costruzione di relazioni tra gli oggetti, gli autori, la collocazione nel tempo e sul territorio non sono mai sviluppate con tutte le potenzialità offerte dalle tecnologie.
Eppure le nuove tecnologie offrono la possibilità di costruire nessi e legami tra informazioni diverse, di superare la dimensione e la fissità dell'oggetto esposto. Non si tratta di virtualizzare il museo, ma di utilizzare le tecnologie per un salto di qualità nelle informazioni, in modo da proporre una contestualizzazione nel tempo e nello spazio degli oggetti, che mostri la documentazione sulla tecnica di esecuzione o sui lavori di restauro, le informazioni sugli autori e quelle sul contesto in cui l'opera si realizza, le relazioni con altri oggetti e altri autori e così via. Un approccio che modifichi il modo stesso di avvicinarsi alla cultura, che solleciti la crescita di curiosità e conoscenza.
Rispetto ai musei stranieri, c'è una minore attenzione alla trasparenza e al visitatore e ci si preoccupa poco di soddisfarne le esigenze e di conoscerne le aspettative. I servizi sia per il pubblico generico che per gli specialisti sono piuttosto trascurati. Per un Paese caratterizzato da una forte attrattività turistica, un elemento di fragilità è rappresentato dalla scarsa attenzione al multilinguismo: talvolta persino in musei di fama internazionale manca la traduzione almeno in inglese.
L'offerta didattica, che spesso nel museo è ricca e qualificata, viene esclusivamente presentata e non favorisce l'interazione con gli utenti (non è quasi mai possibile scaricare materiali didattici, testi e altro per l'attività educativa esterna al museo) come invece accade in molti musei stranieri. A differenza di molti casi internazionali, anche le aree dedicate al merchandising da noi sono trascurate. Resta, quindi, molto da fare per migliorare.
Le domande sottoposte al campione hanno permesso di ottenere alcune indicazioni interessanti che rappresentano un unicum sullo scenario della ricerca in questo settore. Gli utilizzatori di internet che accedono ai siti museali sono il 35,1% del totale, in prevalenza maschi, con il 67% circa tra 25 e 64 anni e solo l'11% tra 15 e 24 anni. Le motivazioni prevalenti che spingono a visitare i musei sono curiosità (82%), informazione (60%), studio (25%). Il giudizio sui siti web dei musei è generalmente positivo. C'è ancora molta strada da fare. Purtroppo uno dei punti critici è rappresentato dalla scarsità delle risorse. Da un'intervista effettuata sui musei oggetto dell'indagine, tra quelli che hanno risposto alla domanda, emerge che la spesa per la manutenzione e lo sviluppo del sito web del museo non supera i 2.000 euro l'anno, tranne qualche eccezione. Senza una politica di investimenti in questo settore a prevalente carattere pubblico rischiamo di perdere terreno, con ripercussioni significative sia per le innovazioni tecnologiche che per la competitività turistica. Come la ricerca ha messo in evidenza, l'offerta culturale rappresenta uno degli elementi portanti della proposta dei siti web di promozione turistica, in particolare delle grandi città d'arte. Potenziare gli investimenti nel settore della promozione culturale è un modo per rilanciare un settore fondamentale, quello del turismo, ma anche per fornire nuovi contenuti alle imprese che operano nell'innovazione tecnologica, dove la cultura trova infinite possibilità di applicazione.
  CONTINUA ...»

postato da: oscarboscaro alle ore 20:32 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: social prosumer
giovedì, 27 novembre 2008

Uova da galline in gabbia rivendute come "bio"

VIRGILIO NOTIZIE

26 NOVEMBRE 2008

 

Germania/ Peta: uova da galline in gabbia rivendute come "bio"

Associazione denuncia azienda in Brandeburgo per truffa

 

Berlino - Secondo l'associazione animalista Peta, in Germania ogni giorno circa 300.000 uova provenienti da galline in gabbia vengono rivendute nei supermercati come "biologiche" o come ottenute da animali in libertà. La sezione tedesca dell'organizzazione ha diffuso oggi un video che dimostra come un'azienda del Brandeburgo tenga gli animali in gabbia (in condizioni "catastrofiche", si legge in una nota); in seguito le uova vengono rietichettate come "bio" (per biologico) o "Freiland" (il marchio che individua le uova prodotte da galline tenute all'aperto). Le uova finiscono poi sugli scaffali di quattro grosse catene di supermercati tedesche, dove vengono rivendute a prezzo maggiorato. Secondo Peta, anche un produttore di alimenti per bambini riceve le false uova biologiche. L'associazione stima in 10 milioni di euro il danno economico complessivo. Peta ha denunciato per truffa sia l'azienda del Brandeburgo che una fattoria specializzata nell'agricoltura biologica, responsabile per la rietichettatura delle uova.


Ricordo a tutti, come leggere le etichette sulle uova:




Il primo numero in etichetta indica il tipo di allevamento: 0 corrisponde all’allevamento biologico, 1 quello all’aperto, 2 a terra, 3 in batteria. Lo 0 del biologico indica sia l’alimentazione della gallina che lo spazio (tanto!) che essa ha a disposizione per razzolare.

… “All’aperto con sistema estensivo” : 1 gallina per 10 metri quadrati di terreno all’aperto con vegetazione
… “All’aperto”: 1 gallina per 2,5 metri quadrati di terreno all’aperto con vegetazione
… “A terra”: 7 galline per 1 metro quadrato con terreno coperto di paglia o sabbia, ecc.
… “In voliera”: 25 galline per 1 metro quadrato con posatoi che offrono almeno 15 cm per gallina

Nel 2005 il 96,4% delle uova in commercio in Italia veniva da allevamenti in batteria, il 2,4% da allevamenti a terra, lo 0,7% era bio, lo 0,5% allevato a terra. Nel resto d’Europa va un pochino meglio, l’87% delle galline ovaiole vive in batteria.

Le uova scadono 28 giorni dopo la deposizione. Sulla confezione troverete solo la data di scadenza, per cui potete risalire alla deposizione sottraendo un mese scarso. Il periodo durante il quale le uova restano “Extra fresche” è di nove giorni dalla deposizione e sette dalla data di imballaggio.

- Come si verifica se un uovo è fresco -
Le uova fresche (da bere) se immerse in un bicchiere di acqua salata (con almeno 25 gr di sale da cucina) si adagiano sul fondo. Un uovo che abbia dai 2 ai 20 giorni si posiziona a diverse altezze nel bicchiere, un uovo vecchio (da buttare) galleggia in superficie, sporgendo dall’acqua.



postato da: Mygreatlife alle ore 12:33 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: animali, truffe, trasparenza
mercoledì, 26 novembre 2008

Regole sulla pubblicità per essere certi sui cibi

Curarsi mangiando? Un sogno, almeno fino a qualche anno fa. Poi sono comparsi gli studi su alimenti che promettono di aiutare la salute, regolarizzando la funzione intestinale, aiutando a ridurre il colesterolo, favorendo la prevenzione delle infezioni. Ma si può davvero credere a queste cose? Nel prossimo futuro – a partire dal 2010 - probabilmente i consumatori avranno un’arma in più per sapere se davvero quanto stanno assumendo. «Il legislatore europeo ad introdurre nel 2006 una serie di specifiche norme che stabiliscono i criteri per decidere se un alimento può o meno dichiarare una relazione tra il suo consumo e la salute – spiega Lorenzo Morelli, Ordinario di Biologia dei microrganismi, presso la Facoltà di Agraria dell’Università Cattolica di Piacenza -.

Il regolamento è stato pensato per tutelare i consumatori, visto l’altissimo numero di prodotti ormai disponibili sul mercato, dai molteplici e/o presunti effetti sulla salute. Inoltre, sempre secondo questa norma, alcuni specifici alimenti non sono autorizzati a sottomettere la richiesta per ottenere l’indicazione salutistica, come ad esempio le bevande alcoliche che contengano una quantità più dell’1,2 per cento di alcol, gli alimenti troppo grassi o troppo calorici. Questo regolamento vedrà il suo coronamento nel gennaio 2010, quando gli alimenti, che hanno presentato la domanda e che hanno ricevuto una specifica autorizzazione sulla base di un dossier scientificoclinico, potranno comunicare al consumatore i propri effetti benefici sulla salute legati al loro consumo».

Sotto l’aspetto pratico, ciò significa che i ricercatori per la prima volta sono chiamati ad affiancare l’industria alimentare, non solo per sviluppare prodotti nuovi, ma anche e soprattutto per validarne gli effetti sulla salute. E per alcuni cibi si prospetta un futuro molto simile a quello dei farmaci, proprio perché prometteranno di avere effetti sul benessere dell’individuo. «Quando un’industria farmaceutica richiede la registrazione di un farmaco deve presentare un dossier che contiene tutte le informazioni sul farmaco - fa sapere Morelli -. Anche le industrie alimentari sono chiamate a presentare un dossier molto simile a quello del farmaco, per dimostrare la fondatezza scientifica delle proprie affermazioni e per ottenere l’autorizzazione alla comunicazione».

La pubblicità, quindi, non potrà più mentire. Anche quando promette salute. «Attualmente quattromila claims (cioè messaggi) derivanti da circa 40.000 presenti sul mercato sono oggetto di ulteriore valutazione a Parma, presso l’Autorità Europea sulla Sicurezza Alimentare (Efsa) – conclude Morelli -. Nel gennaio 2010 verrà pubblicata la lista dei claims ammessi e, a partire da quella data, solo questi saranno comunicabili». A tutto vantaggio dei consumatori.

da IlSecoloXIX


Le Coop fanno promozione insegnando risparmio energetico

Coop si tinge di verde. Dopo "Coop for Kyoto", un progetto destinato alle aziende fornitrici della catena della grande distribuzione, che ha coinvolto 101 siti produttivi italiani per ridurre le emissioni di gas serra, adesso si parte con una campagna diretta ai consumatori. La nuova iniziativa si chiama "Risparmia le energie", un percorso annuale antisprechi di formazione e sensibilizzazione, rivolto questa volta alle famiglie.

Dai fornitori ai consumatori, dalle fabbriche alle mura di casa. All’interno della community online (www.risparmialeenergie.ecoop.it) i partecipanti, circa 1500 nuclei familiari, si scambieranno idee, consigli, affiancati da tutor ed esperti, con l’obiettivo di riuscire a ridurre il proprio impatto ambientale. Una piccola rivoluzione verde sotto il tetto di casa che prevede la collaborazione attiva dei volontari.

Le 1500 famiglie riceveranno un kit di materiali e di testi: un dossier scientifico, un manuale per il risparmio energetico, e anche 7 lampade a basso impatto e 3 riduttori di flusso. Si parte con un questionario iniziale, così da stabilire il punto zero, per poi aggiornare i trend di consumi in un diario di bordo, nel quale evidenziare le scelte e le modifiche apportate al modo di fruire l’energia. Inoltre ogni tre mesi le famiglie dovranno rispondere a un monitoraggio. Il traguardo da centrare per l’iniziativa (che ha il patrocinio di due ministeri, associazioni di consumatori e ambientaliste) è simile nella portata, anche se su scale diverse, al successo di "Coop for Kyoto", progetto triennale grazie al quale sono state risparmiate quasi 19 mila tonnellate di emissioni di Co2. Come se 1000 famiglie italiane rinunciassero all’energia elettrica per circa 12 anni. Un aiuto all’ambiente, ma anche un sollievo per il portafogli. «In una fase di carovita ha ricordato nel corso della presentazione della campagna il presidente di Ancc Coop Aldo Soldi i prezzi degli alimentari sono saliti del 5%, mentre la voce energia è cresciuta del 13%. Risparmiare sulla corrente diventa sempre più importante». (ch.b.)

da Repubblica.it


Antitrust ha sanzionato 13 società telefoniche

Antitrust ovvero l´Autorita Garante della concorrenza e del mercato ha sanzionato 13 società, tra le quali c´è Telecom Italia, CSINFO, Aurora Uno, Telegest Italia, Elsacom, Eutelia, Teleunit ed altre ancora, per aver attuato pratiche commerciali scorrette nel confronto dei loro consumatori. I consumatori di queste società telefoniche si sono ritrovate nella bolletta chiamate satellitari internazionali e chiamate ai numeri speciali non consapevolmente effettuate da pagare, le multe ammontavano a 2,430 milioni.

Le lamentele dei consumatori su chiamate satellitari internazionali e connessioni verso numeri speciali addebitati sulla loro bolletta hanno poi sprigionato le inchieste. Questo fenomeno è dovuto all´installazione automatica di dialers: un programma che viene installato ed altera i parametri della connessione ad internet impostati sul computer dell´utente che poi arriva fino alla linea telefonica e altera i numeri sostituendoli con numeri satellitari internazionali.

In oltre, Telecom Italia era a conoscenza di questo fenomeno e come soggetto responsabile della rete, avvrebbe dovuto prendere precauzioni dall´indebita intrusione di dialers. La società non ha preso le misure neccessarie e non ha nemmeno avvisato i suoi consumatori del danno commesso. Ha inoltre minacciato il ricorso all´esecuzione coattiva se gli utenti non avessero pagato la bolletta.

da Hwstation


postato da: Dilia61 alle ore 08:46 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: telefonia, truffe, consumi, buone notizie, tocchiamoli, social prosumer
martedì, 25 novembre 2008

Ma che bisogno c'è di leggi anti/salva blog?

Roma - Dopo la pubblicazione dell'articolo Cos'è un Blog, in cui commentavo aspramente tutte le varie proposte di legge esistenti sul tema "Blog e Libertà di Stampa", sono stato contattato dai promotori di una di esse e mi è stato chiesto di esprimere la mia opinione. Lo faccio qui di seguito, in modo che se ne possa discutere apertamente.

Requisiti di una Proposta di Legge
Una proposta di legge su questo tema che voglia essere degna di attenzione dovrebbe fornire gli strumenti necessari per ottenere entrambi i seguenti due effetti.

1)Garantire ai cittadini il diritto di esprimere la loro opinione (e svolgere le loro attività associative e politiche) come previsto dalla Costituzione.
2)Impedire alle aziende e ad altre organizzazioni di sfruttare questi spazi di libertà al solo scopo di sottrarsi agli obblighi di legge previsti per le attività editoriali.

Preciso subito che, personalmente, credo che la stampa non dovrebbe conoscere nessuna limitazione di nessun genere. Tuttavia, se non si prevedono dei limiti specifici per le attività professionali (giornalismo ed editoria) non ha più nessun senso discutere di questo tipo di "riforme", per cui sono costretto a partire da questi presupposti. Riprenderò questo argomento al termine di questo breve articolo.

Quello che ci interessa, per il momento, è che una legge su questo tema dovrebbe sia garantire la libertà di espressione ai privati cittadini sia impedire gli abusi da parte dei "professionisti" dell'editoria e del giornalismo. Come vedremo, quasi mai questi due punti vengono contemporaneamente garantiti dalle proposte di legge esistenti. Di conseguenza, queste proposte di legge sono quasi sempre inutili e prive di senso, prima ancora che dannose.

Editoria Cartacea ed Editoria Digitale
Molte di queste proposte di legge cadono nella tentazione di distinguere tra editoria "cartacea" ed editoria "digitale". Ovviamente, alle spalle di questo modo di separare il grano dalla pula c'è la convinzione che l'editoria "professionale" si faccia tuttora soprattutto su carta mentre sul web siano presenti più che altro dei blog di carattere personale. Non solo: dietro questo modo di pensare c'è la convinzione che le cose resteranno così ancora a lungo.

Questo però non è vero. Già adesso, quasi tutti i principali quotidiani ed i principali periodici del paese (e del mondo intero) hanno una loro versione digitale sul web. Questa versione digitale non ha nulla da invidiare a quella cartacea. Non solo: molte di queste testate stanno abbandonando la carta per ragioni di costo ed in futuro saranno disponibili solo sul web (o quasi).
Per essere più precisi, quasi tutte le testate giornalistiche, quotidiane o periodiche, tecniche o generalistiche, stanno andando verso un modello di editoria fortemente multimediale in cui la stessa notizia viene resa disponibile come "colonna" su carta, come pagina web, come video (file MPEG4 o stream), magari come podcast per non vedenti (MP3) e come "alert" via SMS.
Questa modalità di distribuzione in formati multipli, attraverso più canali paralleli, viene messa in atto già da tempo anche dalle piccole e piccolissime realtà. Un esempio eclatante è l'italianissima "Hacker Journal", che pubblica sia
un sito web che una rivista cartacea (priva di pubblicità, venduta a 2 euro nelle edicole).

Basare la distinzione tra "editoria professionale" e "hobbysmo" sul media utilizzato è del tutto fuorviante e lo sarà sempre di più in futuro.

Tra l'altro, se venisse riconosciuto uno status particolare, più libero, a coloro che operano sul web, le aziende più spregiudicate ne approfitterebbero immediatamente per buttare a mare la versione cartacea e tutti i suoi vincoli. Molti giornali fanno già adesso una fatica enorme a tenere in piedi la struttura redazionale tipica di un giornale, imposta loro dalla nostra legge, e sarebbero ben contenti di spacciarsi per un sito di comunità, libero da questi vincoli.

Verrebbe quindi meno il rispetto del punto 2 delle mie specifiche per una proposta di legge "seria": le aziende potrebbero facilmente "abusare" di una libertà che il legislatore non intendeva riconoscere loro.

Editoria Professionale ed Editoria Hobbystica
Naturalmente, ciò che interessa davvero i legislatori è distinguere tra l'attività editoriale professionale e quella hobbystica. Detto in altri termini, interessa loro distinguere tra un privato cittadino che esprime delle opinioni personali ed un giornalista che riporta delle notizie.

In quasi tutti i casi, le varie proposte di legge tentano di distinguere tra "professionismo" e "volontariato" basandosi sul fatto che esista uno "scopo di lucro" e/o una "remunerazione" dietro all'attività giornalistica ed editoriale. Se l'editore incassa dei soldi dalla pubblicità o dalla vendita in edicola, allora è editoria professionale. Se la pubblicazione non produce introiti, è volontariato. Se il giornalista viene pagato per il suo articolo, è attività professionale, diversamente è volontariato. Questo modo di distinguere i due casi, tuttavia, è palesemente inefficace.

Esistono casi famosissimi di editoria professionale che non ricavano un soldo né dalla vendita in edicola né dalla pubblicità. Uno di questi casi è
Altro Consumo che vive solo dei finanziamenti dei soci. Più in generale la stragrande maggioranza delle testate pubblicate dai partiti politici, dalle associazioni e dai sindacati, pur essendo testate giornalistiche a tutti gli effetti, non ricavano un euro dalla loro attività.

Non solo: la stragrande maggioranza dei "giornalisti" già adesso non ricava un soldo dalla propria attività. Con la crescita del fenomeno del "Citizen Journalism" e con l'aumento dell'offerta di giornalisti (anche "certificati") questa sarà sempre di più la regola. Si scrive e si pubblica soprattutto per comunicare ("per farsi conoscere e per fasi sentire"), non per soldi. I soldi, se arrivano, arrivano sempre più spesso da altre fonti.

Più in generale, l'attività editoriale sta diventando sempre di più un'attività collaterale a qualcos'altro ed è sempre meno caratterizzata dallo scopo di lucro. Per molte testate (soprattutto quelle che hanno una forte componente politica e sindacale) sarebbe forte la tentazione di rinunciare ai già magri introiti se questo permettesse loro di godere di tutta la libertà d'azione che la legge dovrebbe concedere ai privati cittadini. Una volta eliminata la struttura redazionale imposta dalla legge e tutti i suoi costi, il bilancio tornerebbe comunque in pareggio.

Dall'altro lato, è francamente assurdo classificare il blog di un privato cittadino come "testata giornalistica" solo perché ricava pochi o molti soldi dalla pubblicità (AdSense e simili). Cosa pubblica quel sito? Come ricava i propri soldi. Fa informazione? Pubblica notizie?

Stampa, Comunicazione Aziendale e Opinionistica Personale
Ovviamente, si può sempre dire: "Se la testata giornalistica è gestita da un partito politico, da un sindacato, da una associazione o da una azienda, allora è comunque una testata giornalistica ed è comunque soggetta alle regole previste per l'editoria professionale". In altri termini, tutto ciò che è gestito da una "persona giuridica" (invece che da una "persona fisica), è "editoria professionale" e tutti coloro che pubblicano attraverso queste testate sono giornalisti professionisti, non semplici cittadini.

Questo, per inciso, è proprio il modo in cui si distinguono questi due casi in molti altri paesi del mondo: è un professionista chi agisce in associazione con altre persone perché, inevitabilmente, opera per conto di altre persone o rappresenta comunque le opinioni di un gruppo. Chi pubblica qualcosa da solo, non importa come, rappresenta solo se stesso e viene trattato come privato cittadino.

Però... Una "rivista" non deve pubblicare per forza 100 articoli al mese per essere tale. Un singolo individuo può benissimo pubblicare e gestire la propria rivista personale, pubblicando un paio di brevi articoli al giorno. Paolo De Andreis ha fatto esattamente questo quando ha creato Punto Informatico. Io stesso ho fatto la stessa cosa con Oceani Digitali (ora defunta, dopo un paio d'anni di attività). Se la pubblicazione ha successo, può diventare un punto di vista autorevole su un certo tema ed i suoi articoli possono sicuramente "fare male". Il blog di Beppe Grillo ne è un esempio lampante.
Dividere il grano dalla pula diventa quindi sempre più difficile.

Libertà d'espressione di Prima e di Seconda Classe
In realtà, come dicevo all'inizio, è il concetto stesso di "editoria professionale" e di "giornalismo professionale" che non ha nessun senso. Non ha senso pretendere di imporre due diversi livelli di libertà per chi svolge una certa attività a livello professionale (qualunque cosa voglia dire) e per chi lo fa per volontariato.

Così come ha diritto di esprimere la propria opinione un privato cittadino su un blog, ha ovviamente diritto di farlo anche un giornalista professionista che riporta una notizia sul suo giornale. Semmai, il problema sarà del suo editore che dovrà decidere se gli sta bene quel comportamento o meno.

Nei paesi civili, il giornalista gode addirittura di una maggiore libertà di manovra del privato cittadino (può legittimamente nascondere le proprie fonti). In tutte le proposte di legge (ed in tutte le leggi italiane esistenti), il giornalista italiano gode invece di una minore libertà di manovra. Questo a causa di un malinteso senso di "professionalità".
In modo speculare, non si può certo pretendere di riservare ai "giornalisti professionisti" l'accesso ai mezzi di comunicazione, qualunque essi siano, e la libertà di esprimere le proprie opinioni.

Se una differenza può esistere (o deve esistere) tra giornalisti e privati cittadini, non può certamente riguardare la libertà di esprimere il proprio pensiero e di accedere ai mezzi di comunicazione (stampa, web etc.). Non possono esistere cittadini di serie A e cittadini di serie B da questo punto di vista.
Obblighi già esistenti
Si tenga presente che chiunque pubblichi (od anche solo dica a voce) qualunque cosa, da sempre e dovunque nel mondo, è tenuto ad attenersi ai seguenti cinque criteri.


1)Non deve dire cose false perché rischierebbe una denuncia per calunnia.
2)Non deve offendere nessuno perché rischierebbe una denuncia per ingiurie.
3)Non deve rivelare informazioni imbarazzanti senza che ciò sia necessario per informare correttamente il pubblico su qualcosa che riguarda la vita sociale, politica e finanziaria del paese o su qualche aspetto del mercato che riguarda il lettore. Diversamente si ricade nel reato di diffamazione.
4)Non deve rivelare informazioni personali perché rischierebbe una denuncia per violazione della privacy.
5)Non deve demolire l'immagine di una azienda o di un prodotto senza fondato motivo, diversamente rischia una denuncia per danni.

Le cosiddette "persone fisiche" (gli individui) e le cosiddette "persone giuridiche" (associazioni, partiti, sindacati, aziende e via dicendo) sono quindi già adesso più che tutelate nei confronti di ciò che può dire su di loro, in pubblico, una persona qualunque, sia essa un privato cittadino od un giornalista.

Non c'è nessuna ragione di aggiungere ancora un nuovo strato legislativo a questa già robustissima "corazza". Anzi: ci sarebbero tutte le ragioni per toglierne qualcuno.

Snellire l'Articolo 21 della Costituzione
Come abbiamo visto, le proposte di legge che sono state presentate finora (e le leggi che sono state effettivamente promulgate), non riescono a garantire contemporaneamente la libertà di espressione del privato cittadino e l'assenza di abusi da parte degli "operatori della comunicazione" professionali. I due criteri che ho citato all'inizio non vengono rispettati e quindi queste proposte di legge sono prima di tutto inutili ed inefficaci, prima ancora che dannose. Tanto varrebbe riconoscere a tutti gli stessi diritti e le stesse modalità operative, senza preoccuparsi di queste sottili (ed assurde) distinzioni tra "libertà di espressione" e "informazione".

In realtà, l'unico intervento che dovremmo augurarci su questo tema sarebbe una drastica e coraggiosa opera di snellimento e di semplificazione dell'Articolo 21 della Costituzione. Lo potete vedere nella sua forma attuale qui:
Costituzione. Alla fine, questo articolo dovrebbe recitare soltanto quanto segue:
"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure."

Punto e basta. Senza distinzioni prive di senso tra giornalisti e privati cittadini, tra libertà di espressione e informazione, tra blogging ed editoria. Senza cavilli e senza remore.
Un'altra semplificazione, necessaria e lungamente attesa, sarebbe l'abolizione dell'ordine dei giornalisti. Quello, comunque, lo sta già abolendo, di fatto, il libero mercato.

Alessandro Bottoni
Segretario Associazione Partito Pirata  da
PuntoInformatico.it


postato da: Dilia61 alle ore 08:22 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: diritti delluomo, tocchiamoli, social prosumer

Con la «bici da neve» discese mozzafiato

Chi l'ha provato non vorrebbe scendere. E i plaudenti aggettivi scivolano via che è una bellezza. Si chiama «snowcrossboard»: metà bici e metà tavola da neve. Un mezzo ibrido che permette l'ebbrezza di discese mozzafiato alle più tranquille passeggiate lassù sui monti. Il brevetto è tutto bergamasco. A inventare quello che abbreviato passa come SnowX è un appassionato 47enne di motocross di Terno d'Isola. Abbinando le evoluzioni delle due ruote con i pendii innevati delle nostre Alpi, Angelo Mattellini si è lanciato nella produzione con il fratello Danilo di un «giocattolo ammortizzato in tubolare d'acciaio» alternativo per le discese invernali. Per chi è un neofita dei panorami di Foppolo, Santa Caterina Valfurva o Cortina D'Ampezzo il mezzo permette di trascorrere giornate divertenti sulle piste da sci.


Un'invenzione che arriva alla versione definitiva dopo cinque anni di lavoro dentro un capannone in un rincorrersi di prototipi via via alleggeriti dai vari difetti che si evidenziavano sulle prove in pista. L'illuminazione arriva nel 2003. L'intuizione non era chiara come un'aurora spazzata dal vento ma già l'essenza del risultato finale Mattellini l'aveva. In pratica escogitare un qualcosa che sposasse la tecnica delle moto da cross allo snowboard. Il risultato, detto rozzamente, consiste in una tavola con sopra una sella con una sorta di manubrio che permette di sterzare. La sella è utile in caso di risalita (tra l'altro opzionale e amovibile). Si può guidare stando in piedi sulle pedane, così come avviene nella guida motociclistica fuoristrada, oppure seduti, come nel caso delle moto stradali. Tra le caratteristiche ci sono la sicurezza (piedi non bloccati in attacchi), la comodità (possibilità di usare scarponcini soft), maneggevolezza (manovre intuitive per i neofiti senza lo stress delle articolazioni).

Il prodotto (brevettato nel 2007) sarà disponibile ai primi richiedenti tra dicembre e gennaio ed è il risultato di un complesso di leve meccaniche e ammortizzatori che permette di replicare i movimenti del rider e indirizzare la tavola nella direzione voluta. L'invenzione sembra adattarsi in modo perfetto a qualsiasi terreno. Anche l'utilizzo dello SnowX in fuoripista è possibile grazie agli ammortizzatori che rendono l'esperienza (questo è il giudizio degli esperti) assolutamente nuova e indimenticabile. Un consiglio però è da ribadire per il fuoripista: chi è alle prime armi è bene che s'accompagni alla supervisione di personale esperto, e porti con sé un trasmettitore per segnalare la sua posizione nell'eventualità di valanga. Per frenare basta metterlo di traverso.
La bella notizia è che con SnowX non si hanno i piedi bloccati sull'attrezzo. I maestri di sci che l'hanno sperimentato lo caldeggiano soprattutto per gli inesperti. Quindi se siete in montagna e all'improvviso vedete sbucare da una boscaglia una compagine che serpeggia su una bici da neve non spaventatevi. Non sono extraterrestri, ma i primi che non hanno resistito all'invenzione di Mattellini.

da Eco.bg


postato da: Dilia61 alle ore 08:19 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: consumi, social prosumer
lunedì, 24 novembre 2008

Da diffondere,per favore!!!
Bimbo 17 mesi necessita sangue gruppo B positivo
per leucemia fulminante
tel:3282694447 Riccardo Capriccioli
Diffondete!!E' urgente!!
SE LA FERMI SEI UN MOSTRO SENZA CUORE!!!!
postato da: CHECCO1995 alle ore 10:18 | Permalink | commenti
categoria:bimbo 17 mesi

postato da: taanith alle ore 11:55 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
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IN MORTE DI UN CONSUMATORE


La porta chiusa, dentro gli inquirenti in bianche livree si danno un gran da  fare.

Fuori, la gente: Massimiliano? Ma quale massimiliano, mi pare Mario.

Forse… ecco si Donato.

Poveraccio. Era uno di noi: la vita spesa a fare la spesa.

Macchì, Donato, er Mollica? Porcoggiuda, era ‘n pezzo de pane.

Al terzo piano le voci si rincorrono; nello scendere sento voci salire: è morto l’acquistone, quello che comprava tutto, mi sorridono ammiccando le due bruttine stagionate dirimpettaie del cadavere.

Prendo al volo l’ammicco: “In morte di un consumatore”, mi sembra okkei per il pezzo

Davanti la guardiola una voce mi rincorre: una giornalista che vuol sapere di Donato, vero?

Si ricorda tempo fa la pubblicità alla televisione del Tizio che, uscendo dal negozio con le buste in mano, riceveva grazie da tutti quelli che passavano?

Beh, quello era lui.

Qui da noi per quel fatto aveva firmato addirittura autografi.

Gli avevano detto che quella reclame significava che se si compra si produce la ricchezza, per questo è importante.

C’aveva creduto e ne faceva una missione, come i preti.

Mi ricordo, diceva: così si fa il PIL!

E per fare ‘sto PIL tutti i giorni mi toccava portargli su, fino al pianerottolo, ‘sti pacchi di roba comprata e poi  ‘buongiorno’ e ‘buonasera’ e niente di più.

Poveraccio però!

Mi svincolo e da presso mi lascio risucchiare da un drappello di condomini sulla porta che parlottano: ‘si è suicidato’,  biascica un giovanottone di un metro e novanta.

Un inquirente la per indagare, con aria inquisitoria, si frappone ai convitati. Ficca il naso, storce la bocca, squadra pure me e : probabilmente mente!

Nel silenzio sbigottito che accompagna quella sentenza, un rumore anzi due, uno sbattere di porta; poco dopo, in fondo all’androne, la frenata dell’ascensore.

Ne esce una figura in controluce: un colonnello dei RIS.

Mi scorge, lo scorgo. Mi addita: ‘Ficcanaso, Lei vorrà sapere tutto?

Si allunga, mi prende sottobraccio camminando verso l’uscita e,

la porta era chiusa dall’interno con lucchetti e catenacci, pure le finestre sbarrate: era un timorato del prossimo. Nell’appartamento stava tutto in ordine, nella credenza cerano prodotti scaduti, i cassetti pieni di 3x2, gli armadi pieni di saldi ; dei soldi neppure la traccia. 

Al centro del soggiorno un televisore ancora acceso, nuovo di zecca, di quelli che si toccano, touch screen mi pare  

il Donato sulla poltrona, gli occhi sbarrati, le membra afflosciate; a terra 15 carte fedeltà scarabocchiate, quelle di credito sfregiate, quella revolving morsicata.

Il decesso?

Il PIL lo ha ucciso, sta scritto qua  sventoladomi sotto il naso un  ritaglio di giornale bagnato e spiegazzato:  PER 1 $ DI PIL MONDIALE 3,7 DI DEBITO.

Ha tentato di ingoiarlo, ne è rimasto soffocato.

Si svincola: tanto le dovevo per debito d’ufficio.

Mi saluta ed esce proprio mentre il portiere semichiude il portone per comunicare il lutto a passanti, in tutt’altre faccende affaccendati.

 

Mauro Artibani

www.professionalconsumer.splinder.com

www.professioneconsumatore.org

 

 


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domenica, 23 novembre 2008

Un’invenzione dell’800 per l’energia del 2008 - http://www.rinnovabili.it/

Produrre idrogeno a basso costo. Come? Con dispositivo messo a punto quasi due secoli fa dal fisico italiano Giuseppe Botto.

Arruolare vecchie invenzioni nell’attuale battaglia ai cambiamenti climatici: è successo solo qualche mese fa con l’eco frigo progettato da Einstein e capita ora con un dispositivo inventato nel lontano 1833 da Giuseppe Botto. Un team di ricercatori dell’Università degli Studi di Salerno ha “rispolverato” il dispositivo per la produzione di idrogeno creato dal fisico italiano ben 175 anni fa, per renderlo una soluzione compatibile con l’odierno problema energetico. L’invenzione originale di Botto consisteva in una catena di fili in platino e ferro arrotolati intorno ad un supporto di legno; una volta posta sopra una fiamma, la termocoppia – costituita dai due metalli – genera corrente elettrica, impiegata a sua volta per l’elettrolisi delle molecole d’acqua. Ecco ottenuto l’idrogeno. In realtà l’intenzione originale dello scienziato era solo quella di dimostrare la produzione di elettricità attraverso una termocoppia metallica, non essendo ovviamente pronti, a quei tempi, a parlare di tecnologia dell’idrogeno. La convinzione alla base del lavoro salernitano è che questo dispositivo si possa invece dimostrare utilissimo nell’attuale ricerca della sostenibilità energetica. Il team universitario, guidato dal professor Roberto De Luca, ha così introdotto alcuni accorgimenti moderni: la sostituzione dei filamenti di platino e ferro con semiconduttori termoelettrici come il rame, decisamente più a buon mercato, e dei collettori solari parabolici al posto dell’originario bruciatore ad alcool. Inoltre per creare una maggiore differenza di temperatura tra il lato riscaldato del tubo e il lato freddo, un sistema di raffreddamento ad acqua. “Riteniamo che questa idea potrebbe essere utilizzata per la produzione di gas idrogeno direttamente dall’energia solare, attraverso l’elettrolisi” spiega De Luca. “Tuttavia, al giorno d’oggi, non si utilizzerebbero termocoppie, come nell’esperimento di Botto, ma si potrebbe, in modo più efficiente impiegare semiconduttori termoelettrici per ottenere una potenza di uscita più elevata”. I ricercatori ritengono che, nonostante la potenza elettrica di uscita per il dispositivo sperimentale sia solo di 20 mW, essa possa generare abbastanza corrente per la produzione di gas mediante elettrolisi dell’acqua, aprendo così una strada ad una tecnica economica che esula dalle avanzate modalità industriali, affidandosi a semplici componenti “fai-da-te”.


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l’Ecodieta per risparmiare in casa

Ogni gesto quotidiano comporta il dispendio di una certa quantità di energia, perciò anche cambiare una sola delle nostre piccole abitudini di tutti i giorni, ci può aiutare a risparmiare energia e soldi. Il sito internet Ecodieta.it cerca di far capire ai consumatori quanto e come si può risparmiare negli ambienti domestici. Una guida interattiva ci mostra le varie stanze della casa, dal bagno, alla cucina, fino alla camera da letto. In ognuna sono evidenziati degli oggetti e delle azioni possibili, per esempio il termosifone, il caricabatterie del computer portatile o la possibilità di tenere aperta l’acqua quando ci si rade la barba. Indicando il tempo d’uso di ogni oggetto o le azioni che ripetiamo ogni giorno, possiamo rapidamente calcolare quanta energia spendiamo. L’obiettivo del "gioco" informativo è imparare a ridurre le emissioni di anidride carbonica con un conseguente risparmio sulle bollette di casa.

da intrage.it

www.ecodieta.it


La scoperta della sussidiarietà laterale

Le esternalizzazioni che farebbero funzionare l'Italia
Pubblico o privato? Statale o sociale? Monopolio o concorrenza? Privilegi o merito?
 
L’apertura al privato è il grimaldello non solo per rifondare lo Stato, ma anche per ricostruire un serio rapporto tra Stato, cittadini e imprese. Un rapporto più che mai sfilacciato, man mano che lo Stato dimostra scarso senso dei cittadini e questi di conseguenza dimostrano minor senso dello Stato e senso civico.
 
Eppure, a seguito della introduzione di una prima forma di federalismo nella nostra Costituzione, è entrato nell’ordinamento un principio che potrebbe e dovrebbe essere la chiave di volta rispetto all’attuale stretta dicotomia che riduce il dualismo pubblico-privato al dualismo statale-privato: il principio di sussidiarietà.
 
Stato, Regioni, Citta metropolitane, Province e Comuni, favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento delle attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”, recita l’ultimo comma del nuovo articolo 118 della Costituzione.
Si racchiude in questa norma quella che viene definita la sussidiarietà orizzontale. Quella verticale è stata avviata con la riforma del Titolo V della Costituzione (in cui è appunto ricompreso il nuovo articolo 118), con il trasferimento, in qualche caso un poco confusionale, di funzioni alle regioni e agli enti locali. Molto meno è stata invece incentivata l’applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale. Quello secondo cui spettano ai pubblici poteri, a partire dagli enti più vicini ai cittadini (i comuni), solo le funzioni che i privati, in forma singola, associata, cooperativa, di volontariato non possono esercitare meglio. Si tratta, per una parte molto significativa, di funzioni oggettivamente pubbliche, che non necessariamente debbono essere esercitate da soggetti pubblici. Si pensi per tutti alla inflazione di municipalizzate (con il codazzo di migliaia di consiglieri di amministrazione) che sono soggetti sostanzialmente pubblici, nonostante il “belletto”, in vari casi, della forma della società per azioni. Siamo pertanto ancora in presenza, tanto al vertice quanto in periferia, di una sorta di “statalismo pervadente e invasivo”, basato in larga parte sull’assunto che la larghissima parte delle attività di interesse pubblico debbano essere gestite in forma “statale” o “municipale”. Questo genera una pesante “pressione burocratica”, non meno opprimente e disincentivante per i cittadini e per gli operatori della pressione fiscale.
 
Fortunatamente in vari settori, specie nelle regioni del Centro Nord, si sono liberate iniziative della società civile, vuoi promosse dalle varie associazioni cooperative o imprenditoriali, vuoi da soggetti di volontariato e del terzo settore, vuoi da imprese tradizionali, che di fatto traducono spontaneamente il principio di sussidiarietà e, per fortuna, esercitano legittime pressioni aprendo dei varchi significativi sui vari moloch pubblici. E si tratta, in molti casi, di soggetti non certo pubblici, che si occupano però del bene pubblico e dei beni comuni, nella sanità come nei servizi sociali, come nei servizi alla persona in genere, nei servizi alle imprese, nell’istruzione come in varie altre attività economiche e sociali.
 
Peccato però che mediamente gli enti statali e territoriali, in questi anni abbiano fatto ben poco per liberarsi da pesi e zavorre, esternalizzare funzioni e incentivare una vera sussidiarietà, un principio su cui, fra l’altro, dovrebbe basarsi, secondo i Trattati, la Costruzione Europea.
 
Le esternalizzazioni all’italiana.
E’ questa una sfida da lanciare e possibilmente da cogliere, per abbattere monopoli ed oligopoli, favorendo quella seria concorrenza che, con la sua gemella siamese meritocrazia, dovrebbe generare lo slancio vitale per superare i vari statalismi e corporativismi che asfissiano la società italiana.
E’ questa la via per mettere a dieta lo Stato. Avviare una vera e propria cura dimagrante. Si parla tanto di federalismo fiscale, ma mi sembra che per ora non si ponga sufficientemente l’accento su quel dividendo che la  “cura federalista” può generare a vantaggio della finanza pubblica e delle tasche dei cittadini e degli operatori. Non sarebbe male cogliere l’occasione dell’avvio di un processo federalista per aggredire un problema che anche esso fa parte di quella sussidiarietà orizzontale che è la gemella siamese della sussidiarietà verticale in cui si concreta il federalismo. Si tratta delle esternalizzazioni: una versione che potrei definire “sussidiarietà laterale”. Una parola difficile da pronunciare, ma che sarebbe il caso, finalmente, di declinare, spiegandola con chiarezza agli italiani.         
 
In un mio libro recente (Chi è Stato? Gli uomini che fanno funzionare l’Italia, Rubbettino) Antonio Catricalà, che è uno dei pochi servitori dello Stato che se ne intendono anche di settore privato e (come oggi è palese a tutti, essendo lui il Garante del mercato) anche di concorrenza, ricorda la sua fatica di Sisifo quando era Segretario generale di Palazzo Chigi. Nella consapevolezza che le attività di automantenimento, quello che viene definito il back office, pesano nel settore pubblico mediamente per il 35 – 40 per cento (a fronte di un 15 – 20 per cento nelle imprese private), aveva varato, fino alla aggiudicazione conclusiva dell’asta pubblica, un progetto di esternalizzazione nel corpaccione amministrativo della Presidenza del Consiglio.
 
Non si sa come e perché, ma il progetto si è poi di fatto bloccato.
 
A questo punto la questione è semplice. Se, soprattutto negli ultimi trenta anni, le aziende private non si fossero concentrate nel core business, procedendo ad esternalizzazioni di tante funzioni non indispensabili, in buona parte sarebbero fallite.
 
Ora, può sopravvivere una amministrazione pubblica le cui attività, invece di essere finalizzate ad erogare servizi ai cittadini e agli operatori, sono per il 40 per cento destinate all’automantenimento? E’ questo lo spazio in cui necessariamente si dovranno inserire, superando i veto – player sindacali e le visioni vetuste di molti dirigenti pubblici, le esternalizzazioni.
 
L’incentivo e l’accelerazione degli sparuti processi di esternalizzazione avviati nel corpaccione del nostro settore pubblico, sono dunque bloccati soprattutto dai sindacati della funzione pubblica che, anche a fronte di recenti tentativi del Ministro Brunetta, hanno scatenato un fuoco di sbarramento, in quanto, tanto miopi quanto poco presbiti, hanno sempre visto come il fumo negli occhi le esternalizzazioni.  
 
Eppure – come già ho osservato - la società italiana brulica di aziende, cooperative, soggetti di volontariato e del terzo settore pronti in molti ambiti ad assumersi in proprio, a costi minori e con servizi migliori, varie tipologie delle attività di automantenimento e di altro genere di attività che non rientrano nel core business di enti e amministrazioni pubbliche.
 
Pesano però su di essa – vale la pena ribadirlo - una pressione fiscale che arriva a circa il 43 per cento del prodotto interno lordo e una pressione burocratica non meno opprimente, che irretiscono la vitalità spontanea e le chances imprenditive, in un paese che pur proprio su queste risorse, ha fatto e fa leva ai fini dello sviluppo.
 
Senza una seria cura dimagrante, per la quale si potrebbe cogliere l’opportuna “finestra” del federalismo fiscale, il rischio è che tocchi invece alle imprese mettersi a dieta, tagliando i costi a partire dal personale.   
 
 Sarebbe un poco come se in una famiglia venisse messa a dieta una moglie agile, veloce e snella invece che un marito molliccio, lardoso e che tende ad opprimere troppo i figli.

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FIPE: BLOCCO DEI LISTINI E PROMOZIONI AL BAR

Stop al carovita. Il tentativo è dei baristi iscritti a Fipe, la federazione leader del settore, con la campagna “Un prezzo da amico”. Si tratta del blocco dell’intero listino a partire dal 1 novembre prossimo. Facendo leva sul fattore prezzo e avviando nel contempo altre iniziative promozionali, il canale bar vuole facilitare il rilancio dei consumi.

I bar Fipe aderenti alla campagna saranno riconoscibili attraverso locandine, vetrofanie e adesivi (www.fipe.it). I consumatori avranno di che sbizzarrirsi fra un bar e l’altro per trovare le offerte a loro più gradite e adatte al momento e commentarle sul blog.

postato da: Dilia61 alle ore 10:22 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
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LE "REGOLE D'ORO" IN UNA GUIDA

Su direttiva dell'Unione Europea, i ministeri dello Sviluppo Economico, dei Trasporti e dell'Ambiente hanno messo a punto una guida per gli automobilisti: una lunga serie di accorgimenti e di consigli mirati a ridurre consumi ed emissioni di CO2. Rispetto ambientale, quindi, ma anche (di conseguenza) un risparmio per le tasche degli italiani, in cima alla classifica mondiale per numero di auto private pro-capite.

La guida, che riporta i dati dei consumi nei cicli urbano, extraurbano e misto e delle emissioni di tutti i modelli sul mercato al 31 marzo 2008, sarà diffusa in 35 mila copie attraverso concessionari, camere di Commercio, enti ed operatori del settore.

Si va dal classico evitare accelerazioni, frenate brusche e inutili cambi di marcia al prestare attenzione regolarmente ad alcuni aspetti della manuntezione, come cambio olio e pressione delle gomme. Inoltre, sarebbe opportuno rimuovere portasci e portapacchi dopo l'uso, non viaggiare con i finestrini aperti e utilizzare i dispositivi elettrici soltanto il tempo necessario. Niente di nuovo, dunque. Ma, come si dice, "repetita iuvant".

La guida è scaricabile anche sul sito del ministero per lo
Sviluppo economico.

da Quattroruote.it


sabato, 22 novembre 2008

Energia: più garanzie e nuovi rimborsi automatici per reclami ed errori di fatturazione

Regole più stringenti per assicurare la massima tempestività nella gestione dei reclami e nella rettifica di ogni eventuale errore di fatturazione, prevedendo anche indennizzi automatici a favore dei consumatori in caso di violazione delle nuove norme. Sono alcune delle principali novità del Testo integrato della regolazione della qualità dei servizi di vendita (TIQV) emanato dall’Autorità per l’energia per migliorare le tutele dei consumatori di elettricità e gas naturale, nei diversi momenti del rapporto commerciale con il venditore di energia elettrica e di gas (reclami, fatturazioni, richieste di informazioni, etc).

Il rimborso automatico è di 20 euro e scatta se il venditore non risponde entro 40 giorni dal reclamo del cliente o se l’errore di doppia fatturazione non viene rettificato entro 20 giorni dalla richiesta, oppure se la rettifica della fatturazione non viene fatta entro 90 giorni dalla richiesta.

Il nuovo provvedimento è stato approvato al termine di una procedura di consultazione pubblica che ha consentito di recepire anche indicazioni delle Associazioni di consumatori e degli operatori del settore. Il nuovo Testo integrato accorpa in modo organico la precedente regolazione sulla qualità della vendita; ad esempio anche quella per i call center dei venditori che ha fissato obblighi di servizio riguardanti la semplicità del risponditore automatico, l’orario di apertura, la gratuità delle chiamate, l’informazione ai clienti, nonché precisi standard per il tempo medio di attesa, il livello di servizio e l’accessibilità.

In dettaglio, il Testo integrato (delibera ARG/com 164/08, disponibile sul sito www.autorita.energia.it ) prevede:

  • regole più stringenti per migliorare il trattamento dei reclami: l’Autorità ha introdotto l’obbligo per il venditore di indicare la persona ed il riferimento organizzativo ai quali rivolgersi dopo aver presentato il reclamo; inoltre, le risposte fornite al cliente dovranno essere adeguatamente motivate;
  • un unico interlocutore anche per effettuare reclami di tipo tecnico, sia per l’energia elettrica che per il gas. Il venditore farà da tramite con il distributore, qualora sia necessario, semplificando le procedure a carico del consumatore che effettua il reclamo. Questa semplificazione è stata ritenuta opportuna a seguito della separazione tra distributori e venditori, avvenuta con la liberalizzazione dei mercati;
  • maggiore tempestività nelle verifiche di fatturazione: sono stati introdotti il diritto ad una risposta motivata entro 40 giorni alle richieste di verifica della fatturazione.

Gli indennizzi automatici stabiliti dal Testo integrato sono:

  • un indennizzo automatico di 20 euro, a carico del venditore, se le risposte ai reclami supereranno il tempo limite di 40 giorni per sua responsabilità. L’indennizzo, che potrà essere corrisposto (non più di una volta l’anno allo stesso cliente per lo stesso motivo, onde evitare eventuali abusi) si propone di assicurare tempi certi e la massima tempestività nella risposta ai clienti;
  • una disciplina specifica per ritardi di rettifica dei casi di “doppia fatturazione” a seguito del cambio di fornitore: l’errore di doppia fatturazione deve essere rettificato entro 20 giorni dalla richiesta, pena il pagamento di un indennizzo automatico di 20 euro al consumatore;
  • un indennizzo automatico di 20 euro in caso di mancato rispetto del termine di 90 giorni per la rettifica di fatturazione, quando dovuta. Le richieste di rettifica potranno essere inoltrate non solo per le fatture già pagate, ma anche per quelle per le quali è prevista la possibilità di rateizzazione.

Le principali disposizioni del Testo integrato entrano in vigore già dall’1° gennaio 2009.

L’Autorità ha inoltre avviato una seconda consultazione (DCO 35/08, disponibile sul sito www.autorita.energia.it) per arrivare a definire ulteriori regole di maggior dettaglio entro fine anno. In particolare:

  • sulla gestione dei reclami per i quali il venditore dovesse necessariamente richiedere dati tecnici in possesso del distributore;
  • sui reclami multipli, per esempio originati da disservizi di vaste dimensioni;
  • sulla pubblicazione comparativa dei dati di qualità del servizio dei venditori, per promuovere una scelta sempre più consapevole del fornitore di energia elettrica o di gas;
  • sugli obblighi di tempestività nelle comunicazioni tra venditori e distributori.

I soggetti interessati ad inviare le proprie osservazioni su queste nuove proposte possono inviarle all’Autorità entro il 12 dicembre 2008

Milano, 21 novembre 2008 da Autorità per l'Energia


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PANNOLINI ECOLOGICI RIUTILIZZABILI

Ho scelto il Kushies Ultra, ma devo prendere tutte e due le taglie?E' partito il 1 agosto il progetto che unisce Comune di Reggio e Associazione nazionale famiglie numerose

Le stime calcolano un risparmio a bambino di oltre 1000 euro. Con una riduzione drastica dell'inquinamento. La sperimentazione metterà alla prova la loro praticità e funzionalità
Si chiamano Mosè, Martino, Davide e Laura. Sono i quattro primi eroici sperimentatori (altri due si aggiungeranno nelle prossime settimane) che proveranno sulla loro pelle gli ecopannolini riciclabili.
Un progetto che unisce il Comune di Reggio e l'Associazione nazionale famiglie numerose (riunisce le famiglie con almeno quattro figli). Dal 1 agosto si cimenteranno con i pannolini di cotone lavabili in lavatrice Mosè (cinque mesi), Martino (7 mesi), Davide (10 mesi) e Laura (un anno). In ottobre e novembre nasceranno i loro compagni di avventura per completare la squadra di questi audaci, piccoli reggiani.
<E' un progetto che unisce due temi che ci stanno particolarmente a cuore - dice Luigi Picchi, coordinatore provinciale dell'Associazione -. Avere tanti bambini significa credere nel futuro e fare i conti con il presente. E oggi il futuro significa grande preoccupazione per l'ambiente, trovare un'alternativa ai pannolini usa e getta è un gesto che permette un risparmio ambientale di dimensioni insospettabili. Mentre il presente significa anche fare i conti con l'enorme risparmio economico che i pannolini riciclabili, se si riveleranno efficaci, daranno alle famiglie>.
<La sperimentazione lanciata con le Famiglie numerose reggiane - dice l'assessore all'ambiente Pinuccia Montanari - è l'occasione per combattere uno dei materiali più ostici presenti nei rifiuti. I pannolini usa e getta non sono ovviamente recuperabili. Se l'alternativa si rivelerà efficace, avremo un'arma importante nella nostra battaglia per ridurre i rifiuti a monte>.

La prova metterà sotto esame soprattutto comodità ed efficacia del prodotto. Mentre dal punto di vista economico ed ecologico saranno effettuate delle verifiche dei vantaggi che i pannolini riciclabili sembrano offrire.Un bimbo del Nord del mondo ha un peso ambientale pari a quello di 50 bambini africani: lo spreco proviene da giocattoli, abiti, arredi, ma soprattutto dai pannolini monouso composti da cellulosa e plastica. La pipì e la popò di dei nostri bimbi consuma, in un anno, all’incirca 600.000 tonnellate di pasta di legno dato che, in Italia, ogni giorno si usano circa 6 milioni e mezzo di pannolini. In Europa occidentale il numero è spropositato....22 miliardi di pannolini all’anno. Una montagna di cellulosa e plastica, con crescenti costi di smaltimento - dice Paolo Patria, coordinatore delle Famiglie Numerose della città di Reggio -. E stime altrettanto impressionanti vengono proposte dal punto di vista economico: i pannolini per i primi tre anni di vita del bambino costerebbe in tutto 250-300 euro usando quelli riciclabili, per arrivare ai 1500-2000 euro degli usa e getta>. E poi c'è il benessere del bambino: il cotone, di cui sono fatti questi pannolini, evita arrossamenti ai bambini, e mantiene le parti intime a una temperatura naturale.

Che cosa verificheranno le famiglie numerose reggiane? <Che i pannolini riciclabili funzionino bene - dice Picchi -. Che la loro gestione, i lavaggi, l'asciugatura possa essere affrontata senza creare troppe difficoltà a famiglie con tanti figli>. <E' evidente che la sperimentazione non parte dall'idea di arrivare a un risultato positivo - dice l'assessore Montanari -. Ma il test fatto dalle famiglie numerose permetterà di valutare e diffondere i pregi e gli eventuali limiti di questo prodotto>.
Ma come sono fatti i pannolini riciclabili, versione rivoluzionaria dei vecchi, ingestibili ciripà? Una mutandina di cotone, alla quale applicare uno o due inserti, costituisce la parte lavabile in lavatrice. Mentre all'interno si mette un sottile velo raccogli “popò’”destinato a essere gettato nel water al momento del cambio. I pannolini sporchi possono essere tenuti in ammollo in una bacinella, per essere poi lavati normalmente con la lavatrice insieme alla biancheria bianca.
In tutto - dice Paolo Patria- sono cinque le famiglie (una partecipa con due bambini), le situazioni vedono protagonisti nuclei familiari che hanno da tre a otto figli>. La ditta coinvolta nell'iniziativa è la piemontese Ecobimbi, sede nel comune montano di Roburent (Cuneo), che produce un prodotto in cotone. Entro ottobre sarà elaborata una prima valutazione e, se il progetto darà buoni risultati,, saranno fatte altre verifiche nel 2008.
Il Comune ha messo a disposizione delle Famiglie numerose che partecipano all'esperimento uno stock di pannolini riciclabili. <Prossimamente i pannolini ecologici saranno disponibili sugli scaffali dei principali punti vendita Conad e Coop di Reggio Emilia all'interno del progetto SPESA VERDE"- dice l'assessore Montanari -. Abbiamo riscontrato un grande interesse verso questo prodotto e ci è sembrato giusto dare la possibilità a tutti di poterli provare. Crediamo che se questo prodotto supererà una prova impegnativa come l'uso in famiglie con quattro, sei, otto figli, sarà davvero difficile pensare che non possano essere utilizzati da tanti altri bambini...>.

Per informazioni:
URP 0522 456600
Centro Educazione Ambientale 0522 456566

per acquistarli basta cerca "pannolini lavabili" su google

quando si e' fuori, i pannolini sporchi basta metterli nella sacca impermeabile:

Cosa devo fare con il pannolino una volta che è sporco?


venerdì, 21 novembre 2008

Il raffreddore

 

 Il raffreddore è un'infiammazione acuta delle vie respiratorie causata dall'azione dei virus sulle mucose di naso e gola.

Estremamente contagioso, si trasmette attraverso le goccioline di saliva e le secrezioni emesse con starnuti e colpi di tosse, o per contatto diretto di naso e occhi con le mani che hanno raccolto il virus.

La tosse è invece un riflesso fisiologico, una violenta contrazione della cavità toracica che serve prevalentemente a liberare le vie respiratorie dal muco in eccesso.

Naso che cola, debolezza, starnuti: questi i campanelli di allarme quando siamo stati contagiati dal raffreddore.

Miele, latte caldo e infusi: rimedi naturali contro la tosse

  • I rimedi naturali per combattere la tosse e liberare le vie respiratorie dal muco in eccesso sono da sempre uno dei cavalli di battaglia delle nonne: a chi non è mai stato consigliato un latte caldo con miele o un infuso di erbe?
    Nel caso dell'azione benefica del miele, ci sono ormai numerosi studi scientifici che, come sempre più spesso accade, ne confermano l'efficacia.
    Scopriamo insieme alcuni di questi segreti della medicina popolare.

    Miele
    Il miele (meglio se sciolto in una lazza di latte caldo) è di sicuro il migliore rimedio naturale per curare la tosse: le sue proprietà emollienti e addolcenti con forte azione antibatterica - già conosciute dagli antichi Egizi e dalla medicina tradizionale di molti popoli – lo rendono efficace nella cura della tosse e del mal di gola.

    Latte e cipolla
    Un'antica ricetta per calmare la tosse ha come “principio attivo” la cipolla: bollire in un po' di latte qualche fetta di cipolla, filtrare e bere caldo; sembra un intruglio malefico, ma l'aggiunta di miele lo renderà dolce e piacevole.

    Infusi
    La tradizione è ricca di infusi utile per eliminare tosse e catarro, da quello di  bacche di ginepro pestate a quello di origano, passando per il decotto di liquirizia e salvia.

    Tè ai chiodi di garofano
    Il tè ai chiodi di garofano è un ottimo rimedio per raffreddore e tosse, sia bevuto sia inalandone i vapori provocati dall'acqua bollente.

    Sciroppo di barbabietole
    Tagliare delle barbabietole rosse a rondelle non troppo spesse, metterle in un piatto e ricoprirle di zucchero. Dopo qualche ora le barbabietole avranno prodotto uno “sciroppo” dolce rosso: un cucchiaio 3 volte al giorno serve a calmare la tosse.

    Balsamo del tolù
    Il tolù è un grande albero che cresce in Venezuela e da cui si raccoglie la resina (ricca di acidi fenolici) tramite incisioni nella corteccia.
    Il balsamo di tolù svolge un’azione antibatterica su molti germi presenti nell’
    apparato respiratorio e favorisce la fluidificazione del catarro, con effetti espettoranti e disinfettanti.

Raffreddori e dintorni


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giovedì, 20 novembre 2008

Ne abbiamo parlato con Mauro Artibani, professional consumer, blogger, e protagonista della nostra rubrica “Il consumo come mestiere”.

La crisi dei mercati finanziari si è trasformata in crisi dell'economia reale. Che effetto ha questo sui consumi della gente comune?
«La crisi finanziaria è figlia, invece, secondo me, della crisi dell'economia reale che è rimasta coperta, quasi nascosta, per anni. Le origini di questa crisi risalgono almeno a 10/15 anni fa. I redditi già allora non ce la facevano a sostenere la domanda. Questo ha portato alla pratica del ricorso al debito e il credito ha trasformato questo bisogno in un business evitando così il pericolo di un crollo del sistema. Nel momento in cui il settore immobiliare ha avuto le sue difficoltà, il sistema è collassato. Ma la crisi, era già in atto da tempo. Che cosa sta succedendo quindi oggi? Semplice. I consumatori non ce la fanno più perché non hanno più il supporto del credito per poter tamponare il loro debito e quindi quello che era stato coperto per oltre un decennio è venuto a galla adesso. A questo punto i consumatori devono riuscire a far rendere al massimo quel poco di reddito che hanno».

Quali sono state le cause di questa crisi latente?
«Diverse. Lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione per prime. Queste hanno portato ad un eccesso di capacità produttiva, e di produzione da smaltire. E’ qui il nocciolo della questione. Ad una maggiore capacità produttiva corrisponde un aumento dell'offerta a cui la domanda deve adeguarsi. Ma, se c'è una maggiore automatizzazione dei processi produttivi, che aumenta la produttività dell'azienda, diminuisce di contro il potere contrattuale di chi ci lavora. L'azienda aumenta produttività, ma non ne beneficiano i lavoratori che continuano a perdere potere d'acquisto: con la globalizzazione entrano poi in campo eserciti di lavoratori del terzo mondo, che tengono i salari bassi».

La politica ha avuto un ruolo in tutto questo?
«Certo, la deregulation degli anni ’90 ha avuto un ruolo importante. Ha contribuito ha rimuovere i vincoli a far sì che il meccanismo dell'aumento di capacità produttiva potesse prosperare e l’economia potesse produrre sempre di più e mettere sul mercato sempre più merce. La deregulation non è figlia della politica, però, ma del meccanismo economico. E' stata l’economia a pretendere dalla politica la deregulation».

Lei dice che è stato il credito facile la causa vera di questa crisi. Ce lo vuole spiegare?
«Dal 2001 c'è stato un aumento della liquidità. Questo perchè il costo del denaro doveva essere tenuto basso per poter fluire facilmente. Poi Bush ha messo appunto nel 2004 il progetto politico della "società dei proprietari" per far sì che dopo il crollo delle Torri gemelle gli americani riacquistassero fiducia. Cosa c'era di più solido del business del mattone per farlo? La politica, in questo caso, è andata d'accordo con l'establishment finanziario. E' evidentemente una manovra non solo economica, ma anche psicologica: il mattone è solido e sicuro, ideale per dare fiducia».

Come può difendersi il consumatore da questa repentina perdita di potere d'acquisto?
«Una perdita di potere d'acquisto che dura anch'essa da almeno quindici anni, sempre coperta dall'accessibilità del credito. Per dare un'idea di quanto questo business del credito sia grande, basta pensare che per gli Stati Uniti conta per lo 0,7% del Pil. Quindi, c’è una quantità enorme di debito. Se non ci fosse stata tutto questo debito a sostenere i consumi saremmo già nei guai da un bel pezzo. Per difendersi dalla perdita di potere d’acquisto, il consumatore ha un'opzione di lungo termine ed una di breve. La prima, quella di lungo periodo, è realizzabile soltanto se si considera il consumo come mestiere, come faccio io, e quindi, come tutti i lavori, richiederebbe una retribuzione. 

Un'ipotesi di più breve periodo prevede che il consumatore sia in grado di sfruttare in modo più produttivo il suo reddito per far fronte ai suoi impegni. Come? Selezionando oltre misura la domanda. Se non si segue pedissequamente la moda, per esempio, si comprano meno capi di abbigliamento e si utilizzano per più tempo. Il che non vuol dire astenersi dall'acquistare, bisogna selezionare fortemente l'acquisto! Se mi fornisco di una dieta alimentare adeguata, non ingrasso, non devo spendere soldi per smaltire il grasso, sto più in salute e spendo meno. Così il reddito rende di più»

Lei parla di reddito per l’attività di consumo, ma non è un ritorno a una forma di sussidio?
«No, non un sussidio, ma un reddito. I consumatori fanno due lavori: trasformano con l'acquisto la merce in valore e poi attraverso il consumo di questa merce, inneschiamo il meccanismo della riproduzione. E’ un lavoro che genera 70% del Pil! Pretendere utile da questo lavoro è oltremodo doveroso».

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I nuovi consumatori di cibo? Tecnologici, rapidi, disattenti

L'analisi

Per analizzare in profondità i risultati dell'indagine campionaria è stata realizzata un'analisi dei gruppi che consiste nel segmentare il campione di indagine in gruppi di intervistati il più possibile omogenei al proprio interno, in funzione delle risposte fornite, ed eterogenei tra di loro. Complessivamente sono stati identificati cinque Gruppi in funzione delle variabili considerate (variabili attive) e che sono stati descritti in funzione delle cosiddette "variabili illustrative" (sesso, età, carattere socio-professionale dei rispondenti, ecc.). Ogni gruppo è stato denominato con un nome di fantasia per facilitarne l'identificazione.

Gruppo 1 (19,9%)
"Men at work"
Per gli individui di questo gruppo i pasti sono momenti importanti di convivialità, ossia per stare insieme, per parlare con i propri colleghi di lavoro e amici, per conoscere altre persone (utili per il lavoro). Per alcuni il mangiare è il momento migliore della giornata. I componenti attribuiscono un livello di importanza "medio" alla colazione. Tutti danno molta importanza al pranzo. Non mangiano frutta o la mangiano assai raramente. Si occupano "qualche volta", o il più delle volte non si occupano per nulla, della spesa. Danno scarsa importanza alla marca del cibo, alla confezione dei prodotti e una importanza media al prezzo, alla facilità e alla rapidità d'uso. Grande importanza assumono la provenienza del prodotto (paese d'origine) e le informazioni nutrizionali (calorie, grassi). Capita assai di frequente di acquistare cibi già pronti o a preparazione rapida (piatti surgelati). Leggono raramente le etichette. Importanza "media" al confezionamento per il mantenimento dell'igiene e della sicurezza dei cibi. Tra le diverse patologie collegate all'alimentazione, preoccupa di più l'obesità. Preferiscono evitare una dieta ricca di grassi, di carboidrati, di sale, e di zuccheri semplici. Sono "mediamente" soddisfatti dell'informazione sui temi della sicurezza legata al cibo.
Considerazioni
Di fatto mangiare per il gruppo "Men at work" è un espediente per stare insieme ad altri, dove il cibo non rappresenta che una comparsa. Hanno idee scarse e lacunose, talvolta del tutto erronee, circa la preparazione dei cibi, il cucinare, ecc.

Gruppo 2 (13,6%)
"No food: the snack generation"
Questi non sembrerebbero avere un rapporto sereno, o quanto meno maturo, con il cibo. Alcuni si sentono perennemente a dieta. Non hanno l'abitudine di misurare le porzioni; non mangiano quasi mai, o mai frutta. Non si occupano della spesa. Leggono raramente le etichette. Non prestano attenzione al confezionamento dei prodotti per il mantenimento dell'igiene e della sicurezza dei cibi. Non sanno nulla delle regole più elementari riguardanti il modo di trattare e conservare gli alimenti a casa, dall'evitare il contatto tra cibi crudi e cibi cotti al controllare la temperatura del frigorifero. Per i materiali credono più nel cartone e nella plastica, che non nel vetro, che quasi nessuno degli appartenenti al gruppo identifica come materiale sicuro per entrare a contatto con gli alimenti. Preoccupazione scarsa o nulla per gli alimenti conservati male in casa, verso l'eventuale presenza di ormoni negli alimenti, verso gli Ogm. Non risultano per nulla preoccupati dei seguenti comportamenti: stile di vita troppo sedentario, una dieta troppo ricca di proteine e grassi e povera di frutta e verdura.
Considerazioni
"No food: the next generation" è un gruppo di giovanissimi, che hanno un rapporto immaturo con il cibo e l'alimentazione. Il cibo sembra una necessità alla quale doversi sottoporre ogni tanto, quando non una minaccia dalla quale non è possibile sottrarsi.

Gruppo 3 (27,9%)
"fast & technological food"
Questo gruppo è formato da individui che nonostante l'interesse verso la tradizione mangiano di corsa cose già pronte. Poco importanza alla colazione, e assai meno al pranzo, che molto spesso hanno l'abitudine di saltare passando direttamente alla cena. Quasi il 50% acquista alimenti arricchiti (cereali da prima colazione con vitamine o minerali, latte con omega-3, biscotti con fibra, ecc).
Oltre il 60% si occupa della spesa alimentare dando scarsa attenzione alle informazioni nutrizionali (calorie, grassi), media agli ingredienti, alla conservabilità, alla confezione, e alta alla provenienza del prodotto, alla marca, alla presentazione e all'aspetto del cibo e al prezzo. Oltre un terzo del gruppo compra cibi già pronti o a preparazione rapida. In cucina non lavano gli utensili, nonché le mani passando dalla lavorazione di un alimento a un altro, non scongelano i surgelati a temperatura ambiente. Per i materiali ritenuti più sicuri a contatto con l'alimento hanno più fiducia nel cartone e nelle lattine, che non nel vetro. Hanno minore preoccupazione per gli alimenti scaduti, per quelli conservati male nella catena di distribuzione e a casa, per pesticidi, ormoni, Ogm, additivi. Sono mediamente preoccupati per le malattie cardiovascolari e l'obesità. Non temono una dieta troppo ricca di carboidrati, di zuccheri semplici, di proteine.
Considerazioni
Manifestano un atteggiamento duplice nei confronti del cibo: da una parte è qualcosa che li aiuta a rilassarsi e prediligono i sapori e le abitudini della tradizione famigliare, dall'altra però sono anche i più forti consumatori di cibi pronti, di prodotti sostitutivi. Mangiano velocemente, mangiano "altre cose", prodotti arricchiti tecnologicamente, a volte senza neanche sedersi a tavola.

Gruppo 4 (16,3%)
"True food"
Hanno interesse per i cibi tradizionali, per i cibi che mangiavano o mangiano i propri genitori. Sono preoccupati di evitare i cibi adulterati. Grande importanza a tutti i pasti della giornata, in particolare alle cena e al pranzo, meno alla prima colazione. Non saltano mai il pranzo, che consumano prevalentemente a casa. Non utilizzano pasti sostitutivi come le barrette, non utilizzano dolcificanti, integratori di vitamine, minerali e alimenti arricchiti. Attenti agli alimenti conservati male in casa o scaduti. Preoccupano le allergie, il colesterolo e l'obesità. Tra i vari comportamenti associabili al modo di mangiare prestano attenzione allo stile di vita non sedentario, a non essere esposti ad una dieta povera di frutta e verdura, troppo ricca di sale.
Considerazioni
Sanno cucinare, e sanno come rapportarsi con il cibo e la cucina, ne conoscono le regole e la disciplina. Sanno evitare comportamenti scorretti per quanto concerne la salvaguardia delle elementari regole di sicurezza alimentare a casa propria. Hanno con il cibo un rapporto sereno.

Gruppo 5 (22,0%)
"genesi"
Hanno interesse per cibi nuovi e per quelli della tradizione italiana. Fanno attenzione alla dieta, che vivono in modo maturo e razionale, senza traumi. Le preferenze tengono in scarso conto della preoccupazione di evitare cibi contaminati o transgenici, delle indicazioni delle riviste o della televisione, nonché di motivazioni di carattere etico, religioso, o filosofico.
Hanno l'abitudine di misurare le porzioni, di pranzare e di cenare sempre nei giorni lavorativi. Non saltano i pasti. Utilizzano i prodotti sostitutivi (es. barrette, bibite ecc.), i dolcificanti alternativi (es. aspartame, saccarina, ecc.), gli integratori di vitamine e minerali e gli alimenti arricchiti. Nel corso della giornata mangiano spesso frutta. Si occupano della spesa. Nella scelta di acquisto del prodotto prestano attenzione alla provenienza, alle informazioni nutrizionali, al prezzo, alla marca, alla conservabilità, alla porzionatura, alla confezione, alla presentazione e all'aspetto del cibo. Non acquistano cibi già pronti o a preparazione rapida.
Leggono sempre le etichette. Tra i problemi, destano preoccupazione il diabete, l'obesità, il colesterolo e le allergie. Temono una dieta troppo ricca di grassi e di carboidrati, povera di frutta e verdura, e non amano uno stile di vita sedentario. Non ritengono soddisfacente l'informazione sulla sicurezza alimentare.
Considerazioni
Non hanno verso il cibo alcuna forma di timore e di paura. Tale forte orientamento verso i prodotti alimentari ad alto contenuto tecnologico e la giovane età degli individui del gruppo ci ha indotto a nominare il Gruppo n. 5 "Genesi", nell'ipotesi - comunque da dimostrare per mezzo di ulteriori studi sull'argomento - di una modificazione reale dei comportamenti alimentari degli italiani.

da LaRepubblica.it


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categorie: consumi, società, inchieste, social prosumer, cucina ed alimenti

AOSTA; DA GENNAIO 'QUARTA SETTIMANA' SCONTATA

(ANSA) - AOSTA, 20 NOV - Terminata la fase del confronto con la mediazione dell'assessore al commercio del comune di Aosta, Bruno Giordano, l'Amministrazione comunale e tutte le associazioni dei consumatori, dei sindacati e delle associazioni di categoria hanno sottoscritto oggi l'intesa per attuare il progetto 'Io C'entrò, teso a fronteggiare la crisi economica finanziaria in atto.

Dando atto "del senso di responsabilità manifestato dalle parti", Giordano ha espresso soddisfazione per "la sottoscrizione unanime del disciplinare e dell'accordo anche da parte di chi in un primo momento non aveva raccolto l'invito del Comune".

L'iniziativa, che sperimentalmente durerà fino a maggio, consiste, da parte dei commercianti e di chi eroga servizi (artigiani e altre categorie), nel praticare sconti nella quarta settimana del mese. "Pensiamo - ha precisato l'assessore - che così facendo si salvaguardano le famiglie a basso reddito ed i pensionati, ma al tempo stesso vogliano contribuire a produrre risparmi e rilanciare così i consumi".

Il disciplinare stabilisce le norme alle quali devono sottostare gli aderenti che riceveranno dal Comune una vetrofania che certifica l'adesione al progetto. L'Amministrazione si farà carico della campagna di informazione e dell'effettuazione dei controlli per il rispetto dell'intesa.

Gli esercizi che aderiscono a "Io c'entro", nella quarta settimana esporranno, tra l'altro, il prezzo originale del prodotto e quello scontato. Potranno anche bloccare il prezzo della merce o fornire servizi quali, ad esempio, consegnare la spesa a domicilio gratuitamente.

"A breve - ha concluso l'assessore - tutto il materiale informatico e la modulistica di adesione sarà disponibile sul sito web del Comune che pubblicherà anche l'elenco di tutti gli esercizi, agriturismi e alberghi compresi, che partecipano a 'io c'entro". (ANSA).