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domenica, 12 ottobre 2008

IL VERO AFFARE E` RINNOVABILE

 

di PAOLO PIETROGRANDE

IL MONDO DELLA FINANZA È SEMPRE PIÙ ATTENTO ALLE FONTI ALTERNATIVE

La tanto decantata Germania, nonostante le migliaia di mulini a vento realizzati negli ultimi anni e i milioni di metri quadri di pannelli solari disseminati sul territorio, ancora oggi ha un’incidenza pro capite dell’energia pulita inferiore all’Italia.

Merito dei nostri nonni che per supportare la crescita industriale degli anni Trenta hanno sfruttato i piccoli corsi d’acqua per costruire centraline idroelettriche e che, già cento anni fa, hanno saputo ingegnosamente imbrigliare le fumarole di Larderello per produrre energia geotermoelettrica. Perfino nel settore eolico le prime macchine di grande taglia sono state realizzate in Italia, dall’Ansaldo, negli anni Novanta ed Eni fu un precursore delle tecnologie fotovoltaiche. Purtroppo gli italiani hanno molta difficoltà a convertire la spiccata prolificità delle soluzioni tecniche in successi commerciali globali. Così i danesi hanno costruito  una fortuna dove Ansaldo si è ritirata, i norvegesi dominano il mercato fotovoltaico, 16 miliardi di euro di fatturato all’anno, mentre le residue attività di Eni nel settore sono diventate così insignificanti da sparire dalle statistiche.

La danese Vestas è leader della tecnologia eolica e vale in borsa 25 miliardi di dollari, il doppio di Finmeccanica, la norvegese Rec è leader mondiale del silicio e dei wafer fotovoltaici e ha  una capitalizzazione di borsa di 13 miliardi di dollari, una volta e mezza la Fiat. Queste due aziende, create in piccoli Paesi europei che hanno meno ingegneri, meno cultura industriale, meno risorse energetiche rinnovabili dell’Italia, quindici anni fa non esistevano.

Vestas, Rec e molti altri hanno potuto crescere rapidamente grazie a un management team che ha saputo rinnovarsi man mano che le sfide imponevano nuove competenze e grazie a un sistema di investitori finanziari che ha saputo sostenere le ambizioni del management e ha fornito riferimenti e motivazioni per accelerazioni della crescita. Per i grandi fondi pensione americani, per i principali broker finanziari, per i grandi private equity investire in aziende che operano nel settore delle rinnovabili è un business logico perché:

• i consumi energetici sono destinati a salire indipendentemente dall’attuale aumento dei prezzi petroliferi, poichè le popolazioni dell’Asia aspirano a una migliore qualità della vita che necessita di maggiore utilizzo di fonti energetiche primarie;

• la crescita del settore delle rinnovabili si basa su fondamenti solidi come la crescente esigenza di non dipendere energeticamente dai Paesi produttori di petrolio e la necessità di garantire stabilità di prezzi per le forniture di energia elettrica;

• i modelli di business sono semplici, prevedibili e con una visibilità di lungo periodo. Piani finanziari a 20 anni sono affidabili perché le componenti di costo soggette a inflazione hanno un peso marginale rispetto al costo industriale complessivo, visto che non ci sono combustibili, mentre risentono in maniera preponderante del valore dell’investimento iniziale, compiuto sotto il controllo dei finanziatori;

• il quadro normativo internazionale, seppure soggetto a variazioni, è affidabile ed è sostenuto dalla crescente attenzione dell’opinione pubblica ai temi ambientali e all’esigenza di contrastare i cambiamenti climatici.

Con queste caratteristiche fondanti è ovvio che gli investitori istituzionali guardino con favore al settore e che banche e istituti di credito siano disposti a concedere leve finanziarie significative e su periodi estesi.

I grandi operatori del settore sono riconducibili a quattro tipologie distinte:

• le società elettriche che hanno divisioni rinnovabili al loro interno, come Enel, Sorgenia, Edison in Italia, ma anche Shell e Bp all’estero, e che hanno obiettivi di diversificazione delle fonti e capacità di investimento illimitate, ma soffrono di una certa lentezza ad adeguarsi alla grande frammentazione territoriale del business;

• i grandi operatori elettromeccanici multinazionali, General Electric, Siemens, Applied Materials che hanno acquisito le tecnologie più promettenti e, applicando la rigorosa disciplina dell’innovazione tecnologica e dell’ottimizzazione operativa, hanno apportato grandi benefici in termini di affidabilità, competitività e performance delle apparecchiature;

• le aziende specializzate ad azionariato diffuso quotate in borsa, per esempio Hiberdrola Renewables tra i produttori di energia, Gamesa, Vestas, Rec o Suntech tra i costruttori di componenti, caratterizzate da una fortissima focalizzazione in un solo settore, nel quale sono leader incontrastati e a oggi si può stimare che le principali aziende esclusivamente dedicate al settore che sono quotate in borsa valgano oltre 200 miliardi di dollari, circa la metà della capitalizzazione della borsa di Milano;

• le aziende specialistiche più piccole che hanno fatto ricorso al private equity per finanziare la loro crescita, come ad esempio in Italia Ivpc, Icq, Asja, E&S che sono tutti produttori di energia rinnovabile, Gamesa Solar, Ges, che sono invece impiantisti a livello internazionale. Secondo le dichiarazioni dei principali fondi di investimento mondiali sono almeno nove i miliardi di dollari che sono stati investiti nel settore da private equity nell’ultimo anno.

Private equity in attesa

Sulla scia di Atmos Holding, il precursore in Italia dei fondi di investimento dedicati al clean tech, negli ultimi mesi sono nati numerosi private equity, come Ambienta, Next Energy e Greenenergy Capital; il mercato è così giovane che pochi hanno già avviato la fase di dismissione, quindi sono ancora rari i casi in cui è possibile misurare la resa economica di queste attività di investimento:

tra questi pochi, il caso più eclatante è dell’irlandese Trinergy che in tre anni ha acquisito, valorizzato e poi ceduto impianti eolici, gran parte in Italia, realizzando plusvalenze vicine al miliardo di euro e creando aspettative forse esagerate nel settore.

I private equity italiani, drogati da tali aspettative, sono ora alla ricerca di opportunità di investimento su impianti in esercizio o in via di sviluppo. Ma dov’è il valore? In Italia operano nel settore delle fonti rinnovabili circa 400 aziende, con 15 mila addetti e che generano circa sei miliardi all’anno di ricavi, probabilmente versano all’erario non meno di 500 milioni, peraltro riducendo le importazioni di greggio di 40 milioni di barili all’anno, al prezzo attuale, quindi alleggerendo la bilancia dei pagamenti di non meno di cinque miliardi di euro. Molte di queste aziende hanno conoscenze tecniche e operative rilevanti, grazie alla consolidata esistenza del settore in Italia, ma operano tipicamente in area locale, hanno dimensioni troppo piccole per potersi permettere investimenti in innovazione e in sviluppo commerciale, e spesso sono gestiti dal fondatore o dai suoi eredi che non sempre dispongono delle necessarie competenze manageriali per assicurare la crescita economica.

Quando i private equity e ancor di più i venture capitalist investono in Italia spesso è perché hanno analizzato con attenzione il contenuto tecnologico delle aziende facendo emergere piccole realtà che, gestite con mano più esperta e dotate delle necessarie risorse finanziarie, saranno in grado di primeggiare a livello mondiale.

Dieci anni fa l’attività visionaria di uno dei più brillanti pionieri del settore, l’avvocato Vigorito, è stata valorizzata grazie a investitori americani che hanno consentito lo sviluppo di Ivpc fino a farlo diventare il secondo maggior developer eolico in Europa; similmente la Baccini, che è entrata nel gruppo Applied Material, da efficace ma piccolo fornitore di macchinari, è ora destinata a dominare il mercato dei sistemi per la produzione di celle fotovoltaiche; e ancora Ener3, acquisita da First Reserve, che grazie alla contemporanea acquisizione di Gamesa Solar, da boutique della consulenza sulle rinnovabili è ora la testa di ponte di uno dei principali impiantisti di rinnovabili in Europa.

I private equity e i venture capitalist sono un ottimo strumento per valorizzare idee imprenditoriali e competenze, ma in Italia sembrano distratti dalla ricerca di partecipazioni con durate brevi e di aziende già mature. Anche perché le piccole aziende, pur brillanti e dotate di prospettive rilevanti di crescita, non sono predisposte per l’ingresso di un partner finanziario che ha bisogno di sistemi gestionali trasparenti, solide strutture contrattuali, comunicazione puntuale e concisa.

 

Potenziali di crescita

Come valorizzare quelle aziende caratterizzate da buona dose di “italian ingenuity” che hanno la potenzialità di primeggiare in un mercato globale in continua inesorabile crescita, ma che hanno bisogno di partner esperti?

Innanzi tutto quando un piccolo operatore decide di farsi affiancare da un private equity è necessario che le aspettative di valore dell’azienda siano realistiche, basate su piani di sviluppo supportati da analisi, verifiche puntuali e associati a capacità manageriali adeguate. Gli ultimi 12 mesi hanno visto in Italia una preoccupante serie di tentativi falliti di quotazione in borsa o di mancata cessione di quote a private equity. Gran parte di questi insuccessi sono riconducibili alla scarsa professionalità di advisor e di consulenti che hanno trascinato i loro clienti in improbabili supervalutazioni di progetti e idee, non adeguatamente supportati dalla solidità manageriale per portarli a termine.

Fissare obiettivi realistici significa anche guidare gli advisor anziché farsi guidare da loro. La trasparenza e la lealtà sono caratteristiche fondamentali per lavorare con un private equity, e non sono delegabili.

Poi è necessario che le aziende che cercano partner finanziari abbiano un piano di sviluppo semplice, focalizzato se possibile su una sola idea da perseguire con determinazione.

Saper scegliere un tema significa investire tutto per il successo di quell’iniziativa. Un investitore che volesse diversificare i campi di interesse, investirebbe in diverse aziende, non nella stessa. Manager-fondatori troppo distratti da impegni sociali, da incarichi altisonanti, da ruoli pubblici non sono gli interlocutori più credibili per investitori che a loro si dovrebbero affidare per gestire la crescita del valore delle aziende su cui hanno investito. In realtà gli investitori scelgono il manager associato all’idea imprenditoriale, se il manager non è all’altezza, difficilmente investono.

Realizzare una fabbrica di pannelli solari con la più avanzata nanotecnologia a nulla serve se contemporaneamente, o addirittura in anticipo, non è stata predisposta un’adeguata rete di commercializzazione . Ci sono proposte di investimento per linee da 100 MW/a, un quarto della capacità mondiale, senza che vi sia alcun accordo di commercializzazione: difficilmente saranno realizzate.

Investitori che decidono di intraprendere un progetto non sono spaventati dall’entità delle risorse necessarie, ma spesso proprio dalla loro sottovalutazione. Perché un componente rivoluzionario conquisti il mercato non sono solo necessari investimenti in macchinari e ingegneri: servono anche consistenti iniezioni di capitale circolante, addetti commerciali, amministrativi e così via. Spesso i business plan presentati sono un esercizio di parsimoniosa crescita per piccoli passi, mentre i partner finanziari vogliono contribuire a una repentina accelerazione dello sviluppo aziendale, vogliono “fare la differenza”.

Infine, gli investitori stranieri guardano con sospetto gli investimenti che sono basati su contesti tariffari e normativi troppo esposti al dibattito politico locale: giustamente rifuggono dalle attività in cui è possibile che si insinuino corruzione e intermediari.

Nessuno dei punti elencati costituisce novità per chi opera nel settore a livello globale. Chi sette anni fa ha incontrato un simpatico scienziato di origine cinese - professore universitario nella piccola università di New South Wales in Australia -, non può che essere sorpreso di vedere oggi il dottor Zhengrong Shi a capo del maggiore produttore al mondo di pannelli fotovoltaici, Suntech, azienda quotata alla borsa di New York che vale quanto Mediaset: per fare questi passi da gigante il brillante professore ha fatto ricorso a partner adeguati, che in lui hanno però riconosciuto leadership, credibilità, affidabilità e determinazione. Nelle quattrocento aziende italiane che si occupano di clean tech ci sono molti dottor Shi, ma dobbiamo farli emergere, in modo che in futuro la geniale preveggenza di Ansaldo ed Eni possa servire ad affermare nel mondo le idee e le competenze italiane.

da Il quarto numero 2008 della rivista QualEnergia Anno VI, n.4, settembre-ottobre 2008


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