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No al nucleare - Comitato per un’alternativa energetica, basata sulle fonti rinnovabili e il risparmio

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lunedì, 05 ottobre 2009

Impianti minieolici

ho ricevuto una segnalazione e la condivido con Voi

l'Enel lancia l'offerta del minieolico


 

MinieolicoL'energia eolica, oltre che nei grandi impianti da molti megawatt, si presta ad essere utilizzata anche in applicazioni su scala ridotta. Esistono infatti soluzioni sviluppate per la generazione cosiddetta "distribuita" che utilizzano aerogeneratori di piccola taglia per interfacciarsi sulla rete elettrica o per alimentare utenze isolate.
Grazie al progresso tecnologico in questo campo e alla recente introduzione di meccanismi di incentivazione specifici, questi sistemi di generazione di energia elettrica da fonte rinnovabile potranno diffondersi sempre più, sia pure limitatamente alle aree con adeguata ventosità, consentendo di fornire un contributo significativo alla riduzione delle emissioni di gas serra e nel contempo di avere reali benefici economici.
Particolarmente adatti a questa applicazione sono i settori dell'agricoltura, del turismo, della piccola e media impresa ma anche delle utenze residenziali in abitazione singola.
L'offerta Enel.si si articola su un ampio numero di soluzioni per la connessione alla rete elettrica adatti ad ogni esigenza. Su specifica richiesta, possono essere forniti sistemi “stand-alone” per l’alimentazione di utenze isolate, con il supporto, in questo secondo caso, di un adeguato sistema d'accumulo a batterie.


per saperne di piu qui


postato da: Dilia61 alle ore 20:35 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: eolico
sabato, 18 luglio 2009

Ue: 268 mln per riattivare l'economia sostenibilmente

http://www.rinnovabili.it/
Bruxelles, 13 luglio 09

Fondi europei per R&S

Ue: 268 mln per riattivare l'economia sostenibilmente

I finanziamenti, volti ad incrementare le partership pubblico-private, saranno dedicati principalmente allo sviluppo di nuove tecnologie per il settore manifatturiero, edile ed automobilistico.

(Rinnovabili.it) – La Commissione europea e l’industria hanno annunciato oggi che ha avuto inizio la prima fase del progetto che invita a presentare delle proposte al fine di spartire 268 milioni di euro in tre principali aree di mercato, volte ad innescare la ripresa economica e renderla più sostenibile e basata sulla conoscenza e sull’informazione. Un totale di 3,2 miliardi sono stati stanziati per la partnership pubblico-privato (PPP) dedicata allo sviluppo di nuove tecnologie per il settore manifatturiero, edile ed automobilistico. Queste collaborazioni tra la Commissione e l’industria dovranno favorire la competitività globale delle imprese europee finalizzate alla riduzione del consumo eccessivo di energia in Europa, lo sviluppo sostenibile e le nuove forme di trasporto su strada. Le tre partnership previste da parte della Commissione europea fanno parte del piano di recupero economico approvato dal Consiglio europeo nel dicembre 2008, volto a promuovere la convergenza dell’interesse pubblico e l’impegno per la ricerca. Oggi, oltre 800 rappresentanti dell’industria in Europa e dei settori di ricerca si sono riuniti per annunciare il via alla prima serie di inviti che spronano alla presentazione delle proposte. Il programma sarà lanciato ufficialmente il 30 luglio per i progetti che partiranno entro la metà del 2010. Il fondo di 268 milioni di euro sarà ripartito tra vari settori come le tecnologie innovative di fabbricazione, materiali e processi per incrementare la produzione puntando al risparmio energetico e di materiali e razionalizzando la produzione di rifiuti. L’interesse sarà anche volto ad una maggiore efficienza energetica di edifici, comprese le nuove costruzioni e a rendere più ecologici gli edifici esistenti utilizzando nuovi materiali e innovative tecniche di costruzione. Per quanto riguarda il settore dei trasporti i fondi saranno destinati alla realizzazione di veicoli più ecologici e di sistemi di trasporto intelligenti, compreso l’elettrificazione della strada e dei trasporti urbani nonché la ricerca di tecnologie ibride. Il Commissario UE per la Scienza e la Ricerca, Janez PotoÄŤnik, ha dichiarato: “È ormai riconosciuto che investire in R&S (ricerca e sviluppo) non è un lusso quando i tempi sono facili, ma una necessità, quando i tempi sono duri. Se l’Europa fa investimenti intelligenti nei settori strategici di oggi, questo creerà posti di lavoro e la crescita sostenibile di domani. Grazie a questi partenariati innovativi, la Commissione e le imprese uniscono le forze per favorire lo sviluppo di tecnologie pulite e la posizione dell’Europa come leader in questo campo. Il lancio dei primi inviti dimostra anche la nostra capacità di agire insieme rapidamente per rispondere alle esigenze di ricerca del piano di recupero economico europeo”.

Per maggiori informazioni sugli argomenti trattati in questo articolo


giovedì, 05 febbraio 2009

Fotovoltaico ed eolico prendono quota

Roma - Suscitano molto interesse due progetti, intrapresi rispettivamente da un'azienda statunitense e da una startup formata da ricercatori finlandesi e australiani, volti a creare pannelli fotovoltaici più economici. Il tutto senza influire sul risultato prodotto: stando ai protagonisti della ricerca, i nuovi metodi fornirebbero un risultato identico a quello ottenuto dei comuni pannelli fotovoltaici.

Il primo progetto, nato dalla collaborazione tra l'Australian National University,
Spark Solar Australia e l'azienda finlandese Braggone Oy, ha come obbiettivo quello di creare un componente fluido da spruzzare sui pannelli. Il progetto, che avrà durata triennale, dovrebbe consentire di "spruzzare un film di idrogeno ed uno di materiale non riflettente su un nastro trasportatore" si legge in una dichiarazione rilasciata da Spark Solar. Il procedimento, sul quale non è dato al momento sapere altro, servirà a rimpiazzare le attuali tecniche di fabbricazione delle celle fotovoltaiche, giudicate troppo costose.

Secondo i ricercatori della joint venture il nuovo dispositivo potrà ridurre i costi complessivi di un'intera fabbrica di medie dimensioni di circa 2,5 milioni di euro. Il tutto sarà possibile senza alcuna perdita a livello qualitativo: "Le celle saranno della stessa qualità di quelle tradizionali, ma molto più economiche"
dichiara il dottor Keith McIntosh della Australian National University.

Ugualmente ambizioso è il progetto della Advanced Green Technologies, società statunitense il cui vanto sono dei pannelli fotovoltaici molto più sottili e molto più performanti dello standard in commercio: secondo l'azienda, i suoi pannelli continuerebbero a produrre energia anche nei giorni in cui il cielo è coperto. Tutto questo, grazie all'utilizzo di laminati molto leggeri incapsulati in moduli composti da un polimero trasparente. Il prodotto è ideato soprattutto per le zone il cui clima non è sempre clemente: "Se è vero che in zone assolate tutto l'anno come il sud della California il nostro pannello non può competere con quello di vetro, è anche vero che in zone in cui il clima non è così mite, su base annuale, la nostra invenzione rende di più" dichiara Gene Okun, dirigente dell'azienda.

Ma non è solo sul fotovoltaico che sono puntate le aspettative dei ricercatori: anche il settore eolico continua ad avanzare, facendo sempre più breccia nei sistemi di produzione energetica. Con esso avanzano anche gli Stati Uniti: di queste settimane la notizia che vede gli USA sorpassare per produzione di energia eolica la Germania, staccandola di un gigawatt.

Il
sorpasso, avvenuto durante lo scorso anno, vede gli USA come il maggior produttore di energia eolica a livello mondiale, con 25GW complessivi rispetto ai 24GW prodotti in Germania. I nuovi impianti hanno aggiunto una capacità di ben 8,4GW alla rete preesistente, destinata ad essere ulteriormente ampliata dall'intervento della commissione Finanza del Senato che ha di recente annunciato di voler applicare detrazioni fiscali pari a 31 miliardi di dollari da investire sulle energie pulite.

Vincenzo Gentile - PuntoInformatico.it


martedì, 03 febbraio 2009

Eco-raffineria tutta italiana

A marzo, nei pressi di Benevento sorgerà la prima eco-raffineria. Peculiarità dell’impianto l’utilizzo di pale eoliche per soddisfare il fabbisogno energetico dello stesso. Portare nello stivale la tecnologia nata negli Stati Uniti da padre italiano è l’obiettivo che si pone l’Associazione Futuridea. Il sistema tanto richiesto infatti permetterà di produrre il prestante Magnegas, prodotto nell’Istituto di Ricerca in Florida dall’italiano Ruggero Santilli, in Italia. L’installazione è prevista per marzo, aprile con sperimentazione sui reflui dei frantoi nell’area limitrofa Benevento, in Campania. L’alimentazione dell’impianto prevede l’installazione di pale eoliche nel pieno spirito del rispetto dell’ambiente e dell’efficienza energetica ottenendo sostentamento da fonte rinnovabile. Si darà pertanto il via alla prima eco-raffineria d’Italia, a sostegno della quale è stata depositata in Commissione dei Trasporti della Camera una proposta di legge del Deputato Costantino Boffa, del PD, finalizzata alla “promozione di sistemi di mobilità a alta sostenibilità, attraverso l’istituzione, presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di un Fondo a favore della Ricerca, dello Sviluppo e dell’Innovazione”. L’obiettivo, come sottolinea il Deputato è quello di promuovere interventi di filiera sull’idrogeno, sistemi per i combustibili puliti, fino ai prototipi e alle procedure di omologazione. http://www.rinnovabili.it/


postato da: oscarboscaro alle ore 20:59 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: energia, eolico, social prosumer
sabato, 31 gennaio 2009

Efficienza e rinnovabili, al via trenta progetti innovativi

Cella fotovoltaica Industria 2015 ha scelto 30 progetti innovativi per le aree tecnologiche efficienza energetica e fonti rinnovabili. Coinvolte 234 imprese e 160 enti di ricerca. Investimenti per oltre 500 milioni di euro.

Ricerca, innovazione, ricaduta industriale e occupazione queste sono le parole chiave del bando Efficienza energetica di “Industria 2015” che si era chiuso lo scorso 15 settembre e che lunedì 19 gennaio ha definito ufficialmente i 30 progetti ammessi sugli 86 presentati.
Da un’analisi per grande linee si può notare che i progetti innovativi approvati sono così suddivisi (vedi elenco più dettagliato in allegato):

  • 8 riguardano la bionergia e la produzione di energia da rifiuti
  • 5 il fotovoltaico
  • 2 il solare termico e termodinamico
  • 2 l’eolico
  • 3 la microcogenerazione ad alta efficienza e la generazione distribuita
  • 3 gli elettrodomestici ad elevata efficienza energetica
  • 2 le celle a combustibile e idrogeno
  • 2 i materiali per l’edilizia e la bioarchiettura
  • 1 le tecnologie avanzate per l’illuminazione
  • 2 i motori elettrici efficienti e processi industriali

Questi sono dunque i 30 progetti di ricerca e innovazione ammessi ai 200 milioni di incentivi del secondo bando di Industria 2015, con il coinvolgimento di 234 imprese, 160 enti di ricerca. Insieme attiveranno circa 500 milioni di investimenti in attività di ricerca e sviluppo, di cui oltre il 20% sarà realizzato nel Mezzogiorno.
Ogni progetto avrà diritto ad una quota di contributo pubblico pari al 35% dell’investimento previsto che oscilla dai circa 11 milioni ad un massimo di 27 milioni di euro per progetto.

Il 54% delle imprese interessate sono piccole e medie imprese, ma nel ruolo di capofila ci sono anche grandi industrie come Riello, Indesit, Enel, Telecom, Merloni Termosanitari, Beghelli, Whirpool. Presente anche la Fiat con il suo Centro di Ricerche.
Ciascun progetto di efficienza energetica o di fonti rinnovabili ammesso al finanziamento è proposto da partenariati qualificati, che puntano alla realizzazione di nuovi prodotti o servizi in grado di determinare positive ricadute industriali.
I progetti sono distribuiti in aree tecnologiche con alto potenziale innovativo come ad esempio il fotovoltaico e la bioenergia (almeno il 65% degli investimenti previsti e il 56% delle imprese proponenti) e in aree con alto potenziale applicativo (circa il 35%) come l’eolico, i materiali ad alta efficienza per l'edilizia o i sistemi e sottosistemi ad elevata efficienza per usi finali.

Il programma Industria 2015, lanciato con la finanziaria 2007 dal Governo Prodi e dal dicastero dello Sviluppo Economico di Bersani (il bando Efficienza era coordinato da Pasquale Pistorio) è nato con la caratteristica che i progetti debbano essere presentati da consorzi costituiti tra centri di ricerca pubblici e imprese, devono avere un notevole grado di novità e innovazione, una forte e certa ricaduta industriale, essere valutati da una agenzia esterna che si avvalga di valutatori indipendenti e, infine, essere monitorati. Iniziative di questo tipo sono strategiche per accrescere la competitività nazionale su mercati in espansione come quelli dell’efficienza energetica e delle rinnovabili. E’ sperabile quindi che il Governo Berlusconi e il Ministro Scajola in particolare, ripropongano al più presto un nuovo bando su questa area tecnologica.

da QualEnergia.it


Boom eolico Usa .... e in Italia???

Impianto eolico Nel 2008 l’energia eolica ha rappresentato il 42% di tutta la potenza elettrica installata negli States nell'anno, con 8.300 MW. Le rinnovabili elettriche nell’era Obama dovranno raddoppiare in tre anni, ma molto dipenderà dai sistemi incentivanti in discussione. L'editoriale di Gianni Silvestrini.

Un altro record per l’eolico statunitense. Dopo i 5.200 MW installati nel 2007, lo scorso anno sono stati collegati alla rete ben 8.300 MW, una potenza pari al 42% di tutta la potenza elettrica (carbone, cicli combinati, rinnovabili, ecc.) installata negli Usa nel 2008. Complessivamente sono ora in funzione 25.170 MW eolici, un valore che pone gli Usa al primo posto del mondo come energia producibile, grazie alle buone condizioni anemologiche. Anche se i risultati finali delle installazioni per l’Europa non sono ancora definitivi, sembra che gli Stati Uniti si posizionino al primo posto anche per la potenza eolica installata, sorpassando quindi la Germania che da un decennio manteneva la leadership mondiale.

La creazione di un forte mercato ha favorito l’insediamento di numerose industrie di produzione di aerogeneratori sul territorio americano, consentendo di incrementare la copertura della domanda interna dal 30% del 2005 all’attuale 50%. Complessivamente gli occupati nel comparto eolico negli Usa sono 85.000, con ben 35.000 posti di lavoro creati nell’ultimo anno e con 9.000 addetti nelle industrie produttrici di componenti di windmills.
Con questo ritmo di crescita sarebbe facilmente raggiungibile l’obbiettivo indicato da un recente studio del
Dipartimento dell’Energia di copertura con il vento del 20% della domanda elettrica entro il 2030.

In realtà, dopo il recente exploit, il settore eolico è piuttosto preoccupato. Il futuro del comparto è infatti strettamente legato alle modalità con le quali verrà convertito dal Congresso il pacchetto di 825 miliardi di dollari destinati a risollevare l’economia, una parte dei quali destinati alle rinnovabili. Il fatto è che le agevolazioni consistenti in detrazioni fiscali non funzionano nell’attuale momento di crisi economica. Così si sta tentando di trasformare il sistema delle detrazioni in incentivi diretti. Il Congresso aveva accettato questa nuova impostazione, ma il Senato non l’ha fatta propria. Insomma la battaglia è aperta e nelle prossime settimane si capirà se sarà possibile spianare il terreno per la continuazione del boom delle rinnovabili.

Una cosa è certa. Obama ha affermato di volere raddoppiare la quota di elettricità da rinnovabili in 3 anni con un incremento di 460.000 addetti nel settore energetico e intende fare dell’efficienza energetica, delle rinnovabili e della mobilità sostenibile gli elementi centrali del rilancio dell’economia. Non è un caso se, qualche giorno prima di giurare, il futuro presidente abbia tenuto una conferenza stampa proprio in una fabbrica di componenti di turbine eoliche nell’Ohio.

Del resto la scelta “ambientale” è confortata dai risultati di chi questa strada l’ha già imboccata. Sono appena stati infatti resi noti i dati della California che indicano come i posti di lavoro “verdi” siano aumentati del 10% dal 2005 a fronte di un aumento complessivo limitato all’1% (California Green Innovation Index).

Gianni Silvestrini - QualEnergia.it


giovedì, 29 gennaio 2009

La detrazione fiscale è ripristinata

Gli emendamenti approvati all’articolo 29 del decreto 185 riportano il 55% alla sua originale efficacia. La detrazione spalmata su 5 anni. Un respiro di sollievo per operatori e cittadini e un risultato ottenuto a furor di popolo.

Dietrofront del governo sulla detrazione fiscale. Tutto torna come prima o quasi. Se non ci saranno modifiche dell’ultima ora, almeno per i prossimi due anni verrà mantenuto il 55% e soprattutto il suo impatto visto che non ci saranno più limiti di spesa annuali, come quelli indicati nel decreto 185/08.
Alleghiamo il testo degli emendamenti apportati all’articolo 29 del decreto 185 (con la versione originale), il cosiddetto decreto “anti-crisi”, che tratta appunto della detrazione fiscale del 55% per interventi di riqualificazione energetica dell’edificio. Il testo è quello approvato dalle Commissioni riunite di Bilancio e Finanza della Camera. L’esame in aula è iniziato lunedì e dovrà poi passare al Senato. Il Governo ha richiesto la fiducia sul provvedimento che resterà quindi pressoché immutato, scatenando le critiche delle opposizione e dello stesso Presidente della Camera dei Deputati.

Tuttavia per quanto riguarda la detrazione fiscale del 55% per interventi di efficienza energetica e di utilizzo delle rinnovabili in edilizia, come detto, tutto o quasi viene riportato alle precedenti disposizioni, per capirsi quelle in vigore nel 2007-2008. Con alcune eccezioni.

La detrazione dell’imposta lorda resta del 55% ma dovrà essere ripartita in 5 rate annuali di pari importo (quindi non più tra 3 o 10 anni). Non ci sono limiti annuali per la detrazione, che avrebbero inficiato il provvedimento e costretto ad una doppia presentazione cautelativa della richiesta di detrazione, una per il 55% e un’altra per il 36%. Ma molto più probabilmente avrebbero scoraggiato questi interventi e favorito i lavori in nero. E’ inoltre eliminata la procedura del “silenzio-dissenso” da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Il testo emendato rispetto al decreto sopprime nell’art 29, comma 1 la frase “alle detrazioni per interventi di riqualificazione energetica degli edifici, di cui all’articolo 1, commi da 344 a 347, della legge 27 dicembre 2006, n. 296.”
Quindi i limiti di risorse finanziarie annuali, che si leggono nel comma 7 modificato, sono relativi solo a crediti di imposta per le spese per attività di ricerca.

Altra novità riguarda una comunicazione preventiva all’Agenzia delle entrate che dovranno fare i contribuenti interessati alle detrazioni. La comunicazione, che ha l’obiettivo di monitorare l’andamento delle richieste, dovrà essere definita nei termini e secondo le modalità previsti con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate (sarà emanata entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto).

Come abbiamo detto su queste
pagine, sarebbe stato un suicidio per l’economia (oltre che per rilanciare l’efficienza energetica in edilizia) non prorogare per i prossimi anni questo provvedimento che ha dimostrato la sua validità. Un provvedimento praticamente a costo nullo per lo Stato e portatore di innumerevoli benefici per moltissimi settori manifatturieri, per i progettisti e gli installatori presenti in Italia. E per gli stessi utenti, i cittadini e le imprese. Una delle vere soluzioni anti-crisi e per questo un risultato ottenuto a furor di popolo.

LB - QualEnergia


domenica, 25 gennaio 2009

Rinnovabili e lavoro nell'Italia del 2020

stabilimento x-group Entro il 2020 le fonti rinnovabili elettriche e termiche potrebbero creare in Italia più di 200mila posti di lavoro. A partire dagli obiettivi del position paper governativo del 2007 si iniziano a stimare investimenti e ricadute occupazionali.

Le rinnovabili da sole da qui al 2020 possono dare 200mila nuovi posti di lavoro. Che le fonti pulite facciano bene anche all’occupazione è cosa che abbiamo riportato più volte su queste pagine. Solo per citare un dato, il Green Jobs Report dell’Unep conta 2,3 milioni di posti di lavoro nel mondo legati alle fonti pulite e stima che entro il 2030 si arrivi a oltre 20 milioni. Ma i dati del Green Jobs Report - come spiegano gli autori stessi - sono parziali. Mancano infatti i numeri di molti paesi, tra cui quelli per l’Italia.

La stima di quanto lavoro le rinnovabili possano creare nel nostro paese da qui al 2020 l’ha data invece oggi Giovan Battista Zorzoli, presidente di Ises Italia, intervenuto al convegno Energia Ambiente 2009, il cui tema centrale erano appunto i green jobs. Partendo dagli obiettivi del position paper 2007 del Governo per l’elettricità, e dalle stime degli investimenti necessari per raggiungerli (fatte dal prof. Arturo Lorenzoni dell’Università di Padova) Zorzoli ha valutato le ricadute sull’occupazione avvalendosi della tavola intersettoriale dell’economia italiana, elaborata dall’Istat.

Risultato? Cifre diverse a seconda del fatto che siano presi in considerazione vari fattori. Considerando la sola produzione di elettricità, per raggiungere gli obiettivi del position paper (per il quale ad esempio il fotovoltaico dovrà arrivare a 7.500 MW), secondo le stime di Lorenzoni occorrerebbe un investimento di 79.300 milioni di euro. In questo caso i posti di lavoro creati nel settore dell’elettricità pulita sarebbero circa 135mila. Considerando però i costi in diminuzione delle varie tecnologie, a causa delle previste innovazioni tecnologiche e le economie di scala, per realizzare gli obiettivi del position paper potrebbero bastare 67.500 milioni di euro. In questo caso i nuovi occupati sarebbero circa 120mila. A questi andrebbero tolti i posti di lavoro che si perderebbero per le centrali tradizionali non costruite: si arriverebbe così a 112.500.

Questo dato però è limitato al solo settore delle rinnovabili elettriche, e senza considerare il solare termodinamico e l'energia dalle maree, ancora in una fase che rende difficili fare stime.
Se si aggiungono le rinnovabili non elettriche i nuovi i posti di lavoro, calcolati utilizzando la tavola intersettoriale Istat, risultano 140mila. Ma forse in questo ambito c'è ancora una sottovalutazione delpotenziale del settore. Tuttavia, la tavola, se calcola occupazione diretta e indiretta, non va a calcolare l’impatto che le retribuzioni dei nuovi occupati avrebbero sull’economia, cioè l'aumento del risparmio, del gettito fiscale, della maggior domanda di beni e servizi.
 
Tenendo conto di tutto ciò, i nuovi posti di lavoro che si creerebbero al 2020 salirebbero ad almeno 200mila. Cifra che potrebbe essere addirittura più alta se si realizzasse uno sviluppo sul territorio di attività produttive legate alle rinnovabili maggiore del previsto e capace di far diminuire le importazioni del settore. Lavori che - spiega Zorzoli – soprattutto per fotovoltaico ed eolico sarebbero soprattutto al Sud e che comunque sarebbero distribuiti in vari settori: dall’hi-tech per il fotovoltaico, al minerario per la geotermia, all’agricoltura e al trasporto per le biomasse.

GM - da
QualEnergia

mercoledì, 14 gennaio 2009

Calore da rinnovabili, un futuro promettente

Finita la negoziazione sul pacchetto energia e clima 2020 - con i suoi compromessi, ma anche con la riaffermazione degli obbiettivi vincolanti di energia verde e di riduzione dei gas climalteranti - occorre ora rimboccarsi le maniche. Va infatti individuata una strategia vincente in grado di far collimare il raggiungimento dei targets climatici con interventi in grado di ridare slancio ad una macchina economica che perde vistosamente colpi. Esattamente quello che si propone di fare Obama, anche in assenza di obbiettivi legalmente vincolanti.

Per gestire questa fase occorrerebbe un super ministero del clima, o comunque una figura forte in grado di definire gli indirizzi giusti nei settori più diversi, dai trasporti alla gestione delle foreste, dalla politica energetica alla ricerca. Le scelte della Francia con Jean Louis Borloo, forte Ministro per l’ambiente, le infrastrutture e i trasporti, il Regno Unito con Ed Miliband nominato Segretario di Stato per l’Energia e il Clima e Carol Browner destinata da Obama a ricoprire il ruolo di “Zar del Clima”, indicano per lo meno la volontà di affrontare la sfida in modo nuovo.

Noi, per ora, abbiamo dato segnali di basso profilo sia all’estero con il nostro ministro dell’Ambiente mandato allo sbaraglio in una battaglia di retroguardia nelle negoziazioni sul 2020 che in casa con l’indebolimento della certificazione energetica degli edifici (che la Ue vuole invece rilanciare) e il depotenziamento masochistico delle detrazioni fiscali del 55% (anche se ora si attende un dietrofront). L’attenzione sul nucleare rischia poi di distogliere l’attenzione dalle scelte necessarie sul fronte dell’efficienza e delle rinnovabili.

Cosa dovrebbe invece fare un governo seriamente intenzionato a definire una politica climatica incisiva?
Della necessità di un approccio integrato si è già detto. Qui indichiamo alcuni suggerimenti per centrare l’obbiettivo più ambizioso, quello delle rinnovabili. Considerando che nell’ultimo decennio l’elettricità verde è rimasta sostanzialmente stabile attorno ai 50 TWh, è evidente che per raddoppiare la produzione da rinnovabili serve un deciso cambio di marcia.
Gli incentivi attuali sono sufficienti, anzi andranno progressivamente ridotti con l’evoluzione delle tecnologie, il rafforzamento di un tessuto di imprese e di competenze, lo snellimento delle procedure autorizzative. Le nuove
norme pubblicate all’inizio del 2009 dovrebbero dare certezza al settore aprendo notevoli opportunità anche agli impianti di piccola taglia.

L’attenzione andrà ora concentrata sull’immediata emanazione delle “linee guida” nazionali con un deciso alleggerimento degli iter autorizzativi e sulla ripartizione degli obbiettivi verdi su scala regionale legando parte dei trasferimenti economici dal centro alle regioni ai risultati raggiunti.
Ma l’area sulla quale occorre un più deciso salto di qualità riguarda la produzione di calore da fonti rinnovabili, il fratello minore delle rinnovabili cui sono state storicamente dedicate poche attenzioni. Eppure, secondo il “position paper 2007” del governo italiano, da questo comparto dovrebbe venire più della metà del risultato finale di energia verde al 2020, grazie ad una quintuplicazione dell’attuale contributo. Le ipotesi di crescita sono elevate anche a livello internazionale. Nel Regno Unito, ad esempio, si pensa di innalzare il contributo del calore da fonti rinnovabili entro la fine del prossimo decennio dall’attuale misero 0,6% al 14%.

E’ chiara dunque la necessità di una riflessione seria da parte delle istituzioni su come promuovere la diffusione di queste tecnologie. Ad iniziare dal ripristino delle detrazioni fiscali del 55% per il solare termico e per le biomasse, che anzi vanno estese e rafforzate. Si devono inoltre individuare modalità di incentivazione in ambiti nuovi quali le pompe di calore geotermiche o la produzione termica a media temperatura che ha campi di applicazione vastissimi, dal calore di processo industriale alla climatizzazione estiva. Si tratta infatti di segmenti che, malgrado le enormi potenzialità, risultano privi di una politica organica di sostegno.

Sui biocarburanti, infine, va sviluppata una capacità di produzione nazionale, come momento intermedio verso i biocarburanti di seconda e terza generazione, gli unici che possono realmente contribuire al raggiungimento degli obbiettivi del 2020.
L’efficacia delle politiche delle rinnovabili sarà misurabile dalle tonnellate equivalenti di petrolio risparmiate e dalla crescita dell’industria delle tecnologie verdi.
Sul versante delle realizzazioni l’Italia sta finalmente ottenendo risultati significativi, come dimostrano i 1.010 MW eolici, i 200 MW fotovoltaici e i 400.000 metri quadrati installati di solare termico nel solo 2008.
Parecchio si sta muovendo anche sul fronte della creazione di nuove imprese fotovoltaiche. Risultati interessanti dovrebbero poi venire nel medio periodo dal programma “Industria 2015”. Sarebbe anzi auspicabile un suo rilancio con una seconda ondata di progetti.

Il 2009 sarà dunque un anno decisivo per capire se si riuscirà ad impostare un programma serio che consenta di proseguire un trend finalmente positivo o se verranno messi dei bastoni tra le ruote del nascente comparto delle rinnovabili e dell’efficienza energetica.
Senza dimenticare, infine che, nel contesto degli impegni vincolanti del 2020, le Regioni saranno chiamate a svolgere in questo campo un ruolo sempre più incisivo.


Gianni Silvestrini -
QualeEnergia.it

Sul fronte delle fonti rinnovabili sarà necessario rimboccarsi le maniche. La sfida più impegnativa è nel settore della produzione di calore: da qui dovrà arrivare più della metà degli obiettivi del 2020. Le soluzioni da mettere in campo nell'editoriale di Gianni Silvestrini.


domenica, 02 novembre 2008

Manifesto contro il nucleare

La nostra redazione ha ricevuto ed è lieta di pubblicare una sorta di manifesto del neonato Comitato nazionale "no nuke" e a favore delle rinnovabili e dell'efficienza energetica. Perché bisogna opporsi al ritorno del nucleare in Italia.

Il 15 novembre 2008, a Caorso si costituirà il Comitato per un’alternativa energetica, basata sulle fonti rinnovabili e il risparmio, anziché su un ingiustificato aumento dei consumi e sull’uso delle fonti fossili e di quella nucleare, come propone il Governo.

Berlusconi e il suo esecutivo, nel quadro del progettato rilancio del nucleare, promettono di individuare entro sei mesi i territori destinati ad ospitare le centrali, violando così una precisa volontà popolare espressa con un referendum che a grande maggioranza aveva deciso di chiudere con il nucleare.

Non aspetteremo che siano individuati i siti nucleari per opporci a questa scelta e non lasceremo sole le località che rischiano di subire una decisione antidemocratica, calata dall’alto e per di più militarizzata nell’attuazione.
Sosterremo il diritto delle popolazioni locali a fare valere la loro opinione anche, se necessario, con referendum territoriali, tanto più che costruire nuove centrali nucleari contrasterebbe con l’impostazione dei piani Energetico Ambientali Regionali già approvati. Porteremo in ogni luogo una battaglia delle idee, la controinformazione e per questo sollecitiamo la preziosa collaborazione del mondo scientifico e di quello intellettuale e di quanti possono contribuire in tutte le forme democratiche a sensibilizzare l’opinione pubblica: il nucleare è una scelta che va contrastata e sconfitta nel paese.

A questo scopo diamo vita ad un Comitato attraverso il quale organizzare, insieme a tutti gli altri soggetti associativi che si mobiliteranno sul territorio, il rifiuto popolare di questa tecnologia intrinsecamente insicura e incapace di smaltire i rifiuti radioattivi che produce.
L’obiettivo che ci poniamo è di fare avanzare un’altra proposta di politica energetica basata sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico, la sola scelta che permette di dare energia pulita al paese e contemporaneamente di ridurre le emissioni climalteranti. In linea quindi con gli obiettivi che l’Unione Europea renderà vincolanti nei prossimi mesi: ridurre, entro il 2020, del 20%, forse del 30% i gas serra attraverso un aumento del 20%, sia dell’efficienza energetica che delle fonti rinnovabili, mentre il Governo Berlusconi sta apertamente boicottando gli orientamenti europei rispetto al raggiungimento dell’autonomia energetica e del sostegno agli obiettivi di Kyoto.

Sono questi parametri i punti di riferimento di un nostro Piano Energetico Nazionale, la cornice entro la quale iscrivere le singole azioni, le scelte tecnologiche, la riconversione ecologica delle industrie più energivore, la riduzione dei rifiuti, il cambiamento del peso del trasporto individuale e su gomma.
Ci proponiamo di elaborarlo con il concorso più ampio delle popolazioni, sottoponendolo al giudizio dei cittadini, anche attraverso la presentazione di un progetto di legge di iniziativa popolare.

La nostra non sarà la sola iniziativa contro questa scelta sciagurata del Governo e, quindi, è nostra volontà coordinarci con tutte le altre strutture di mobilitazione, con le associazioni ambientaliste, con le persone del mondo della cultura e della scienza, con i sindacati, con le Regioni, con i Comuni disponibili.
Gli argomenti possono essere diversi, ma ciò che conta è unire le forze sull’obiettivo comune di una nuova politica energetica e del NO al nucleare.

Berlusconi e i suoi ministri cercano di convincere che compiono questa scelta in nome della lotta ai cambiamenti climatici e per garantire energia abbondante e poco costosa al paese rafforzando anche la sua autonomia energetica.
Queste affermazioni sono entrambe false: il nucleare non serve né a combattere i cambiamenti climatici né a ridurre la bolletta energetica del paese e per di più è un enorme consumatore di acqua, bene sempre più scarso.

Il nucleare va quindi rifiutato per le seguenti ragioni:

  1. l’uranio non è una risorsa né rinnovabile né sostenibile, limitata nelle quantità e nel tempo, che per di più ha visto i suoi costi aumentare in modo vertiginoso.
  2. non è affatto senza emissione di CO2 perché ne produce per l’estrazione del combustibile, durante la costruzione della centrale e nella fase del suo smantellamento.
  3. nessuno dei problemi segnalati dalla tragedia di Cernobyl è stato risolto e quindi il nucleare civile continua ad avere problemi di sicurezza per le popolazioni non risolti anche durante il funzionamento e un enorme impatto ambientale legato alla produzione di scorie radioattive che inevitabilmente si accumulano nell’ecosistema e graveranno sulle future generazioni per migliaia di anni. Va ricordato che in presenza di impianti nucleari è obbligatorio un piano di evacuazione delle popolazioni in caso di incidente grave, con l’abbandono di ogni attività, con pesanti restrizioni per le persone come vivere sigillati in casa.
  4. espone il mondo a rischi di proliferazione delle armi nucleari e al terrorismo; del resto questo è l’argomento che viene portato contro l’Iran poiché la tecnologia in uso è stata pensata per produrre plutonio e la generazione di energia elettrica ne è un sottoprodotto.
  5. non è in grado di risolvere né il problema energetico né quello del cambiamento climatico; infatti le risorse di uranio, già oggi scarse, non sarebbero sufficienti di fronte ad un aumento ulteriore della domanda ed è quindi inutile sperare di aumentare la capacità installata in maniera tale da coprire una quota significativa della nuova domanda di energia, né di sostituire la quota fossile.
  6. ha dei costi economici e finanziari diretti e indiretti troppo elevati che in realtà gravano sulla società e sulle finanze pubbliche e inoltre è una tecnologia che usa e spreca enormi quantità d’acqua
  7. comporta un modello di generazione di energia centralizzato, basato su centrali di elevata potenza, che non garantiscono sicurezza e tanto meno assicurano il diritto all’energia diffusa nel territorio; infatti il nucleare è un modello che richiede sistemi di gestione autoritari, centralizzati ed antidemocratici. Non a caso le centrali nucleari civili vengono considerate come gli altri siti energetici alla stregua di siti militari.

E’ quindi irrealistico pensare di uscire dai fossili rilanciando il nucleare. In Francia ad esempio una massiccia presenza del nucleare (78%) si accompagna ad un consumo pro capite di petrolio maggiore che in Italia.

Uscire dal petrolio e dalle energie fossili e non rinnovabili senza il nucleare si può.
E’ matura, tecnologicamente ed economicamente, una scelta energetica a favore del risparmio energetico e delle energie rinnovabili che un programma di incentivi pubblici e l’utilizzo della leva fiscale possono e devono promuovere

Il paese può e deve essere più efficiente e non sprecare energia.
Questo è il primo obiettivo che ci proponiamo. Si calcola che metà dei consumi energetici italiani sono in realtà sprechi derivanti da usi poco razionali e inefficienti dell’energia.
Si può puntare molto in alto con il risparmio energetico, fino a risparmiare il 50% dell’energia oggi usata per garantire i servizi di illuminazione, riscaldamento, raffrescamento, mobilità, usi industriali.
Sono necessari interventi per aumentare l’efficienza dell’uso dell’energia e per correggere gli sprechi, sviluppando politiche di sufficienza diffusa nel territorio può portare a ridurre i consumi di energia, pur mantenendo standard elevati di vita; per questo occorre puntare a risparmi significativi sia per il sistema economico che per il rispetto degli impegni di Kyoto, peraltro già oggi insufficienti di fronte ai cambiamenti climatici.
E’ possibile e realistico puntare all’obiettivo di procurare al paese gran parte dell’energia che gli è veramente necessaria attraverso le fonti rinnovabili.
Lo si può fare, come dimostrano le esperienze di molti paesi, Germania e Spagna, in particolare incentivandone l’installazione diffusa con lo strumento del “conto energia” che ha dimostrato nei paesi che l’hanno adottato di funzionare e aumentare notevolmente la capacità rinnovabile installata.

Sono due strade alternative.
Quella del Governo non garantisce autonomia energetica al paese è antidemocratica, costosa, pericolosa per la salute delle persone e l’ambiente, oltre che poco utile per ridurre le emissioni climalteranti e ci isola dall’Europa.

La politica energetica da noi indicata invece riduce la nostra dipendenza energetica, fornisce i servizi energetici usando fonti rinnovabili (un barile di petrolio corrisponde ad un metro quadrato di pannello solare) che non alterano il clima e che sono diffuse sul territorio e, quindi, facilmente controllabili dalle popolazioni, oltre a promuovere un diverso sviluppo, creando nuova occupazione di qualità.

Questa è l’alternativa che proponiamo:
Sono queste le ragioni per cui decidiamo di promuovere un Comitato per il No al Nucleare e per il SI ad una politica energetica alternativa di risparmio e sviluppo delle fonti rinnovabili e per questo convochiamo un’Assemblea a Caorso costitutiva del Comitato che è aperto a tutti i contributi.


Testo redatto il 7 ottobre 2008

Mario Agostinelli, Andrea Baranes, Marco Bersani, Mauro Bulgarelli, Alberto Calza Bini, Valerio Calzolaio, Paolo Casali, Sergio Caserta, Paolo Cento, Lilia Chini, Giuseppe Ciliberto, Nicola Cipolla, Lisa Clark, Paolo De Marchi, Pippo Di Falco, Angelo Frezzotti, Antonio Fagioli, Antonio Filippi, Roberto Gili, Alfiero Grandi, Umberto Guidoni, Mirko Lombardi, Walter Mancini, Giorgio Mele, Roberto Musacchio, Gianni Naggi, Corrado Oddi, G.Paolo Patta, Vittorio Sartogo, Massimo Serafini, Giorgio Tiboni.

da AltrEnergia


Rinnovabili contro crisi economica

eolico e sole Affrontare la crisi energetica e ambientale non è un costo, ma la via migliore per tirarsi fuori dalla crisi economica. Lo sostiene anche l'Unep che auspica un "Green New Deal". Ne parla un editoriale dell'Independent.

“Combattere il cambiamento climatico è qualcosa che può andare bene per i tempi di vacche grasse, ma costa troppo ed è un lusso che non ci si può permettere in un periodo di crisi economica come quello appena iniziato”. Questa, semplificando, pare essere l’argomentazione di chi si sta opponendo all’adozione delle misure necessarie per ridurre le emissioni. Un approccio tenuto anche dal nostro Governo.

Una visione che secondo molti analisti è quanto meno miope: basterebbe ricordare le cifre del famoso rapporto dell’economista Nicholas Stern, ex vicepresidente della Banca mondiale e consulente di Gordon Brown, secondo il quale non fermare le emissioni di gas serra costerà dal 5 al 20% del Pil mondiale. Un altro buon motivo per puntare su efficienza e rinnovabili è che, anche se queste settimane di prezzi in calo sembrano farlo dimenticare, la produzione di petrolio è destinata a diminuire e a non tenere il passo della domanda. Anzi, prezzi bassi del barile non favoriscono investimenti incrementali per nuove espolorazioni come quelle offshore o per l'estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose.

Ma la ragione più importante è che, come scrive Geoffry Lean sull’
Independent “sviluppare un'economia verde è la via più promettente per uscire dalla crisi”. Un’idea condivisa da molti e che è anche alla base della Green Economy Initiative dell’Unep, il programma multimilionario dell’agenzia Onu per l’ambiente, che si propone di rilanciare l’economia mondiale investendo sull'ambiente e che verrà presentato oggi a Londra.  Un’iniziativa che l’Unep ha battezzato “New Deal verde” proprio per ricordare il programma con cui Roosvelt fece uscire gli Stati Uniti dalla crisi del ’29. Ne abbiamo parlato diffusamente in queste ultime settimane anche su Qualenergia.it ("Dalla crisi al New Deal sostenibile"; "Serve un Toro verde").

Alcuni dati presentati dall’Unep dimostreranno quello che gli investimenti verdi hanno finora prodotto e ciò che potranno fare per l’economia mondiale. Lean li anticipa sull’Independent.
Dal 2004 al 2007, secondo un report di prossima pubblicazione realizzato da Michael Liebreich, direttore di New Energy Finance Worldwide, gli investimenti nelle rinnovabili sono cresciuti da 33,4 miliardi di dollari a 148; ad esempio, la percentuale di rinnovabili nel mix energetico tedesco negli stessi anni è triplicata creando circa 250mila posti di lavoro. In Cina il solo settore del solare termico, che potrà raddoppiare entro il 2030, impiega già 600mila persone. A livello mondiale, le rinnovabili danno lavoro a 2,3 millioni di persone, numero che quadruplicherà entro il 2030. Il mercato di beni e servizi legati all’ambiente attualmente ha un valore di 1,37 trillioni di dollari, che dovrebbe raddoppiare nel giro di 12 anni.

“L’economia del ventesimo secolo è stata guidata dalla finanza, quella del ventunesimo deve essere basata sulla tutela e lo sviluppo del capitale naturale mondiale, per creare i posti di lavoro e la ricchezza che servono” dichiara all’Independent Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Unep, che porta l’esempio del Messico dove un milione e mezzo tra i messicani più poveri hanno trovato lavoro nella tutela delle foreste, preservando così risorse importanti per il paese come acqua e suolo, oltre a rallentare il riscaldamento globale. Investimenti del genere, sottolinea il giornalista dell’Independent, hanno senso sia a livello ambientale che economico: danno lavoro e dunque potere d’acquisto, e rilanciano l’economia.

Una visione, quella del "New Deal verde", che potrebbe sembrare utopistica. Ma, conclude l’editoriale di Lean, è più irrealistico quello che volevano farci credere e cioè che un sistema bancario, in precario equilibrio su debiti avariati e mosso dall’avidità di pochi, avrebbe fatto bene alle tasche di tutti, poveri compresi, mentre combattere povertà e crisi ambientale e avviare la transizione energetica avrebbe rovinato il sistema finanziario mondiale.

venerdì, 31 ottobre 2008

New sa QualEnergia

Scorie italiche, dove finiranno?
Mentre si parla di centrali future il problema delle scorie radioattive italiane resta irrisolto. L'ipotesi del sito unico di stoccaggio si allontana ed emerge quella di esportarle negli Usa, da dove però potrebbero tornare al mittente.

Nucleare, una Fata Morgana in Finlandia
Il cantiere della centrale nucleare di Olkiluoto, esempio citatissimo dai nuclearisti europei, continua a ingoiare miliardi e così svanisce il miraggio dell’elettricità a basso costo.

Strategia globale per rottamare petrolio e nucleare
Il nuovo rapporto di Erec e Greenpeace parla di rivoluzione energetica: come soddisfare il 56% della domanda di energia primaria mondiale al 2050 con le rinnovabili e risparmiare 14mila miliardi di euro in combustibili fossili.

Il piccolo eolico britannico
La notevole crescita del micro e mini eolico nel Regno Unito e le prospettive soprattutto nel settore domestico e nelle piccole aziende. Oltre 2 milioni di utenze potenziali.

L'energia del pellet
L'Italia è prima in Europa per numero di stufe a pellet installate. La segatura pressata è un combustibile con diversi vantaggi e in continua crescita. Ne parliamo con Marino Berton, coordinatore dell'Associazione Italiana Pellets.

Mercato fotovoltaico, previsioni a breve
Secondo la ricerca di mercato della società tedesca EuPD Research le installazioni fotovoltaiche in Italia cresceranno in media fino al 2010 del 119% annuo. Il giro d’affari toccherà il prossimo anno 1,2 mld di euro


2020, nucleare o rinnovabili

Il tentativo di resuscitare il nucleare rischia di far perdere all'Italia un altro treno per una leadership nelle tecnologie verdi. Venti anni fa non colse questa opportunità, e oggi verrebbero deviate risorse e intelligenze. L'editoriale di Gianni Silvestrini.

Il polverone sollevato in questi giorni sui costi legati al raggiungimento degli obbiettivi di Kyoto e la contemporanea svolta nucleare del governo impongono una riflessione di fondo sulle opportunità (mancate) del paese e sulle importanti decisioni dei prossimi mesi che rischiamo di replicare il film delle scelte perdenti.
Quando l’Italia uscì dal nucleare 20 anni fa, perse un’occasione storica per reindirizzare la propria politica energetica. Se avesse infatti puntato con determinazione sulle rinnovabili avrebbe creato nel corso degli anni Novanta una importante industria che, ora, in pieno boom mondiale delle energie verdi, potrebbe giocare un ruolo di rilievo con esportazioni per molti miliardi di euro all’anno.

Né si può dire che i tempi erano prematuri, perché proprio in quel periodo la California si lanciava nell’eolico e nel solare termodinamico, il Giappone e la Germania nel fotovoltaico, la Danimarca nell’eolico, mentre il nucleare entrava in un inarrestabile oblio.
Dunque, un’occasione persa per la mancanza di visione strategica della nostra classe politica e imprenditoriale.

Adesso ci troviamo in un altro momento critico, di svolta, se vogliamo di segno opposto. Infatti siamo di fronte ad un riorientamento degli investimenti verso le fonti rinnovabili, con una crescita rapidissima a livello internazionale, rafforzato in Europa dall’obbiettivo legalmente vincolante al 2020.
Non si tratta perciò questa volta di fare da apripista, ma di trovare uno spazio nel processo di gigantesca trasformazione avviatosi. Questo rinnovamento può offrire grandi opportunità alle nostre industrie ma, in mancanza di rapida reattività del sistema, rischia di relegarci nel ruolo di paese importatore di tecnologie verdi.
Dunque, invece di lamentarsi, governo e imprenditori dovrebbero comprendere come sfruttare l’obbiettivo del 2020 per creare una solida industria delle rinnovabili in grado, nel giro di 5-6 anni, di esportare tecnologie nel mercato energetico con i più alti tassi di crescita.

E invece? Sottraiamo intelligenze, tempo e risorse per inseguire una soluzione in cui partiamo da zero, non esiste un consenso politico e non riusciremo mai a ricavarci un reale spazio nella competizione internazionale.
Senza contare che i nostri reattori, entrando in funzione tra il 2022 e il 2030 non potrebbero aiutarci a raggiungere gli obbiettivi legalmente vincolanti della fine del prossimo decennio (rinnovabili e riduzione dei gas climalteranti), rendendo altamente probabile il rischio di forti sanzioni per il nostro paese.

E quando mai le centrali dovessero vedere la luce, dovrebbero confrontarsi con i costi delle rinnovabili che nel giro di 10-15 anni saranno diventate altamente competitive. Dunque, una scelta che dal punto di vista della politica industriale rischia di essere un altro fallimento, distogliendo l’attenzione dalla vera sfida di creare una solida industria dell’efficienza e delle rinnovabili.

Riepilogando: venti anni fa alla chiusura del nucleare non è seguito un cambiamento strategico di politica energetica, facendoci perdere un’occasione storica di leadership nelle tecnologie verdi. Adesso che il treno delle rinnovabili è già partito a livello internazionale, la riapertura del capitolo del nucleare rischia di farci perdere l’occasione di un riaggancio e di provocare una irreversibile marginalizzazione industriale.

Gianni Silvestrini


sabato, 25 ottobre 2008

Se l’ente locale si dichiara denuclearizzato

Per il clima contro il nucleare da Legambiente

logo campagna per il clima contro il nucleareLa mobilitazione nazionale di Legambiente per un sistema energetico moderno, pulito e sicuro.

Il governo Berlusconi ha deciso per un ritorno del nucleare nel nostro Paese, con un obiettivo dichiarato di produrre il 25% dell’energia elettrica dall’atomo. Per promuovere questa decisione ha inaugurato da qualche mese una campagna di disinformazione sulle presunte opportunità che questa scelta garantirebbe al nostro Paese. Col nucleare, secondo l’Esecutivo, l’Italia rispetterà l’accordo europeo 20-20-20  per la lotta ai cambiamenti climatici (secondo cui entro il 2020 tutti i Paesi membri devono ridurre del 20% le emissioni di CO2 del 1990, aumentare al 20% il contributo delle rinnovabili al fabbisogno energetico, ridurre del 20% i consumi energetici), ridurrà il costo dell’energia e le importazioni, grazie a delle non meglio identificate centrali di “nuova” generazione, descritte come sicure, pulite e tecnologicamente avanzate.

 

Se l’Italia decidesse di puntare sul nucleare, causa le ingentissime risorse necessarie per sostenere questa avventura, abbandonerebbe qualsiasi investimento per lo sviluppo delle rinnovabili e per il miglioramento dell’efficienza, che sono invece le soluzioni più immediate ed efficaci per recuperare i ritardi rispetto agli accordi internazionali sulla lotta ai cambiamenti climatici, e rinuncerebbe alla costruzione di quel sistema imprenditoriale innovativo e diffuso in grado di competere sul mercato globale, che ad esempio in Germania occupa ormai 250.000 lavoratori.

 Legambiente lancia una grande mobilitazione nazionale, fatta di tante iniziative, da organizzare insieme ad una ampia alleanza di sigle associative, ambientaliste e non, con l’obiettivo di rispondere alle bugie del governo e dei nuclearisti, ristabilire la verità sulla dannosità del nucleare e la sua inutilità per il raggiungimento del 20-20-20, alimentare il dibattito a livello territoriale sui due scenari energetici alternativi futuri che devono comprendere (secondo il governo) o meno (secondo noi) la produzione di elettricità dall’atomo.

Con la nostra mobilitazione non ci limiteremo a spiegare i motivi della nostra opposizione all’atomo, ma rilanceremo la nostra idea di modello energetico, fondato su politiche di efficienza e sviluppo delle rinnovabili e sul gas come fonte fossile di transizione. Senza il quale l’Italia resterebbe fuori da quel percorso di modernizzazione già intrapreso con successo da altri Paesi, come la Germania e la Spagna, che grazie ad una strategia energetica innovativa usciranno nei prossimi anni dall’era nucleare. Perché solo con una seria politica nazionale e locale, che promuova l’innovazione e renda più efficiente e sostenibile il modo con cui produciamo l’elettricità e il calore, si muovono le persone e le merci, consumiamo energia negli edifici e produciamo beni, l’Italia riuscirà a dare il suo vero contributo alla lotta ai cambiamenti climatici, rispettando la scadenza del 2020 dell’accordo comunitario 20-20-20.Se l’ente locale si dichiara denuclearizzato da QualEnergia

Firma l'appello Per un sistema energetico moderno, pulito, sicuro

 

Campagna nazionale di Legambiente rivolta a tutti i Comuni, le Province e le Regioni: no alle centrali nucleari e rilancio degli obiettivi per la riduzione di gas serra con rinnovabili, efficienza energetica e progetti di mobilità sostenibile.

L’ente locale diventi denuclearizzato e vieti su tutto il proprio territorio di propria competenza l’installazione di centrali nucleari. E’ questo l’invito di Legambiente alle amministrazioni locali italiane in risposta alla decisione del governo di riaprire la partita dell'energia atomica nel nostro paese. L’iniziativa "Territori denuclearizzati" è stata lanciata con lo slogan 'Per il clima, contro il nucleare'.

In sintesi, nella lettera destinata agli enti locali Legambiente ha deciso di promuovere presso tutti i Comuni, le Province e le Regioni una campagna nazionale per la dichiarazione dei territori 'denuclearizzati', cioè che sono contrari alla produzione di energia dall'atomo, rinunceranno a ospitare centrali nucleari e garantiranno la massima trasparenza e partecipazione nel processo di individuazione di siti di stoccaggio per i rifiuti radioattivi, derivanti anche dal decommissioning delle centrali dismesse dopo il referendum del 1987.
“Quanto più il nostro esecutivo imporrà le sue scelte in maniera antidemocratica – ha detto il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - tanto più ci batteremo per rilanciare la partecipazione e sosterremo la legittima esigenza delle popolazioni e degli enti locali di potersi esprimere a riguardo”.

Legambiente informerà i cittadini sui falsi miti di una strategia energetica che l’associazione giudica estremamente dannosa per lo sviluppo dell'Italia. Il governo ha indicato per il nucleare un obiettivo del 25% dell'energia elettrica prodotta, ma per raggiungerlo sarà necessario localizzare e costruire almeno 8 centrali nucleari simili a quella in costruzione attualmente in Finlandia, la più grande al mondo, di terza generazione evoluta, una tecnologia già vecchia che non ha risolto nessuno dei problemi noti da anni.

Come spiega Legambiente nel suo comunicato, a 22 anni dall'incidente di Chernobyl, il nucleare non solo pone ancora gravissimi problemi di sicurezza, ma è anche una fonte energetica costosa che non abbasserà affatto la bolletta energetica nazionale, non ridurrà la nostra dipendenza dall'estero e non ci permetterà di rispettare la scadenza europea del 2020 per la riduzione delle emissioni di gas serra prevista dall'accordo europeo 20-20-20".

Infatti, se l'Italia decidesse di puntare sul nucleare, dato il costo ingentissimo dell'operazione, abbandonerebbe qualsiasi investimento alternativo sullo sviluppo delle tecnologie pulite e dell'efficienza energetica e rinuncerebbe alla costruzione di quel sistema imprenditoriale innovativo e diffuso in grado di competere sul mercato globale.
Alla luce di queste valutazioni, "solo con una seria politica nazionale e locale - aggiunge il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - che escluda il nucleare, promuova l'innovazione e renda più efficiente e sostenibile il modo con cui produciamo l'elettricità e il calore, si muovono le persone e le merci, consumiamo energia negli edifici e produciamo beni, riusciremo, infatti, a rispettare le scadenze internazionali per la lotta ai cambiamenti climatici".

Per rispondere alla campagna governativa di disinformazione sul nucleare e alimentare il dibattito su scenari energetici alternativi, Legambiente organizzerà varie iniziative in tutta Italia per confrontarsi con gli amministratori locali, ma anche assemblee con studenti e docenti nelle scuole e nelle università.


giovedì, 16 ottobre 2008

La macchina eolica di Palmiro Ghirotto

Palmiro Ghirotto e la macchina eolica di sua invenzione

Cassine. È solo un prototipo, ma le rilevazioni strumentali non lasciano molti dubbi: la "macchina eolica ad asse verticale" di Palmiro Ghirotto, 72 anni, cassinese, inventore per hobby e per vocazione, ha tutte le carte in regola per segnare una svolta nell'ambito delle fonti alternative. E forse, finalmente, per dare al suo artefice un po' di quella fama che avrebbe meritato per altre, precedenti intuizioni.

La storia personale di Ghirotto è meglio di tanti romanzi d'appendice: appassionato di meccanica, ha nel suo curriculum vitae un impiego come motorista nella Regia Marina Svedese, dove ha servito la corona di Carlo Gustavo per ben diciassette anni: per lui non è stato l'unico lavoro svolto nel corso della vita, ma si tratta sicuramente di un elemento significativo per sottolinearne la grande vocazione per la meccanica e l'ingegneria: predisposizioni che, unite alla sua inventiva, lo hanno condotto a diverse geniali intuizioni.

Come inventore, la sua fama è già nota: nel corso della sua vita ha ottenuto riconoscimenti sia alla fiera di Ginevra che al salone dell'Invenzione di Genova dove, nel lontano 1973, una sua creazione ottenne addirittura il terzo premio mondiale per la meccanica.

Tra i suoi brevetti, vale la pena segnalare il primo prototipo di motore ibrido, datato 1971 e, addirittura, un avveniristico spinterogeno a fibre ottiche, inventato e brevettato - udite udite - nel 1975. Invenzioni che avrebbero potuto renderlo ricco, "se non fosse che siamo di fronte ad una persona tanto geniale nelle intuizioni quanto poco portata all'autopromozione", dice di lui uno degli amici che lo aiutano nei suoi esperimenti.

Ma torniamo alla sua macchina eolica. Anzi, alla "macchina del vento", come la chiama lui. L'idea alla base è molto semplice, come ci spiega mostrandoci il prototipo, costruito nel suo cortile. "Riducendo gli attriti, ho creato un meccanismo in grado di fornire un rendimento superiore di una volta e mezza a quello delle più efficienti apparecchiature del settore". Un risultato sorprendente. E dire che nemmeno il suo inventore se n'era accorto...

"Sapevo che la macchina funzionava bene, ma non pensavo neanche io di avere ottenuto un risultato tanto superiore ai meccanismi già in commercio". La constatazione è avvenuta per caso, a Cairo Montenotte... "Ero andato a fare una visita alla "Fiera dell'energia", che si è svolta qualche settimana fa. Lì ho visto esposti i modelli più avanzati del settore e mentalmente ho fatto un raffronto con il mio: non immaginavo di essere così avanti...".

Cerchiamo di spiegare di che si tratta con parole semplici: la macchina realizzata da Ghirotto è composta da un albero centrale sormontato da una corona mobile da cui si dipartono dei rami metallici, che terminano con pannelli di plexiglass della grandezza di un metro quadrato di superficie. I pannelli, investiti dal vento (basta una minima corrente d'aria) fanno girare l'albero: il principio è quello dei mulini a vento, già utilizzato dalle attuali apparecchiature eoliche, ma Ghirotto lo ha migliorato studiando un sistema per ridurre gli attriti: giungendo sul lato opposto rispetto alla direzione del vento, infatti, le pale compiono una torsione di novanta gradi e si appiattiscono, offrendo una resistenza pari a zero che migliora l'efficienza del meccanismo.

Il movimento viene poi trasmesso a un generatore di corrente. "La potenza - spiega Ghirotto osservando la barra anemometrica posta alla base del meccanismo - dipende ovviamente dalla superficie delle pale. Con un metro quadrato e vento a forza 6 ottengo 150 watt". Potenzialmente, la sua invenzione è rivoluzionaria, a patto però di sfruttarla adeguatamente, il che non è scontato: per ora, l'unico Ente a farsi avanti per la sua invenzione è stata la Regione Liguria: "Mi hanno contattato e mi hanno chiesto di portarla sugli Appennini per fare un mese di test. Solo che in cima a un monte dovrei andarci io, a mie spese, e sempre a mie spese dovrei rimanerci un mese intero e condurre da solo i miei esperimenti...".

Il rischio è quello che non si riesca a sfruttare appieno un'invenzione dalle grandi potenzialità: "rispetto agli altri meccanismi la mia invenzione funziona anche con una corrente d'aria minima e ha rendimenti più alti. Spero, rivolgendomi ai giornali, di trovare qualche ditta o qualche Ente davvero interessato. Sarebbe una soddisfazione personale".

E magari potrebbe portargli qualche soldo in più da investire nella realizzazione di altre idee. Perchè l'inventiva, si è capito, non gli manca. "D'altra parte - è il suo motto - secondo me al mondo è già stato inventato tutto: si tratta solo di mettere insieme le conoscenze che già abbiamo nel modo giusto". E detto così, sembra tutto facile. (M.Pr)

da L'Ancora


domenica, 12 ottobre 2008

IL VERO AFFARE E` RINNOVABILE

 

di PAOLO PIETROGRANDE

IL MONDO DELLA FINANZA È SEMPRE PIÙ ATTENTO ALLE FONTI ALTERNATIVE

La tanto decantata Germania, nonostante le migliaia di mulini a vento realizzati negli ultimi anni e i milioni di metri quadri di pannelli solari disseminati sul territorio, ancora oggi ha un’incidenza pro capite dell’energia pulita inferiore all’Italia.

Merito dei nostri nonni che per supportare la crescita industriale degli anni Trenta hanno sfruttato i piccoli corsi d’acqua per costruire centraline idroelettriche e che, già cento anni fa, hanno saputo ingegnosamente imbrigliare le fumarole di Larderello per produrre energia geotermoelettrica. Perfino nel settore eolico le prime macchine di grande taglia sono state realizzate in Italia, dall’Ansaldo, negli anni Novanta ed Eni fu un precursore delle tecnologie fotovoltaiche. Purtroppo gli italiani hanno molta difficoltà a convertire la spiccata prolificità delle soluzioni tecniche in successi commerciali globali. Così i danesi hanno costruito  una fortuna dove Ansaldo si è ritirata, i norvegesi dominano il mercato fotovoltaico, 16 miliardi di euro di fatturato all’anno, mentre le residue attività di Eni nel settore sono diventate così insignificanti da sparire dalle statistiche.

La danese Vestas è leader della tecnologia eolica e vale in borsa 25 miliardi di dollari, il doppio di Finmeccanica, la norvegese Rec è leader mondiale del silicio e dei wafer fotovoltaici e ha  una capitalizzazione di borsa di 13 miliardi di dollari, una volta e mezza la Fiat. Queste due aziende, create in piccoli Paesi europei che hanno meno ingegneri, meno cultura industriale, meno risorse energetiche rinnovabili dell’Italia, quindici anni fa non esistevano.

Vestas, Rec e molti altri hanno potuto crescere rapidamente grazie a un management team che ha saputo rinnovarsi man mano che le sfide imponevano nuove competenze e grazie a un sistema di investitori finanziari che ha saputo sostenere le ambizioni del management e ha fornito riferimenti e motivazioni per accelerazioni della crescita. Per i grandi fondi pensione americani, per i principali broker finanziari, per i grandi private equity investire in aziende che operano nel settore delle rinnovabili è un business logico perché:

• i consumi energetici sono destinati a salire indipendentemente dall’attuale aumento dei prezzi petroliferi, poichè le popolazioni dell’Asia aspirano a una migliore qualità della vita che necessita di maggiore utilizzo di fonti energetiche primarie;

• la crescita del settore delle rinnovabili si basa su fondamenti solidi come la crescente esigenza di non dipendere energeticamente dai Paesi produttori di petrolio e la necessità di garantire stabilità di prezzi per le forniture di energia elettrica;

• i modelli di business sono semplici, prevedibili e con una visibilità di lungo periodo. Piani finanziari a 20 anni sono affidabili perché le componenti di costo soggette a inflazione hanno un peso marginale rispetto al costo industriale complessivo, visto che non ci sono combustibili, mentre risentono in maniera preponderante del valore dell’investimento iniziale, compiuto sotto il controllo dei finanziatori;

• il quadro normativo internazionale, seppure soggetto a variazioni, è affidabile ed è sostenuto dalla crescente attenzione dell’opinione pubblica ai temi ambientali e all’esigenza di contrastare i cambiamenti climatici.

Con queste caratteristiche fondanti è ovvio che gli investitori istituzionali guardino con favore al settore e che banche e istituti di credito siano disposti a concedere leve finanziarie significative e su periodi estesi.

I grandi operatori del settore sono riconducibili a quattro tipologie distinte:

• le società elettriche che hanno divisioni rinnovabili al loro interno, come Enel, Sorgenia, Edison in Italia, ma anche Shell e Bp all’estero, e che hanno obiettivi di diversificazione delle fonti e capacità di investimento illimitate, ma soffrono di una certa lentezza ad adeguarsi alla grande frammentazione territoriale del business;

• i grandi operatori elettromeccanici multinazionali, General Electric, Siemens, Applied Materials che hanno acquisito le tecnologie più promettenti e, applicando la rigorosa disciplina dell’innovazione tecnologica e dell’ottimizzazione operativa, hanno apportato grandi benefici in termini di affidabilità, competitività e performance delle apparecchiature;

• le aziende specializzate ad azionariato diffuso quotate in borsa, per esempio Hiberdrola Renewables tra i produttori di energia, Gamesa, Vestas, Rec o Suntech tra i costruttori di componenti, caratterizzate da una fortissima focalizzazione in un solo settore, nel quale sono leader incontrastati e a oggi si può stimare che le principali aziende esclusivamente dedicate al settore che sono quotate in borsa valgano oltre 200 miliardi di dollari, circa la metà della capitalizzazione della borsa di Milano;

• le aziende specialistiche più piccole che hanno fatto ricorso al private equity per finanziare la loro crescita, come ad esempio in Italia Ivpc, Icq, Asja, E&S che sono tutti produttori di energia rinnovabile, Gamesa Solar, Ges, che sono invece impiantisti a livello internazionale. Secondo le dichiarazioni dei principali fondi di investimento mondiali sono almeno nove i miliardi di dollari che sono stati investiti nel settore da private equity nell’ultimo anno.

Private equity in attesa

Sulla scia di Atmos Holding, il precursore in Italia dei fondi di investimento dedicati al clean tech, negli ultimi mesi sono nati numerosi private equity, come Ambienta, Next Energy e Greenenergy Capital; il mercato è così giovane che pochi hanno già avviato la fase di dismissione, quindi sono ancora rari i casi in cui è possibile misurare la resa economica di queste attività di investimento:

tra questi pochi, il caso più eclatante è dell’irlandese Trinergy che in tre anni ha acquisito, valorizzato e poi ceduto impianti eolici, gran parte in Italia, realizzando plusvalenze vicine al miliardo di euro e creando aspettative forse esagerate nel settore.

I private equity italiani, drogati da tali aspettative, sono ora alla ricerca di opportunità di investimento su impianti in esercizio o in via di sviluppo. Ma dov’è il valore? In Italia operano nel settore delle fonti rinnovabili circa 400 aziende, con 15 mila addetti e che generano circa sei miliardi all’anno di ricavi, probabilmente versano all’erario non meno di 500 milioni, peraltro riducendo le importazioni di greggio di 40 milioni di barili all’anno, al prezzo attuale, quindi alleggerendo la bilancia dei pagamenti di non meno di cinque miliardi di euro. Molte di queste aziende hanno conoscenze tecniche e operative rilevanti, grazie alla consolidata esistenza del settore in Italia, ma operano tipicamente in area locale, hanno dimensioni troppo piccole per potersi permettere investimenti in innovazione e in sviluppo commerciale, e spesso sono gestiti dal fondatore o dai suoi eredi che non sempre dispongono delle necessarie competenze manageriali per assicurare la crescita economica.

Quando i private equity e ancor di più i venture capitalist investono in Italia spesso è perché hanno analizzato con attenzione il contenuto tecnologico delle aziende facendo emergere piccole realtà che, gestite con mano più esperta e dotate delle necessarie risorse finanziarie, saranno in grado di primeggiare a livello mondiale.

Dieci anni fa l’attività visionaria di uno dei più brillanti pionieri del settore, l’avvocato Vigorito, è stata valorizzata grazie a investitori americani che hanno consentito lo sviluppo di Ivpc fino a farlo diventare il secondo maggior developer eolico in Europa; similmente la Baccini, che è entrata nel gruppo Applied Material, da efficace ma piccolo fornitore di macchinari, è ora destinata a dominare il mercato dei sistemi per la produzione di celle fotovoltaiche; e ancora Ener3, acquisita da First Reserve, che grazie alla contemporanea acquisizione di Gamesa Solar, da boutique della consulenza sulle rinnovabili è ora la testa di ponte di uno dei principali impiantisti di rinnovabili in Europa.

I private equity e i venture capitalist sono un ottimo strumento per valorizzare idee imprenditoriali e competenze, ma in Italia sembrano distratti dalla ricerca di partecipazioni con durate brevi e di aziende già mature. Anche perché le piccole aziende, pur brillanti e dotate di prospettive rilevanti di crescita, non sono predisposte per l’ingresso di un partner finanziario che ha bisogno di sistemi gestionali trasparenti, solide strutture contrattuali, comunicazione puntuale e concisa.

 

Potenziali di crescita

Come valorizzare quelle aziende caratterizzate da buona dose di “italian ingenuity” che hanno la potenzialità di primeggiare in un mercato globale in continua inesorabile crescita, ma che hanno bisogno di partner esperti?

Innanzi tutto quando un piccolo operatore decide di farsi affiancare da un private equity è necessario che le aspettative di valore dell’azienda siano realistiche, basate su piani di sviluppo supportati da analisi, verifiche puntuali e associati a capacità manageriali adeguate. Gli ultimi 12 mesi hanno visto in Italia una preoccupante serie di tentativi falliti di quotazione in borsa o di mancata cessione di quote a private equity. Gran parte di questi insuccessi sono riconducibili alla scarsa professionalità di advisor e di consulenti che hanno trascinato i loro clienti in improbabili supervalutazioni di progetti e idee, non adeguatamente supportati dalla solidità manageriale per portarli a termine.

Fissare obiettivi realistici significa anche guidare gli advisor anziché farsi guidare da loro. La trasparenza e la lealtà sono caratteristiche fondamentali per lavorare con un private equity, e non sono delegabili.

Poi è necessario che le aziende che cercano partner finanziari abbiano un piano di sviluppo semplice, focalizzato se possibile su una sola idea da perseguire con determinazione.

Saper scegliere un tema significa investire tutto per il successo di quell’iniziativa. Un investitore che volesse diversificare i campi di interesse, investirebbe in diverse aziende, non nella stessa. Manager-fondatori troppo distratti da impegni sociali, da incarichi altisonanti, da ruoli pubblici non sono gli interlocutori più credibili per investitori che a loro si dovrebbero affidare per gestire la crescita del valore delle aziende su cui hanno investito. In realtà gli investitori scelgono il manager associato all’idea imprenditoriale, se il manager non è all’altezza, difficilmente investono.

Realizzare una fabbrica di pannelli solari con la più avanzata nanotecnologia a nulla serve se contemporaneamente, o addirittura in anticipo, non è stata predisposta un’adeguata rete di commercializzazione . Ci sono proposte di investimento per linee da 100 MW/a, un quarto della capacità mondiale, senza che vi sia alcun accordo di commercializzazione: difficilmente saranno realizzate.

Investitori che decidono di intraprendere un progetto non sono spaventati dall’entità delle risorse necessarie, ma spesso proprio dalla loro sottovalutazione. Perché un componente rivoluzionario conquisti il mercato non sono solo necessari investimenti in macchinari e ingegneri: servono anche consistenti iniezioni di capitale circolante, addetti commerciali, amministrativi e così via. Spesso i business plan presentati sono un esercizio di parsimoniosa crescita per piccoli passi, mentre i partner finanziari vogliono contribuire a una repentina accelerazione dello sviluppo aziendale, vogliono “fare la differenza”.

Infine, gli investitori stranieri guardano con sospetto gli investimenti che sono basati su contesti tariffari e normativi troppo esposti al dibattito politico locale: giustamente rifuggono dalle attività in cui è possibile che si insinuino corruzione e intermediari.

Nessuno dei punti elencati costituisce novità per chi opera nel settore a livello globale. Chi sette anni fa ha incontrato un simpatico scienziato di origine cinese - professore universitario nella piccola università di New South Wales in Australia -, non può che essere sorpreso di vedere oggi il dottor Zhengrong Shi a capo del maggiore produttore al mondo di pannelli fotovoltaici, Suntech, azienda quotata alla borsa di New York che vale quanto Mediaset: per fare questi passi da gigante il brillante professore ha fatto ricorso a partner adeguati, che in lui hanno però riconosciuto leadership, credibilità, affidabilità e determinazione. Nelle quattrocento aziende italiane che si occupano di clean tech ci sono molti dottor Shi, ma dobbiamo farli emergere, in modo che in futuro la geniale preveggenza di Ansaldo ed Eni possa servire ad affermare nel mondo le idee e le competenze italiane.

da Il quarto numero 2008 della rivista QualEnergia Anno VI, n.4, settembre-ottobre 2008

lunedì, 06 ottobre 2008

L'energia solare per il risparmio energetico: dall'aereo al frigo ecco come cambieranno le nostre abitudini

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Nuovi orizzonti del risparmio energetico. Mentre il nostro Ministro per le Politiche Comunitarie Andrea Ronchi chiede di ridurre gli obiettivi del 2020, stabiliti in sede Europea (per l'Italia, il traguardo da raggiungere è una produzione di energia da fonti rinnovabili pari al 17%),  la Blogosfera lavora nella direzione opposta, cercando soluzioni e diffondendo maggiori informazioni riguardo allo sviluppo e le potenzialità delle energie rinnovabili.

Mario Delfino del blog Parole Verdi riportando un commento di un utente propone una sfida: creare un modello di generazione distribuita di elettricità, utilizzando l'energia termica e fotovoltaica (per maggiori informazioni continua qui). Gianluca Riccio di Futuro Prossimo ci informa, invece, di una intessante invenzione che porterà ad una notevole riduzione delle spese energetiche: il frigorifero solare.

"Promethean Power ha lanciato il suo primo prototipo di un frigorifero solare: verrà lanciato sul mercato indiano per promuovere l'energia pulita". 

"Il frigo solare non servirà solo a tener fresco il latte: può aiutare le comunità dei paesi più sviluppati a consumare una quantità enorme di energia. Dai 3 ai 5 pannelli solari producono 180 watt, abbastanza per soddisfare le esigenze del mercato indiano dei centri rurali". Produrre il "freddo" con l'energia solare? Potrebbe rivoluzionare l'economia indiana e "permettere tra due anni (data del varo commerciale) agli indiani di essere all'avanguardia nell'utilizzo di elettrodomestici ad energia solare."

Un'altra invenzione che potrebbe contribuire ad alleggerire il peso dei consumi energetici mondiali è l'aereo solare, segnalato sempre da Futuro Prossimo. Ne aveva già parlato in un altro post Luciano Vecchi de Il Professor Echos, con tanto di video del suo volo (Quì).

"Zephyr-6 è rimasto nell'aria senza mai atterrare per più di 82 ore: il velivolo è realizzato con una leggerissima fibra di carbonio, e i suoi pannelli solari sono sottili come un foglio di carta. E' alimentato dalla sola energia solare, che per la notte ricarica delle speciali batterie Litio-Zolfo: si lancia a mano e si controlla con un comando remoto, ma è grande come un aereo 'normale'", precisa Futuro Prossimo.

Per ora l'aereo sarà sottoposto a test con pesi sempre maggiori, e considerando l'alto tasso d'inquinamento del traffico aereo, speriamo venga presto sviluppato anche per il trasporto umano. 

A Roma intanto si è appena conclusa la Zero Emission Rome 2008, la fiera internazionale dedicata alla ricerca e sviluppo di energie alternative. Un evento finalmente utile, visto che il nostro Paese, al momento dipende per l’85% dall’estero per quanto riguarda l’approvvigionamento di energia, ma si stima che nel 2020 si potrà arrivare a circa il 90%, una quota effettivamente insostenibile.

Valentina, Blogosfere


domenica, 05 ottobre 2008

ISTAT: INDAGINE SU CONSUMI ENERGETICI E FONTI RINNOVABILI

Nel 2007, nei 111 comuni capoluogo di provincia, il consumo pro-capite di gas metano per uso domestico e per riscaldamento è diminuito del 6,9% rispetto all’anno precedente, attestandosi sui 366,5 m3 per abitante, mentre il consumo pro-capite di energia elettrica per uso domestico è aumentato del 4,5%, raggiungendo il valore di 1.202,0 kWh per abitante». Lo sostiene l’Istat nell’indagine sugli indicatori ambientali urbani che, oltre agli Uffici di statistica comunali, ha coinvolto altri organismi operanti sul territorio comunale

Grazie alle temperature più miti registrate nell’inverno del 2006-2007, spiega l’istituto, si assiste a un’ulteriore diminuzione dei consumi domestici di gas metano, che risultano attualmente inferiori a quelli dell’anno 2000. Nel periodo estivo invece, le temperature sono rimaste vicine ai valori climatici del periodo 1961-1990, anche se la maggiore diffusione dei condizionatori di aria, dopo una pausa durata due anni, ha fatto registrare un aumento dei consumi pro-capite di energia elettrica per uso domestico. Non è stato però raggiunto il picco di consumo registrato nell’anno 2004, subito dopo l’estate torrida del 2003.

Nel 2007, tra i 111 comuni esaminati, 54 hanno un livello di consumo pro-capite di gas metano superiore alla media, ma solo 12 di questi mostrano un incremento dei consumi rispetto al 2006. Parma, in particolare, presenta il consumo di gas pro-capite più alto (904,0 m3 per abitante), seguita da Varese (899,3), Padova (871,3) e Como (806,5). Sul fronte opposto, Reggio di Calabria è il comune con il consumo di gas metano più basso (33,4 m3 per abitante), ma qui la metanizzazione ha avuto inizio solo nel 2004, mentre le città della Sardegna non hanno alcuna rete di distribuzione. Coerentemente con la diminuzione del consumo procapite medio, in ben 84 comuni dei 111 esaminati si verifica una diminuzione percentuale dei consumi di gas metano rispetto all’anno 2006; in 63 casi tale diminuzione risulta anche più marcata di quella media. In controtendenza Reggio di Calabria, Cremona, Firenze, Pisa, Pistoia, Lodi e Avellino evidenziano incrementi superiori al 10%.

Per quanto riguarda l’energia elettrica, in 37 comuni si registrano livelli di consumo pro-capite superiore alla media; in 23 di questi comuni si rileva anche un tasso di incremento del consumo superiore a quello medio. Durante il 2007 solo 15 comuni presentano un calo nei consumi di energia elettrica e, tra questi, la diminuzione più accentuata è a Sanluri (-7,5%), seguito da Verona (-6,4%) e Torino (-6,3%). Gli aumenti più elevati si osservano, invece, a Bergamo (20,9%) e Lecco (18,9%). In quest’ultimo anno Campobasso è il comune con il più basso consumo pro-capite di energia elettrica, con 896,1 KWh per abitante, mentre Olbia è quello con il livello di consumo più alto (1.791,2 KWh per abitante).

Da segnalare – prosegue l’Istat - un’attenzione sempre maggiore da parte delle amministrazioni comunali alle problematiche connesse ai consumi energetici, con un ricorso più frequente a fonti di energia rinnovabili o alternative: diversi comuni del Nord Italia hanno predisposto in misura crescente forme di teleriscaldamento e il numero di tali comuni è passato da 6 nel 2000 a 15 nel 2007. Per quanto riguarda l’energia da fonte rinnovabile, va sottolineato l’utilizzo, diffuso in Italia indipendentemente dalla collocazione geografica, tanto del solare termico quanto del fotovoltaico. Si parla comunque di piccoli numeri, infatti per il solare termico, i metri quadri installati per 1.000 abitanti sugli edifici comunali sono passati da 0,01 nel 2000 a 0,24 nel 2007 e contemporaneamente il numero di comuni che dichiara di installarli è passato da 3 a 31. Sono autodichiarazioni e più del numero specifico conta il trend che per fortuna è crescente. Segnaliamo tuttavia che ad esempio in Toscana l’estensione dei pannelli solari termici (per riscaldare l’acqua) installati sugli edifici comunali dal 2006 al 2007 è pari a 0, con l’unica eccezione di Livorno che nel 2006 e nel 2007 ha 0,1 metri quadrati per 1000 abitanti. La media italiana è 0,24 nel 2007.

Meglio invece la “potenza dei pannelli solari fotovoltaici installati sugli edifici comunali” sempre tra il 2000 e il 2007. In Toscana dopo quattro anni (dal 2000 al 2003 compresi) di niente, nel 2004 Prato ha fatto da apripista con uno 0,3 che è andato crescendo lievemente con un boom nel 2007 che l’ha portata a 3,2 prima in Italia ben oltre la media del 2007 pari a 0,2. Fermi al palo Massa, Pisa, Livorno, Arezzo e Siena, che però quest’anno si stanno muovendo anche se i dati non sono ancora disponibili. Grosseto è fermo da tre anni allo 0,2.

Complessivamente sul versante del fotovoltaico, nel 2007, ben 45 comuni, sui 111 oggetto della rilevazione, dichiarano di ricorrere all’impiego di tale tecnologia: attualmente la potenza media installata sugli edifici comunali è pari a 0,20 kW ogni 1.000 abitanti. Nel 2000 tale potenza media era praticamente nulla ed un solo comune, Palermo, dichiarava di utilizzare pannelli fotovoltaici sui propri edifici. Nel 2007 il Piano Energetico Comunale15 (PEC) risulta approvato in 29 comuni, 18 al Nord e 11 nel Centro-Mezzogiorno. La situazione è migliorata sia rispetto al 2006 che al 2000, quando risultavano, rispettivamente, 26 (tre in meno) e 16 comuni (13 in meno).

Per quanto riguarda infine i “Consumi di energia per uso domestico per i comuni capoluogo di provincia” anni 2000-2007 in Toscana l’anno passato cinque province su dieci sono sotto la media nazionale pari a 2.337,7 KWh per utenza. E sono Massa (2.062,9); Firenze (2.188,8); Livorno (2.249,8); Pisa (2.133,3); Siena (2.102,6). Oltre la media Lucca (2.517,6); Pistoia (2.371,4); Prato (il capoluogo di provincia più alto con 2.595,9); Arezzo (2.405,8) e Grosseto (2.060,4).

Difficile dire quanto le iniziative prese negli anni per ridurre i consumi, se ci sono state e dove ci sono state, abbiamo dato dei risultati perché il trend dal 2000 al 2007 è in aumento seppur lieve e con diversi alti e bassi. Qui comunque gli energy manager, ad esempio, dovrebbero e potrebbero lavorare per ottenere risultati migliori.
fonte GreenReport


martedì, 16 settembre 2008

L’eolico francese vittima della lobby nucleare

Molti parlamentari francesi soprattutto dello schieramento di maggioranza hanno dichiarato guerra all’eolico. Ma neanche troppo nascosta pare agire la potente lobby del nucleare.

Alcuni esponenti politici e parlamentari francesi, soprattutto della maggioranza, hanno intrapreso una campagna feroce contro l’energia eolica. Qualcuno è convinto che dietro ci sia la lobby del nucleare. Un articolo pubblicato su Le Monde lo scorso 1° settembre, firmato da due esponenti politica verde d’Oltralpe segnala la portata delle minacce all’energia dal vento ad un anno dal lancio dal Grenelle Environnement, un programma che, voluto anche Nicolas Sarkozy, intende definire i grandi orientamenti della politica del Governo in materia di ecologia e di sviluppo sostenibile nei prossimi 5 anni.

Il pericolo è identificato nel tentativo di bloccare la fragile crescita della tecnologia sul territorio, nonostante che a fine 2007 un sondaggio avesse indicato che il 90% dei francesi era favorevole allo sviluppo dell’eolico.
Ma gli ultimi mesi hanno dato registrato un escalation di posizioni anti-eoliche. Lo scorso 17 marzo, oltre settanta senatori hanno depositato un progetto di legge che prevede l’obbligatorietà di referendum locali per l’installazione delle turbine. Il 24 aprile, un deputato del partito conservatore UMP (Union pour un Mouvement Populaire) ha presentato una proposta di legge simile.
A giugno si riunisce un comitato di orientamento strategico che raggruppa le associazioni che si oppongono all’eolico, presieduto da Valéry Giscard d'Estaing, che addirittura denuncia una lobby germano-danese dell’industria eolica. Nel comitato c’è anche il presidente onorario dell’EDF, la compagnia elettrica di Francia.
Passa poco tempo e si viene a scoprire che il Governo ha l’intenzione di sottoporre le centrali eoliche alla procedura di autorizzazione tipica delle infrastrutture più dannose per l’ambiente. Ma va detto che gli impianti eolici prima di essere costruiti devono già ottenere un permesso concesso dopo una valutazione ambientale e paesaggistica.
A mettere il piede sull’acceleratore anche l’Istituto Montaigne che accusa l’eolico di essere troppo costoso. Questo club del pensiero liberale francese è finanziato da diverse multinazionali, tra cui Areva, leader nel nucleare e le cui azioni sono per il 90% proprietà dello Stato.

Pochi sono i dubbi sulla presenza di una potente lobby pro-nucleare che trama contro l’energia eolica e neanche così nell’ombra. A tal proposito viene citato nell’articolo lo scienziato Hubert Reeves che afferma: “ogni turbina eolica garantisce un po’ meno gas serra nell’atmosfera o un po’ meno di rifiuti nucleari da gestire per le generazioni future”. E poi un appello di Reeves che in sintesi chiede ai politici eletti il rispetto della propria dignità e del proprio onere per “resistere alla pressione degli interessi di brevi periodo”.

E pensare che la Francia, nel quadro della Presidenza europea, dovrà preparare la conferenza di Copenaghen del 2009 per la fase post Kyoto.


lunedì, 25 agosto 2008

Eolico e nucleare

Anche in Francia, come in Italia, il grande assente dal discorso sul futuro dell´energia è il risparmio energetico, l´eliminazione dell´immenso spreco non solo domestico e industriale, ma anche nelle produzione e distribuzione dell´energia. Così, per giustificare le nuove centrali nucleari e non fermare quelle vecchie si invocano i superconsumi che secondo gli ambientalisti francesi sono «un vero sport nazionale».

I nuclearisti francesi (e probabilmente quelli italiani tra poco) si lamentano che la Contribution au service public de l´électricité (Cespe), ben visibile sulle fatture Edf, sia destinata alle energie rinnovabili, anche se si tratta di un´infima frazione di questa tassa, la sola cosa che "obbliga" l´Edf a investire anche nell´eolico che, dal punto di vista della progettazione e dei costi di costruzione (e degli immensi finanziamenti pubblici che riceve) è molto meno interessante. Negli ultimi 12 anni in Europa sono stati installati circa 45.000 megawatt di eolico, con una capacità produttiva teorica che equivale a quella di una ventina di reattori nucleari che quindi, con una politica di risparmio energetico efficace, non avrebbero bisogno di essere costruiti.

Durante questo periodo solo uno o due reattori sono entrati in servizio in Europa, il rilancio del nucleare è avvenuto grazie all´aumento del prezzo del petrolio e del gas e per il nuovo protagonismo russo nel settore che ha spinto soprattutto francesi ed americani a proporsi sui mercati mondiali (soprattutto cinese, asiatico e medio-orientale) con una campagna sul nucleare pulito e sicuro che sfrutta sia la paura per la penuria energetica che la dimenticanza per la catastrofe nucleare di Cernobyl. Lo stallo del costoso e non gradito nucleare aveva permesso di spostare risorse e finanziamenti verso le energie alternative, dando all´Europa un ruolo di guida nel settore che ora rischia di perdere proprio mentre viene chiesto di raggiungere il 20% di energie rinnovabili e il 20% di risparmio energetico entro il 2020.

E´ indubbio che in questi ultimi anni sia stata la filiera dell´eolico a svilupparsi di più e che un pezzo di industria nucleare ha cercato di adeguarsi e di occupare parte di questo nuovo e "fastidioso" mercato: in Francia il gruppo Jeumont, che appartiene al gigante nucleare pubblico Areva, è uno dei maggiori produttori di pale eoliche. Il problema per gli anti-eolico e pro-nucleare è che per realizzare un impianto eolico in Europa sono necessari in media 5 anni, per costruire una centrale nucleare ce ne vogliono almeno 10 e che il MW eolico installato costa la metà di un MW nucleare.

Se si prende a riferimento il programma energetico tedesco per gli ultimi 6 anni, si scopre che per ogni giorno lavorativo sono stati installati da 9 a 10 MW di eolico e che questa è diventata un´operazione routinaria e che ormai in Germania (al contrario dell´Italia) tra la fine dei lavori per gli impianti eolici e la loro messa in servizio passano pochi giorni. Invece, la costruzione di una nuova centrale nucleare Epr richiede teoricamente 6 o 7 anni (molti di più in realtà), con una fase di collaudo di molti mesi e un´entrata in piena produzione ancora più tardi.

Con lo stesso investimento iniziale di 3 miliardi di euro (che diventeranno molti di più alla fine della realizzazione dell´Epr come dimostra l´esperienza in atto in Finlandia) a ritmi tedeschi si potrebbe costruire in un anno un parco eolico da 3 GW, che in 5 o 6 anni avrebbe già prodotto l´equivalente di quanto farà l´Epr al momento della sua problematica entrata in servizio.

In un contesto di liberalizzazione del mercato dell´elettricità il dinosauro pubblico dell´industria nucleare, che richiede investimenti per miliardi di euro e l´assicurazione di un rischio che rimane e si accresce con il numero delle centrali e l´invecchiamento di quelle esistenti (con lo Stato che dovrà gradualmente ritirarsi), la realizzazione di centrali nucleari potrebbe diventare più complicata. E´ forse per questo che c´è la spinta ad accelerare per le nuove centrali e che le grandi aziende energetiche cercano un riposizionamento sul mercato nucleare finché ci sono soldi pubblici, infilandosi in particolare in quello dei Paesi ex sovietici. Ma è anche per questo che Paesi nucleari, civile ed ancor più militare, come Russia, Cina, India e Pakistan, stringono la presa dello Stato sulla filiera nucleare, nonostante tutti sappiano che a questo ritmo le riserve di uranio rischiano di non essere più sufficienti entro la fine del secolo.

Ma c´è un altro fattore che gioca in favore dell´eolico rispetto al nucleare: l´occupazione e il consumo di territorio. Se si prende come esempio una centrale nucleare Edf, si scopre che produce 100 GW per ettaro occupato (di più in riva al mare, ma in questo caso il paragone dovrebbe essere fatto con l´eolico off shore), mentre un impianto eolico si sviluppa in verticale ed occupa una superficie a terra di non più del 10% in rapporto all´ampiezza delle sue pale, quindi installabili tranquillamente anche in un´area agricola, un rapporto densità energetica - superficie occupata che è equivalente. Ma l´eolico, una volta installato, non ha bisogno delle enormi quantità di acqua delle centrali nucleari (che quindi non possono essere realizzate ovunque) e soprattutto non ha bisogno di un perimetro di sicurezza che tenga lontano i terroristi, mantenga il segreto e faccia da cuscinetto per i ripetuti incidenti piccoli e grandi all´interno delle centrali e che richiede altra occupazione di suolo.

da:
http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=15087

Ora ditemi guardando le foto messe a confronto... perche' quelle a destra vanno bene mentre l'eolico fa gridare all'impatto ambientale? Produce energia pulita e non ci sono problemi di elettrosmog o radiazioni!

immagine

Etere - Monte Limbara da bel_riose.