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giovedì, 12 giugno 2008

Ambiente, Rapporto Diritti Globali:Clima ed energia le emergenze

Roma, 9 giu (Velino) - Emergenza climatica e geopolitica dell’energia e aumento dei profughi ambientali a livello internazionale. Spreco idrico, incuria del territorio e crescita della mobilità “insostenibile” per quanto riguarda l’Italia. È la fotografia scattata dal Rapporto sui diritti globali 2008 presentato oggi per quanto riguarda il settore ambiente e beni comuni dal titolo “Rivoluzione verde od olocausto ambientale”.

EMERGENZA CLIMATICA E GEOPOLITICA ENERGIA – “L’uso delle risorse, in primo luogo quelle energetiche - spiega il rapporto -, è sempre più al centro della geopolitica. L’emergenza climatica rischia di tramutarsi in un’eredità devastante per le prossime generazioni. Come ormai afferma la gran parte della comunità scientifica internazionale, basti pensare al Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), il nesso diretto tra cambiamenti climatici e modello energetico è pressoché una certezza. Basterebbe questo per porre al centro delle politiche internazionali, nazionali e locali la conversione ecologica dei sistemi energetici e dell’intera economia. Un obiettivo che è nello stesso tempo un impegno politico e morale: diffondere il benessere su scala planetaria, evitando una deflagrante contesa per il controllo delle risorse. La poderosa crescita dei consumi energetici (il 22 per cento solo negli ultimi 10 anni), trascinata dallo sviluppo economico dei Paesi asiatici, determina infatti una crescente competizione sulle energie fossili. Al di là dei limiti fisici di queste risorse, è la disponibilità e la garanzia degli approvvigionamenti che sta già determinando forti tensioni e conflitti. Se i sistemi energetici resteranno così largamente dipendenti dalle fonti fossili, il rischio di una guerra mondiale più o meno strisciante per l’energia diventerà realtà. Anche i temi della povertà e dell’equità sono strettamente connessi agli effetti dei mutamenti climatici e alle azioni che i singoli governi e la comunità internazionale devono intraprendere per rallentarne, e in prospettiva fermarne, i tragici effetti sugli ecosistemi e sull’umanità. Il global warming mette e metterà a dura prova la possibilità per tutti gli Stati di far fronte a tragedie di enorme portata, aree più ricche del mondo comprese. Ma la maggior sofferenza e i più grandi pericoli sono per i Paesi più poveri e vulnerabili, dove siccità, desertificazione e alluvioni faranno sempre di più crescere fame, povertà, malattie e guerre”. (segue)


PROFUGHI AMBIENTALI, CONSUMI PRO CAPITE, EMISSIONI - “Secondo l’United Nations Environment Programme (Unep), il programma ambiente delle Nazioni Unite - osserva il rapporto -, già oggi nel Sud del mondo il numero dei profughi ambientali ha superato quello delle vittime di guerra. Ma se è vero che la crescita assoluta dei consumi energetici si concentra soprattutto in Asia, resta enorme la distanza tra Nord e Sud del mondo in quanto a consumi energetici pro capite: per fare un esempio significativo, ogni cinese consuma il 13 per cento dell’energia di uno statunitense e il 30 per cento di quella di un italiano. Questa forbice dà all’Occidente una grande responsabilità nello sforzo per cambiare i modi di produzione e il consumo di energia, a partire dall’efficienza energetica e dalle fonti rinnovabili. Gli obiettivi necessari per evitare, nell’arco dei prossimi 20 o 30 anni, eventi catastrofici e irreversibili vanno ben oltre quelli, già di per sé difficili da raggiungere, fissati dal Protocollo di Kyoto. A livello globale le emissioni climalteranti superano infatti del 20 per cento quelle del 1990. I Paesi sviluppati devono tagliare di almeno il 20 per cento le emissioni entro il 2015 e del 30-35 per cento entro il 2020, per arrivare all’80 per cento entro la metà del secolo. Da parte loro, i cosiddetti Paesi in via di sviluppo devono attuare un radicale disaccoppiamento tra i tassi di crescita economica e il trend delle emissioni di CO2”.

RIDURRE I CONSUMI – “Gli ultimi due anni hanno segnato un deciso salto in avanti nella consapevolezza di questo problema - si legge nel rapporto -: l’evidenza scientifica che il global warming è in atto e che dipende in larga misura dal consumo di combustibili fossili ha costretto a fare marcia indietro anche gli ultimi negazionisti, almeno quelli in buona fede. Ridurre innanzitutto i consumi di petrolio e carbone è la condizione necessaria per fermare la crisi climatica. Una condizione vitale per l’umanità e decisiva anche per evitare che la crescita di tutti i Paesi in via di sviluppo finisca in un olocausto climatico. Una condizione difficile da realizzare perché si scontra sia con inerzie e resistenze soggettive che con tendenze oggettive. Prima fra tutte, come accennato, l’esplosione delle economie e dei consumi energetici di giganti del calibro di Cina e India, Paesi che da soli ospitano il 40 per cento dell’intera popolazione mondiale. Quello che serve è una rivoluzione dei sistemi energetici, di trasporto, degli assetti del territorio, dell’organizzazione stessa delle città. Per compiere questa rivoluzione bisogna utilizzare al meglio tutti gli strumenti a disposizione: il Protocollo di Kyoto, la ricerca e l’innovazione tecnologica, le politiche di incentivazione al miglioramento dell’efficienza energetica e allo sviluppo delle fonti rinnovabili. E, ancora, l’utilizzo della leva fiscale, spostando quote dell’imposizione dal lavoro e dalle imprese alle fonti energetiche a più elevato impatto climatico e inquinante. La rivoluzione necessaria per arrestare la spirale del riscaldamento globale, certamente ardua, è inoltre spinta da ragioni non esclusivamente ambientali. Quelle economiche, naturalmente, legate al costo esorbitante per gli Stati, le imprese e i cittadini dei cambiamenti climatici. Ma ci sono molte altre ragioni. Quelle del progresso tecnologico, per le quali un futuro in cui tutti gli uomini possano vivere dignitosamente è plausibile solo se il modo di produrre e consumare energia non si basi più sui soli combustibili fossili, altrimenti il global warming rischia di cancellare sia il benessere dei ricchi che la speranza di benessere dei poveri. Ragioni geopolitiche, che consigliano di ridimensionare lo strapotere oggi nelle mani di quei pochi che controllano le risorse petrolifere. Infine, e questo vale soprattutto per Paesi come il nostro, le ragioni dello sviluppo: solo acquistando una maggiore autonomia energetica potremmo essere competitivi nel mondo globalizzato”.

GLI SCENARI DEL RAPPORTO STERN - “Negli ultimi anni l’evidenza dei cambiamenti climatici - spiega il rapporto - ha reso possibile un altro mutamento di clima, questa volta positivo. In tempi straordinariamente rapidi si è diffusa infatti la consapevolezza, fino a pochi anni fa di fatto patrimonio esclusivo di ambientalisti e scienziati, che il global warming non è un pericolo futuro ma un processo in atto, che lo sforzo tecnologico ed economico per scongiurare i cambiamenti del clima potrebbe essere nei prossimi 20 anni ciò che l’Information Technology è stata in quelli precedenti: la forza trainante di un più vasto cambiamento economico e sociale. Una tappa decisiva di questo cambiamento è stata la pubblicazione nel 2006 del Rapporto The economics of climate change, preparato sotto la direzione dell’ex capo di Banca Mondiale, Nicholas Stern, su richiesta del governo britannico, che individua gli effetti dal punto di vista economico e sociale del surriscaldamento climatico. Una quota molto rilevante del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale, tra il 5 e il 20 per cento, servirà a riparare i danni provocati dall’aumento dell’effetto serra. Il Rapporto analizza uno scenario al 2100 e paragona la crisi economica mondiale che deriverà dall’eventuale mancata azione di lotta ai cambiamenti climatici alla grande crisi del 1929. Secondo Stern per finanziare le politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici servirebbe oggi una cifra pari all’1 per cento del PIL mondiale: prevenire la catastrofe costa insomma molto meno che pagarne i danni. Proprio il Rapporto Stern ha dato una grande spinta alle cancellerie mondiali affinché cominciassero a guardare a questo problema come alla principale sfida per l’umanità del XXI secolo. Oggi grandi leader, da Angela Merkel a Nicholas Sarkozy, per restare in Europa, parlano dei mutamenti climatici come della questione più urgente dell’agenda politica mondiale. E questo è diventato il terreno di una virtuosa competizione tra i Paesi per assumere la leadership del cambiamento ambientale necessario. Decisivo in questo senso potrebbe essere l’orientamento del futuro presidente degli Stati Uniti, anche se fino a oggi né Hillary Clinton o Barack Obama, da parte democratica, né John McCain, da quella repubblicana, sembrano desiderosi di mettere la questione climatica tra le priorità del loro mandato”.

NON DI SOLO PIL SI CIBA IL BENESSERE UMANO – “L’Europa, pur se tra contraddizioni e incertezze - si legge ancora nel rapporto -, ha invece raccolto la sfida posta dai mutamenti climatici. Una buona notizia per chi pensa che il Vecchio Continente sia chiamato a farsi alfiere di una “buona” globalizzazione, a spendersi perché tutti i Paesi industrializzati, a partire dagli Stati Uniti, si assumano la responsabilità che deriva dal fatto di essere la parte del mondo che pur rappresentando una minoranza dell’umanità incide per una quota molto grande sul global warming. Guidare lo sforzo per ridurre le emissioni è inoltre per l’Europa un interesse economico. Avendo poco petrolio e gas, l’innovazione energetica dovrebbe infatti rappresentare il terreno privilegiato per economie tecnologicamente avanzate come quelle europee. L’impegno di Bruxelles su questo terreno ha naturalmente anche un grande valore politico: fare fino in fondo la propria parte per neutralizzare i mutamenti climatici, sostenendo la necessità che Paesi ancora lontani dai nostri standard possano crescere lungo una via sostenibile, è indispensabile se vogliamo che per le centinaia di milioni di donne e uomini che vivono in Africa, Asia e America Latina l’Occidente non sia più visto come simbolo di egoismo e privilegi. Ma il problema del cambiamento climatico chiama la politica, l’economia, e più in generale l’intera organizzazione sociale, a riorientare le proprie idee sul bene comune, sul progresso e sullo stesso interesse economico. Oggi le persone e le comunità stanno via via sviluppando un’idea di progresso non riducibile alla sola misura del Pil. La ricchezza materiale resta un orizzonte importante ma nella valutazione personale e collettiva del benessere contano sempre più fattori diversi. In Australia, per esempio, nonostante da oltre 10 anni il PIL crescesse a ritmi vertiginosi, i conservatori al potere hanno nettamente perso le ultime elezioni politiche perché la maggioranza dei cittadini, da sette anni assediati da un’inedita siccità attribuita al riscaldamento globale, ha bocciato la scelta del precedente governo di non aderire al Protocollo di Kyoto”.

LO STATO DI SALUTE DELL’ITALIA – “Lo stato di salute del nostro Paese ha tante facce - prosegue il rapporto -. Alcune positive: la percentuale di territorio protetto è superiore alla media europea, l’agricoltura biologica e quella legata ai prodotti tipici ha conosciuto uno straordinario sviluppo, in molte parti della penisola è in costruzione un sistema efficiente e sostenibile di smaltimento dei rifiuti imperniato su una forte raccolta differenziata. Anche dalla politica è venuto qualche segnale positivo: il no agli OGM, le misure introdotte nelle due ultime leggi Finanziarie per incentivare l’efficienza energetica, il risparmio e le fonti rinnovabili. E poi atti e decisioni che arrivano dai territori: dall’ordinanza approvata a Roma, per la quale su tutte le nuove costruzioni almeno il 30 per cento del fabbisogno energetico deve venire da fonti rinnovabili, al timido road pricing partito a Milano. Ma gli esempi di pratiche innovative e coraggiose arrivano soprattutto da piccoli comuni come Capalbio (Gr), dove la prima cittadina Lucia Biagi ha fatto approvare un piano territoriale che evita altre migliaia di metri cubi di cemento o San Biagio di Callalta (Tv), in cui la raccolta differenziata dei rifiuti supera il 70 per cento o, ancora, Varese Ligure (Sp), primo comune italiano a utilizzare soltanto energia rinnovabile”.

CRESCONO MOBILITÀ INSOSTENIBILE ED ECOMAFIE - “Nel suo complesso l’Italia non si sta però muovendo verso la sostenibilità - continua il rapporto -. Basta un solo dato per rendersene conto: le emissioni di anidride carbonica, che in base al Protocollo di Kyoto dobbiamo ridurre del 6,5 per cento entro il 2012 rispetto ai valori del 1990, a oggi sono cresciute di oltre il 12 per cento. Ma sono tante le cose che non vanno nel nostro Paese. A cominciare dalla politica delle infrastrutture, incapace di definire con rigore le cose da fare e di selezionarle con l’obiettivo di spostare passeggeri e merci dalla strada alla ferrovia. Dalla Finanziaria 2008 sono, per esempio, scomparsi i 300 milioni di euro previsti per rinnovare e ampliare il parco treni per i pendolari, quei circa due milioni di italiani che ogni giorno scelgono di andare a lavorare in treno. Ci sono territori dove l’unica politica dei trasporti praticata è quella di costruire sempre nuove autostrade – BreBeMi, Nuova Romea, Tirrenica, Pedemontana veneta, Quadrilatero – inseguendo la domanda, senza mai tentare di orientarla ai fini di una mobilità più sostenibile. Un analogo obiettivo, quello cioè di ridurre la mobilità su gomma, dovrebbe ispirare con più decisione e forza le politiche urbane del traffico e le scelte urbanistiche: le nostre città, lo sappiamo, rischiano di morire di traffico e smog, l’inquinamento è una delle prime cause di malattia e le scelte per affrontare questa emergenza – sanitaria, logistica, ambientale – restano timide, estemporanee, incoerenti. Per quanto riguarda il capitolo rifiuti c’è un intero pezzo d’Italia ancora dominato dalle ecomafie e dai traffici illeciti, dove la raccolta differenziata è praticamente inesistente e dei rifiuti non si sa che fare. Questo determina un’emergenza sociale, un problema che ha radici lontane ma anche cause molto vicine. A partire dall’irresponsabilità di molti degli attori, istituzionali e non, coinvolti. Emblematica da questo punto di vista la questione Campania”.

SPRECO IDRICO E INCURIA DEL TERRITORIO - “Un altro punto dolente del nostro Paese è quello dell’incuria e del cattivo uso del territorio e delle sue risorse - sottolinea il rapporto -: dal dissesto idrogeologico all’acqua sprecata negli acquedotti e in agricoltura, ai fiumi sfigurati da regimazioni, captazioni selvagge e prelievi illegali, alla moltiplicazione di cave, all’attesa infinita per la bonifica e il recupero dei siti ex-industriali contaminati. Problemi con una storia antica, che ricevono attenzione solo quando si verificano emergenze ma che non entrano mai nell’agenda delle priorità di governo. In Italia continua inoltre a manifestarsi una fortissima tendenza a cementificare il suolo libero e a farlo disordinatamente. L’abusivismo in particolare nel Sud, la crescita a macchia d’olio delle città, l’integrale urbanizzazione di lunghi tratti di costa sono fenomeni che hanno pesantemente segnato il nostro sviluppo territoriale. Ma oggi si continua a cementificare fuori da qualsiasi motivazione sociale e demografica. E il consumo galoppante di suolo rischia di impoverire uno dei nostri tesori più grandi, il paesaggio. Un tesoro ambientale e identitario, ferendo il quale si colpiscono pezzi importanti della nostra economia, a cominciare da quelli legati al turismo. La tendenza a consumare sempre più territorio libero ci allontana dalle migliori esperienze europee, dove l’attività immobiliare si concentra nella riqualificazione, nella trasformazione delle aree ex-industriali. A Londra, per esempio, negli ultimi 10 anni la popolazione è cresciuta di un milione di abitanti ma non è stato toccato un solo metro di suolo naturale. A Bilbao e Monaco dagli anni Cinquanta a oggi - conclude il documento sui diritti globali - la popolazione è cresciuta più del consumo di suolo, mentre a Milano nello stesso periodo il consumo di suolo è più che raddoppiato sebbene la popolazione sia oggi di poco superiore rispetto a quella di 50 anni fa”.

martedì, 29 gennaio 2008

Hiv, gli stranieri i più esposti al contagio

L’incidenza del virus dell’Hiv sugli stranieri nel nostro paese è di 69 casi su 100 mila, contro l’8,7 degli italiani. Gli stranieri residenti nel nostro paese, insomma, hanno una probabilità sei volte maggiore di contrarre la malattia rispetto ai nostri connazionali. Lo rivela una indagine coordinata dal centro operativo Aids dell'Istituto Superiore di Sanità (Iss) e presentata oggi a Roma.
I più colpiti sono gli africani (54%) e i cittadini dell’America Latina (25%). Metà dei contagi hanno origine in un rapporto eterosessuale e i più colpiti sono gli uomini, con un’età media di 31 anni.
«Le popolazioni immigrate – ha spiegato Barbara Suligoi, coordinatrice dell’indagine - risultano essere maggiormente vulnerabili rispetto all'infezione a causa di diversi fattori, primo fra tutti la provenienza da Paesi fortemente colpiti dall'Hiv».
Christian Poccia - BabiloniaMagazine.it

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lunedì, 07 gennaio 2008

"Esiste solo una civiltà mondiale". Intervista a Lafif Lakhdar

Intellettuale e scrittore tunisino, sui temi dell'immigrazione e dell'integrazione in Europa

lafiflakhdar.jpgL'8 Settembre 2007, il giornale arabo-liberale on-line Elaph ha messo in rete un'intervista con uno tra i più noti intellettuali tunisini Lafif Lakhdar, effettuata dal Professor M. Milson del MEMRI. Nell'intervista Lakhdar ha parlato dei Musulmani in Europa, di Islam e Umanesimo, dell'Islamismo e del concetto di Laicité (Laicità). Lakhdar é stato un testimone oculare di molti importanti accadimenti della storia del Medio Oriente. Ha avuto un ruolo attivo nel partito algerino Front de Libération Nationale (FLN) a Parigi, all'inizio degli anni '60 per divenire, più tardi, consigliere del primo presidente algerino Ahmed Ben Bella. Nel 1970 ha accompagnato l'OLP dalla Giordania a Beirut e in seguito è diventato una figura di spicco nei circoli della sinistra libanese. Qualche anno dopo, deluso dagli eventi bellici in Libano, è ritornato a Parigi dove vive attualmente. Qui di seguito si riportano degli estratti della sua intervista. (Traduzione a cura di Roberto Barducci)

Gli Europei Musulmani dovrebbero adottare valori universali per dare nuova vita e rinnovare le loro tradizioni 

Menahem Milson: Che significato ha la battaglia ideologica che noi vediamo agitarsi fra la comunità musulmana in Europa? 

 Lafif Lakhdar: All'interno dell'Islam Europeo ci sono due tendenze di base in lotta tra di loro. Il primo trend è quello che vorrebbe mantenere la propria indipendenza culturale rispetto alle società europee e che ambisce a mantenere le tradizioni islamiche nella loro interezza - fra queste ci sono anche quelle che vanno contro i principali valori umanistici universali delle società europee, come l'uguaglianza fra i sessi, la laicità e la libertà individuale.  La seconda tendenza, che è quella che sottoscrivo, richiede l'opposto: l'integrazione dei musulmani europei e di quelli che vivono in Europa all'interno delle società europee e l'adozione di valori di civiltà universali al fine di dare nuova vita ai propri valori, molti dei quali non sono più in conformità con i tempi. 

Questa integrazione di valori, che è necessaria, non significa che i musulmani debbano abbandonare i loro valori spirituali e la parte migliore dei loro valori sociali o la loro storia. Significa solo abbandonare quelle tradizioni che sono in contraddizione con i valori della Dichiarazione Internazionale sui Diritti dell'Uomo e altre convenzioni dell'ONU che derivano da questa come la Convenzione sull'Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione contro le Donne, la convenzione sui diritti dei bambini e la protezione delle minoranze.  

E' interessante far notare che, secondo un recente sondaggio, i musulmani con la più alta percentuale di integrazione in Francia sono i Tunisini. Questo è dovuto in larga misura alla qualità dell'educazione religiosa in Tunisia, che non predica la cultura dell'odio per gli "infedeli", ma piuttosto una cultura di moderazione che i tunisini assorbono sia attraverso il ragionamento religioso sia attraverso quello politico. Sfortunatamente, questo appare essere un caso raro in altri paesi musulmani.

Leggi tutto l'articolo e' illuminante!


sabato, 15 dicembre 2007

IMMIGRATI: GIA' CONVALIDATE 110MILA DOMANDE DI ASSUNZIONE

Alle 10 erano gia' circa 110mila le domande di assunzione di lavoratori extracomunitari non stagionali convalidate dal sistema informatico del Viminale. Il click day, partito alle 8 di stamattina, segna il debutto delle nuove procedure informatiche previste dal Decreto flussi 2007. (AGI) - Roma, 15 dic. -


postato da: Dilia61 alle ore 11:03 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: immigrati, social prosumer
martedì, 27 novembre 2007

On-line i moduli per l'assunzione di un lavoratore extracomunitario

26.11.2007 - Ministero Interno

Il 30 novembre il decreto in Gazzetta Ufficiale: 170.000 i cittadini stranieri non comunitari che si potranno assumere per «motivi di lavoro subordinato non stagionale e di lavoro autonomo». Dal 1° dicembre il datore di lavoro italiano, o straniero regolarmente soggiornante in Italia, dovrà registrarsi su www.interno.it

 

Procedura decreto flussi 2007Il programma telematico per la presentazione delle domande è scaricabile da oggi dai principali siti d’informazione. Venerdì sarà disponibile anche su interno.it.
Gli speciali pubblicati su interno.it e sui siti internet di informazione potranno essere utili per "socializzare" e prendere dimestichezza con questa nuova procedura.

Addio file alla Posta. Il decreto contiene ben due importanti novità: la procedura esclusivamente telematica, voluta con l’obiettivo di non ripetere le code davanti agli uffici postali, e l’invio delle domande scaglionate in tre date successive per evitare ingorghi telematici delle richieste per aggiudicarsi uno dei posti disponibili.

Consigli utili per chi 'farà da sé'. Il datore di lavoro deve installare il programma sullo stesso computer da cui sarà compilata e inviata la domanda. Importante: serve la connessione ad internet.

Chi, invece, necessita di assistenza. Se non si preferisce chiedere assistenza sarà possibile rivolgersi alle associazioni e ai patronati che, in base a protocolli firmati con il ministero dell’Interno, garantiranno assistenza completamente gratuita.

Anche se il programma è scaricabile da oggi dai principali siti di informazione, solo a partire dal 1° dicembre sarà possibile procedere con la compilazione della modulistica.

Le cinque tappe della procedura on-line:

  1. Registrazione: è necessario che il datore di lavoro italiano, o straniero regolarmente soggiornante in italia, si registri a partire dal 1° dicembre su www.interno.it. ; occorre soltanto un indirizzo di posta elettronica valido e funzionante (Dopo aver scaricato il software registrati. Cinque i dati che devi fornire: cognome, nome, indirizzo mail, data di nascita e password di accesso. L'avvenuta registrazione ti sarà comunicata attraverso un messaggio di conferma).
  2. Richiesta del modulo: il sistema provvederà, sulla base delle richieste effettuate, a generare il modello elettronico da compilare; in questa fase sarà necessario che il datore di lavoro fornisca alcuni dati che lo riguardano.
  3. Installazione del programma: sul proprio computer, scaricabile da venerdì su interno.it e da oggi sui principali siti di informazione.
  4. Compilazione: l’utente inserirà (ricordiamo solo a partire dal 1° dicembre e non prima) i dati richiesti; nella fase di compilazione della domanda non è necessario che il proprio PC sia connesso ad internet, mentre è assolutamente necessario il collegamento quando ci si registra e quando si invia la domanda (solo a partire dal 15 dicembre).
  5. Invio dei moduli: correttamente completati; saranno inoltrati semplicemente cliccando su INVIO al server del ministero; una mail di risposta rappresenterà la ricevuta. Attenzione: se il programma rivela errori, la domanda non parte.

Installazione del programma: solo questa operazione è possibile fare fin da ora. Per le altre si deve attendere le date stabilite.

Attenzione: è possibile segnalare domande e perplessità al “Punto di contatto” di interno.it (home page – barra a destra – Sportello immigrazione – Punto di contatto). Il 1° dicembre, invece, sarà attivato l’help desk.

Le domande in formato digitale dovranno essere inoltrate telematicamente nei termini indicati dal decreto e seguendo criteri di scaglionamento che prevedono l’invio:

  • a partire dal 15° dicembre per le istanze relative ai lavoratori delle nazioni che hanno sottoscritto specifici accordi di cooperazione in materia migratoria (Albania, Algeria, Bangladesh, Egitto, Filippine, Ghana, Marocco, Moldavia, Nigeria, Pakistan, Senegal, Somalia, Sri Lanka, Tunisia), a prescindere dalla tipologia di lavoro
  • a partire dal 18° dicembre per le domande relative ai lavoratori domestici e di assistenza alla persona
  • a partire dal 21° dicembre per le domande relative a tutti i restanti lavori.

Scarica i documenti


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giovedì, 15 novembre 2007

Bari - SERVICE FOR MIGRANTS NETWORK (SE.MI.NET) - CENTRO MULTIFUNZIONALE PER L’ACCOGLIENZA DEGLI IMMIGRATI

Giovedì 15 novembre 2007, alle ore 11.00, presso il locale 5 sito nel Blocco Servizi ubicato di fronte alla Banchina Massi del Porto di Bari, avrà luogo la conferenza stampa di presentazione del Centro Multifunzionale per l’accoglienza solidale degli immigrati attivato dal Comune di Bari, in qualità di partner, nell’ambito del progetto “Service For Migrants Network (SE.MI.NET)”, finanziato dal Programma di Iniziativa Comunitaria (PIC) Interreg III A Grecia - Italia 2000 / 2006.

Il servizio è rivolto ai cittadini stranieri, con funzione di informazione e di indirizzo ai servizi, nonché di orientamento alle opportunità offerte dal territorio.

La gestione del Centro è affidata all’Associazione Sportello dei Diritti Onlus che, a partire dal 24ottobre scorso, ha già avviato le attività previste che si svolgeranno sino al 30 settembre 2008.

Il partenariato del progetto SE.MI.NET risulta così composto: Provincia di Bari nel ruolo di Capofila; Comune di Bari; Autorità Portuale di Bari; IPRES (Istituto Pugliese di Ricerche Economiche e Sociali; Prefettura di Cefalonia ed Itacha; Prefettura di Achaia. http://puglialive.net/

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