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La Francia vuole esportare tecnologia nucleare in tutto il mondo, Italia compresa, ma sulla reputazione della compagnia nazionale, Areva, ci sono già molte macchie. Ne parla un servizio della testata americana Alternet.org.
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Ridotto il tempo dedicato alla preparazione dei pasti
Roma, . (Adnkronos) - Gli sprechi raggiungono livelli record per i single che sono costretti a spendere per gli acquisti alimentari il 60% in più rispetto alla media delle famiglie italiane. E' quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi ai consumi delle famiglie. La spesa media per alimentari e bevande di un single è di 300 euro al mese, superiore di oltre il 60% rispetto - sottolinea la Coldiretti - ai 186 euro al mese destinati alla tavola da ogni singola componente di una famiglia tipo italiana formata da in media da 2,5 persone.
Ad incidere sulla spesa mensile dei single sono nell'ordine - precisa la Coldiretti- la carne (62 euro), l'ortofrutta (59 euro), pane, pasta e derivati dai cereali (49 euro), latte, yogurt e formaggi (41 euro), bevande (28 euro), pesce (25 euro), zucchero, caffé (23 euro) e per ultimo olii e grassi (13 euro).
Secondo l'Istat le famiglie italiane con un singolo componente sono circa 6 milioni, oltre un quarto del totale, e negli ultimi anni tendono ad aumentare con tassi superiori al 5%. I motivi della maggiore incidenza della spesa sono certamente da ricercare nella necessità per i single di acquistare spesso maggiori quantità di cibo per la mancanza di formati adeguati che comunque anche quando sono disponibili risultano molto più cari di quelli tradizionali.
Ad incrementare la spesa alimentare - continua la Coldiretti - è quindi anche l'elevata presenza di sprechi perché è facile dimenticare in fondo al frigorifero la confezione di latte aperto, la mozzarella, la confezione di insalata aperta, i tortelloni iniziati, tutto inesorabilmente destinato a finire nella pattumiera.
I single sono anche - precisa la Coldiretti - un segmento di popolazione con uno stile di vita attento a risparmiare tempo a favore del lavoro e soprattutto dello svago, che privilegia il consumo di piatti pronti a più elevato valore aggiunto che incidono maggiormente sulla busta della spesa. Una scelta che - sottolinea la Coldiretti - aumenta notevolmente la spesa poiché i cibi pronti per il consumo arrivano a costare anche cinque volte il prezzo delle materie prime impiegate. Nonostante la crisi economica e il rialzo dei prezzi, anche per effetto dell'aumento dei single, i preparati e i piatti pronti hanno fatto registrare un aumento delle vendite in volume del 9,5% in Italia nei primi sei mesi del 2008, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Ref-Iri Infoscan.
Nella classifica dei prodotti che si sono distinti la maggiore crescita nei volumi di vendita ci sono tra gli altri i primi piatti pronti (+16%) e i sughi pronti secondo le elaborazioni Ref per Ancc-coop. In Italia - conclude la Coldiretti - si è progressivamente ridotto il tempo dedicato alla preparazione dei pasti che è di appena 34,9 minuti per quello di mezzogiorno, il 4,7% in meno rispetto all'anno precedente, e di 33,1 minuti per la cena (-2,7%) secondo un sondaggio Gpf
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commenti Manifestazioni, scioperi sono ormai all'ordine del giorno e noi consumatori non ne possiano davvero piu'! Bisogna fermarci e riflettere un attimo su cio' che significa liberta'. Secondo me quando una piccola parte della popolazione va a ledere i diritti della gran parte della popolazione, non ci troviamo piu' uno stato di diritto.
Per cui secondo me bisognera' mettersi ad un tavolo con i sindacati e pur salvaguardando la liberta' di protesta bisogna trovare un modo perche' questo non si ripercuota su tutta la societa' e l'economia (non scordiamoci che siamo noi a tirare fuori i soldi... da dove credere che escano i soldi dello Stato? dalle nostre tasche! Quindi d'ora in poi quando sentite qualcuno che si fa bello dicendo " ah io sono furbo e faccio fesso lo stato!" rispondetegli enno' caro tu fai fessi noi che paghiamo ed e' ora che paghi anche tu! ... piccola digressione scusagte)
Ho letto favorevolmente di un'iniziativa del Comune di Roma e ve la ripropongo. Dobbiamo tornare ad essere uno stato di diritto!
ROMA (16 gennaio) - Roma fa sentire sempre più forte la sua voce: «Basta cortei in Centro, abbiamo diritto di vivere e lavorare liberamente». È questo il coro unanime che viene dalle mail, dagli sms e dai commenti sul sito ilmessaggero.it, sulla decisione del prefetto Giuseppe Pecoraro di regolamentare i cortei nella Capitale, fissando tre piazze e due itinerari, fuori dal centro. Sul forum il dibattito sta prendendo sempre più corpo in questi giorni. Scrive per esempio Fabio, un lettore del giornale: «La libertà di una persona finisce la dove inizia la libertà dell’altra. Si può benissimo manifestare, ma ciò va fatto senza arrecare disagio alle persone che nel centro storico lavorano, vivono o semplicemente lo frequentano. La libertà è diritto sacrosanto in ogni stato democratico, così come esiste il diritto a manifestare, esiste altresì il diritto a potersi muovere liberamente nella nostra città, e non rimanere bloccati ogni santo giorno da questa o quella manifestazione». Non è infatti in ballo la libertà di manifestare il proprio dissenso o la protesta: ciò che è in discussione è il limite all’esercizio di questo diritto. «Riservare alcune piazze alle manifestazioni non significa abolire i cortei - osserva infatti Gianc - E manifestare non significa oltraggiare le forze dell’ordine, sfasciare e imbrattare interi quartieri o limitare la libertà di quelli... meno intelligenti».
E sono tanti anche i lettori che hanno parole di incoraggiamento nei confronti della campagna per una diversa regolamentazione dei cortei: «Un ringraziamento al prefetto Pecoraro e al sindaco Alemanno, che finalmente hanno deciso di affrontare concretamente questo problema», scrive Fabio. Gli fa eco un altro lettore: «Non vogliamo miracoli solo una città più pulita, più sicura, più vivibile... vale a dire una città civile». E ancora Isidoro: «Finalmente... Sono d’accordo con Alemanno».
I commenti a favore della decisione del prefetto Giuseppe Pecoraro, di regolamentare i cortei, sono bipartisan: «Sono un elettore di sinistra - premette Francesco nel suo commento sul sito internet - ma questa volta sto con Alemanno in tutto e per tutto. Non si tratta di limitare la libertà di manifestare, ma non si può neanche prendere in ostaggio Roma e tutti i suoi cittadini. A Roma si tiene, più o meno, un corteo ogni tre giorni, ovvero un centinaio l’anno, con tutte le ricadute in ordine di traffico, di ore di lavoro perse, di stress per i cittadini, ecc... Perché solo Roma ed i romani si devono fare carico di questo peso nazionale? Perché chiunque abbia qualcosa di cui lamentarsi deve venire a farlo sempre a Roma? Non andrebbe bene anche Torino? Milano? Parma? E così via. Ho vissuto per quattro anni in una zona di Roma particolarmente colpita dai cortei, San Giovanni, e vi assicuro che è un vero delirio».
«A me, personalmente, è successo molte volte di restare a piedi, o di arrivare tardi al lavoro, a causa di manifestazioni - è la testimonianza di Marco50 - Libertà è, anche, libertà di protestare, ma libertà è anche quella di non voler o non dover protestare, e di non subire pesanti limitazioni nel diritto a muoversi liberamente. Una persona si reca a svolgere una prova per un concorso, per il quale si è preparata da tempo e nel quale ha riposto molte aspettative; qualcuno protesta, per motivi sacrosanti, ma impedisce a quella persona di arrivare nel luogo stabilito per l’esame, che salta: è giusto? È libertà? È democrazia? No, questa è la prepotenza, è l’inciviltà bella e buona di chi pretende di tutelare i propri diritti scegliendo, a tal fine, una modalità che calpesta quelli degli altri. Diritto di protestare, quindi, ma dovere di non ledere quello degli altri».
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commenti L'analisi
Per analizzare in profondità i risultati dell'indagine campionaria è stata realizzata un'analisi dei gruppi che consiste nel segmentare il campione di indagine in gruppi di intervistati il più possibile omogenei al proprio interno, in funzione delle risposte fornite, ed eterogenei tra di loro. Complessivamente sono stati identificati cinque Gruppi in funzione delle variabili considerate (variabili attive) e che sono stati descritti in funzione delle cosiddette "variabili illustrative" (sesso, età, carattere socio-professionale dei rispondenti, ecc.). Ogni gruppo è stato denominato con un nome di fantasia per facilitarne l'identificazione.
Gruppo 1 (19,9%)
"Men at work"
Per gli individui di questo gruppo i pasti sono momenti importanti di convivialità, ossia per stare insieme, per parlare con i propri colleghi di lavoro e amici, per conoscere altre persone (utili per il lavoro). Per alcuni il mangiare è il momento migliore della giornata. I componenti attribuiscono un livello di importanza "medio" alla colazione. Tutti danno molta importanza al pranzo. Non mangiano frutta o la mangiano assai raramente. Si occupano "qualche volta", o il più delle volte non si occupano per nulla, della spesa. Danno scarsa importanza alla marca del cibo, alla confezione dei prodotti e una importanza media al prezzo, alla facilità e alla rapidità d'uso. Grande importanza assumono la provenienza del prodotto (paese d'origine) e le informazioni nutrizionali (calorie, grassi). Capita assai di frequente di acquistare cibi già pronti o a preparazione rapida (piatti surgelati). Leggono raramente le etichette. Importanza "media" al confezionamento per il mantenimento dell'igiene e della sicurezza dei cibi. Tra le diverse patologie collegate all'alimentazione, preoccupa di più l'obesità. Preferiscono evitare una dieta ricca di grassi, di carboidrati, di sale, e di zuccheri semplici. Sono "mediamente" soddisfatti dell'informazione sui temi della sicurezza legata al cibo.
Considerazioni
Di fatto mangiare per il gruppo "Men at work" è un espediente per stare insieme ad altri, dove il cibo non rappresenta che una comparsa. Hanno idee scarse e lacunose, talvolta del tutto erronee, circa la preparazione dei cibi, il cucinare, ecc.
Gruppo 2 (13,6%)
"No food: the snack generation"
Questi non sembrerebbero avere un rapporto sereno, o quanto meno maturo, con il cibo. Alcuni si sentono perennemente a dieta. Non hanno l'abitudine di misurare le porzioni; non mangiano quasi mai, o mai frutta. Non si occupano della spesa. Leggono raramente le etichette. Non prestano attenzione al confezionamento dei prodotti per il mantenimento dell'igiene e della sicurezza dei cibi. Non sanno nulla delle regole più elementari riguardanti il modo di trattare e conservare gli alimenti a casa, dall'evitare il contatto tra cibi crudi e cibi cotti al controllare la temperatura del frigorifero. Per i materiali credono più nel cartone e nella plastica, che non nel vetro, che quasi nessuno degli appartenenti al gruppo identifica come materiale sicuro per entrare a contatto con gli alimenti. Preoccupazione scarsa o nulla per gli alimenti conservati male in casa, verso l'eventuale presenza di ormoni negli alimenti, verso gli Ogm. Non risultano per nulla preoccupati dei seguenti comportamenti: stile di vita troppo sedentario, una dieta troppo ricca di proteine e grassi e povera di frutta e verdura.
Considerazioni
"No food: the next generation" è un gruppo di giovanissimi, che hanno un rapporto immaturo con il cibo e l'alimentazione. Il cibo sembra una necessità alla quale doversi sottoporre ogni tanto, quando non una minaccia dalla quale non è possibile sottrarsi.
Gruppo 3 (27,9%)
"fast & technological food"
Questo gruppo è formato da individui che nonostante l'interesse verso la tradizione mangiano di corsa cose già pronte. Poco importanza alla colazione, e assai meno al pranzo, che molto spesso hanno l'abitudine di saltare passando direttamente alla cena. Quasi il 50% acquista alimenti arricchiti (cereali da prima colazione con vitamine o minerali, latte con omega-3, biscotti con fibra, ecc).
Oltre il 60% si occupa della spesa alimentare dando scarsa attenzione alle informazioni nutrizionali (calorie, grassi), media agli ingredienti, alla conservabilità, alla confezione, e alta alla provenienza del prodotto, alla marca, alla presentazione e all'aspetto del cibo e al prezzo. Oltre un terzo del gruppo compra cibi già pronti o a preparazione rapida. In cucina non lavano gli utensili, nonché le mani passando dalla lavorazione di un alimento a un altro, non scongelano i surgelati a temperatura ambiente. Per i materiali ritenuti più sicuri a contatto con l'alimento hanno più fiducia nel cartone e nelle lattine, che non nel vetro. Hanno minore preoccupazione per gli alimenti scaduti, per quelli conservati male nella catena di distribuzione e a casa, per pesticidi, ormoni, Ogm, additivi. Sono mediamente preoccupati per le malattie cardiovascolari e l'obesità. Non temono una dieta troppo ricca di carboidrati, di zuccheri semplici, di proteine.
Considerazioni
Manifestano un atteggiamento duplice nei confronti del cibo: da una parte è qualcosa che li aiuta a rilassarsi e prediligono i sapori e le abitudini della tradizione famigliare, dall'altra però sono anche i più forti consumatori di cibi pronti, di prodotti sostitutivi. Mangiano velocemente, mangiano "altre cose", prodotti arricchiti tecnologicamente, a volte senza neanche sedersi a tavola.
Gruppo 4 (16,3%)
"True food"
Hanno interesse per i cibi tradizionali, per i cibi che mangiavano o mangiano i propri genitori. Sono preoccupati di evitare i cibi adulterati. Grande importanza a tutti i pasti della giornata, in particolare alle cena e al pranzo, meno alla prima colazione. Non saltano mai il pranzo, che consumano prevalentemente a casa. Non utilizzano pasti sostitutivi come le barrette, non utilizzano dolcificanti, integratori di vitamine, minerali e alimenti arricchiti. Attenti agli alimenti conservati male in casa o scaduti. Preoccupano le allergie, il colesterolo e l'obesità. Tra i vari comportamenti associabili al modo di mangiare prestano attenzione allo stile di vita non sedentario, a non essere esposti ad una dieta povera di frutta e verdura, troppo ricca di sale.
Considerazioni
Sanno cucinare, e sanno come rapportarsi con il cibo e la cucina, ne conoscono le regole e la disciplina. Sanno evitare comportamenti scorretti per quanto concerne la salvaguardia delle elementari regole di sicurezza alimentare a casa propria. Hanno con il cibo un rapporto sereno.
Gruppo 5 (22,0%)
"genesi"
Hanno interesse per cibi nuovi e per quelli della tradizione italiana. Fanno attenzione alla dieta, che vivono in modo maturo e razionale, senza traumi. Le preferenze tengono in scarso conto della preoccupazione di evitare cibi contaminati o transgenici, delle indicazioni delle riviste o della televisione, nonché di motivazioni di carattere etico, religioso, o filosofico.
Hanno l'abitudine di misurare le porzioni, di pranzare e di cenare sempre nei giorni lavorativi. Non saltano i pasti. Utilizzano i prodotti sostitutivi (es. barrette, bibite ecc.), i dolcificanti alternativi (es. aspartame, saccarina, ecc.), gli integratori di vitamine e minerali e gli alimenti arricchiti. Nel corso della giornata mangiano spesso frutta. Si occupano della spesa. Nella scelta di acquisto del prodotto prestano attenzione alla provenienza, alle informazioni nutrizionali, al prezzo, alla marca, alla conservabilità, alla porzionatura, alla confezione, alla presentazione e all'aspetto del cibo. Non acquistano cibi già pronti o a preparazione rapida.
Leggono sempre le etichette. Tra i problemi, destano preoccupazione il diabete, l'obesità, il colesterolo e le allergie. Temono una dieta troppo ricca di grassi e di carboidrati, povera di frutta e verdura, e non amano uno stile di vita sedentario. Non ritengono soddisfacente l'informazione sulla sicurezza alimentare.
Considerazioni
Non hanno verso il cibo alcuna forma di timore e di paura. Tale forte orientamento verso i prodotti alimentari ad alto contenuto tecnologico e la giovane età degli individui del gruppo ci ha indotto a nominare il Gruppo n. 5 "Genesi", nell'ipotesi - comunque da dimostrare per mezzo di ulteriori studi sull'argomento - di una modificazione reale dei comportamenti alimentari degli italiani.
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commenti In merito a ciò che è emerso dalla presentazione della campagna di comunicazione «Antibiotici sì, ma con cautela», cui Movimento Consumatori ha partecipato, Rossella Miracapillo, responsabile dell’Osservatorio Farmaci & Salute del Movimento Consumatori commenta favorevolmente l’iniziativa: “Appoggiamo campagne come questa che informano in maniera diretta i cittadini, sempre meno fruitori passivi e sempre più ‘proponenti’ le terapie al medico.
Tendenza questa pericolosa per tre diversi motivi: i pazienti sono sempre più propensi ad una sorta di autocura, al fai da te terapeutico e ad una gestione autonoma nelle modalità di somministrazione dei farmaci, sospendendo a piacimento, ad esempio, le terapie con antibiotici.
Questo comporta nel tempo l’inefficacia del farmaco. Campagne come questa sono, quindi, utilissime e speriamo che l’iniziativa sia la prima di una lunga serie perché il cittadino ha ormai un ruolo attivo rispetto al medicinale, pur non avendo la conoscenza adeguata per assumerlo in modo autonomo.
Esiste ormai una cultura alla salute “presto e ad ogni costo”, tanto che le persone sono disposte a sottoporsi anche a terapie massicce o errate pur di riconquistare subito la salute temporaneamente perduta, atteggiamento questo che va corretto con l’informazione".
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commenti AGI) - Roma, 30 ott - Se gli ogm non si vedono in etichetta allora e’ un inganno per i consumatori. E’ quanto afferma Simona Capogna dell’Esecutivo Nazionale Verdi Ambiente e Societa’ (VAS). L’Europa procede con le autorizzazioni di nuove varieta’ di Ogm.
L’ultima, di ieri, consente l’importazione per 10 anni di una nuova varieta’ di cotone geneticamente modificato (LLCotton25) brevettato dalla Bayer CropScience. A settembre la stessa azienda multinazionale aveva esultato per essere riuscita a piazzare sul mercato europeo la soia transgenica A2704-12.
Questi prodotti vengono utilizzati soprattutto negli allevamenti (mangimi) e in parte come oli per l’alimentazione umana (per prodotti fritti, prodotti da forno e snack). In pratica, -rileva la Capogna - i consumatori hanno difficolta’ a rintracciare sull’etichetta la presenza degli Ogm: la legislazione non prevede di dichiarare l’utilizzo di Ogm nell’alimentazione animale, mentre per gli altri prodotti l’obbligatorieta’ subentra solo quando l’ingrediente transgenico supera la percentuale dello 0.9%. Mentre, quindi, e’ evidente il desiderio dei cittadini di informarsi per “mangiare sano” (il 78% degli italiani, secondo l’ultima indagine dell’istituto Demopolis non desidera mangiare Ogm), assistiamo ad un’invasione del mercato di prodotti “non desiderati” e non etichettati. (AGI)
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commenti
È IL QUADRO di Italia spaccata in due quello che emerge da un rapporto appena pubblicato da Agcom (Autorità Garante delle Comunicazioni) e curato da Between, società di consulenza del settore ICT, per quanto riguarda la banda larga. Ed è un'Italia divisa sotto tanti aspetti, che insieme ci allontanano dal resto dell'Europa Unita e che minacciano lo sviluppo economico del Paese. Il problema principale, che emerge dai dati di Between, è che gli utenti banda larga italiani sono solo 10,7 milioni (a marzo 2008). Dato che ci pone tra gli ultimi posti in Europa, per diffusione della banda larga: ormai anche la Spagna e la Slovenia ci ha superati e il Portogallo è un soffio alle spalle.
Il problema è noto, ma il rapporto lo mette in una luce nuova: per due motivi. Primo, perché si vede come la scarsa diffusione è in realtà sintomo di problemi profondi del nostro Paese, punta dell'iceberg di un problema più grosso, che è appunto quello di un Paese diviso in due. Da una parte, coloro che abitano in città medio-grandi, dove c'è tutto: la concorrenza è evoluta, le offerte sono competitive, economiche e veloci; dall'altra, i piccoli comuni, dove la banda larga, se c'è, è un piatto monotono di offerte. Altra spaccatura: tra coloro che hanno il pc (i quali spesso hanno anche la banda larga) e coloro (la maggior parte) che non ce l'hanno.
Secondo aspetto originale, nell'analisi di Between: in futuro potrebbe andare peggio, nel confronto con l'Europa, perché ci sono poche speranze che l'Italia possa fare grossi passi avanti in questi molteplici aspetti. "A meno che non ci sia uno sforzo corale del sistema" (scrive Between), cioè del governo e dei vari soggetti responsabili delle infrastrutture del paese.
In particolare, secondo Between, è la scarsa diffusione dei pc (49 per cento degli abitanti, fonte Eurostat) la causa principale dei ritardi sulla banda larga. Per diffusione della banda larga tra utenti di pc, infatti, l'Italia balza al quarto posto della classifica europea. Serve quindi aumentare l'alfabetizzazione degli italiani (come ribadito nei giorni scorsi anche da Franco Bernabe', amministratore delegato di Telecom Italia, a un convegno romano). Between assolve invece i prezzi della nostra banda larga: sono persino migliori rispetto alla media europea.
Nemmeno la scarsa diffusione dei pc sembra dipendere da motivi economici (da noi c'è una certa concorrenza sui prezzi), ma solo da fattori culturali e dal sistema scolastico. Bernabè ipotizza che molte cose cambierebbero se la Pubblica Amministrazione desse il buon esempio, adottando le nuove tecnologie per dialogare con il cittadino. L'informatica penetrerebbe così nelle vite quotidiane delle persone e crescerebbe la voglia e l'esigenza di dotarsi di un pc.
A causare i ritardi della banda larga c'è, in subordine, un altro fattore (stima Between): le infrastrutture. Sono distribuite in modo poco omogeneo nel Paese. Gli investimenti degli operatori alternativi a Telecom in infrastrutture (di "unbundling local loop") sono tutti concentrati su un 50 per cento della popolazione (nelle città più ricche), il che riduce la varietà e la convenienza delle offerte disponibili per metà degli italiani.
Forte divario anche tra città e campagna. L'Italia ha una copertura Adsl, in generale, nella media europea. molto sotto la media, invece, per copertura Adsl nelle campagne (peggio di noi solo Cipro e Malta). Quest'ultimo però è un dato di fine 2006 (non ce ne sono di più aggiornati), quindi forse adesso il confronto con l'Europa è migliorato, per lo sforzo recente di Telecom di portare Adsl a velocità limitata (a 640 Kbps) nelle zone più critiche.
Le speranze per il futuro sono però in generale poco rosee, riflette Between. Per diffusione del pc "difficilmente" si arriverà al 60 per cento nel 2010, quando molti altri Paesi europei saranno ormai all'80 per cento. Qui si confida nella diffusione dei pc portatili e soprattutto dei computer economici (ce ne sono da 299 euro), che in Italia si stanno vendendo molto bene nell'ultimo anno: un successo che ancora non viene calcolato nei dati Eurostat consultati da Between (relativi al 2006); già adesso la situazione potrebbe essere migliore di quella descritta.
Tuttavia, c'è un'altra brutta notizia, riporta Between: le nuove connessioni banda larga (a 50 e a 100 Mbps), in arrivo, nel medio periodo saranno solo nelle metropoli del Centro Nord, secondo i piani Telecom, il che renderà più profonda la spaccatura dell'Italia in due.
Tecnologie alternative all'Adsl possono alleviare i problemi: è dei giorni scorsi l'annuncio di Aria, che coprirà presto con il WiMax 100 comuni non raggiunti da Adsl.
Laddove però l'arretratezza delle connessioni è causata dall'assenza di fibra ottica nel sottosuolo, nessuna tecnologia può dare velocità elevate.
Allora davvero le speranze sono riposte nel sistema Paese: il sottosegretario allo Sviluppo Economico Paolo Romani ha annunciato ieri che partiranno entro fine anno i lavori della task force per dotare l'Italia di nuova generazione. Obiettivo, coprire con la banda larghissima (oltre 20 megabit) tutti gli italiani entro il 2013.
Il convegno di Between sulle tlc appena svoltosi a Capri, però, ha fatto emergere dai vari interventi che "adesso non ci sono risorse né pubbliche né private per creare una rete di nuova generazione in Italia", dice Cristoforo Morandini, vice presidente della società. È probabile quindi che nell'immediato i soggetti della task force (tra cui ci sono gli operatori, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane e altri) solo si impegneranno a trovare una via comune per la nuova rete. I fatti domani, quando ci saranno i soldi.
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commenti Il 53% degli italiani ha cambiato, per effetto della crisi economica, i luoghi in cui va a fare la spesa. Oltre metà dei consumatori italiani privilegia dunque gli hard discount, ma anche i mercati rionali, le bancarelle e soprattutto gli acquisti diretti dai produttori, ovvero nei cosiddetti "farmers market" per i quali si registra un vero boom. E' quanto emerge dall'Indagine Swg Coldiretti sulle abitudini alimentari, divulgata in occasione della presentazione dei dati Istat sul commercio al dettaglio che evidenziano un calo ad agosto sia su base mensile (-0,5%) che annuale (-1,3%).
Come comunica Coldiretti, nel 2007 sono saliti a 57.530 (+ 48% rispetto al 2001) i frantoi, le cantine, le malghe e le cascine dove è possibile comperare direttamente. Si tratta di una risposta alle attese dei cittadini, che per frenare l'aumento dei prezzi chiedono di favorire gli acquisti direttamente dal produttore, perché si tagliano le intermediazioni e si garantiscono la qualità, la genuinità, la sicurezza e la convenienza. Dall'indagine emerge che il cittadino consumatore che sceglie di fare acquisti direttamente nei mercati degli agricoltori lo fa perché i prodotti sono soprattutto più genuini, oltre che convenienti. Si acquistano soprattutto formaggi, frutta, verdura e salumi. Alto il grado di appagamento dei consumatori: l'84% degli intervistati si dichiara soddisfatto; e il 40% chiede l'apertura dei farmers market tutti i giorni. Cosa si compra di più? In prima posizione il formaggio, seguito da ortaggi, salumi, latte fresco e uova. Ma - evidenzia Coldiretti - nella borsa della spesa finiscono anche frutta, carne, miele, olio, a testimoniare come, in tempi di scandali alimentari e carovita, si avverta l’esigenza di coniugare la ricerca della genuinità e della sicurezza alimentare alla possibilità di fare acquisti al giusto prezzo.
"I mercati di campagna amica sono la dimostrazione di come nella forbice dei prezzi tra produzione e consumo ci sono ampi margini da recuperare per garantire acquisti convenienti alle famiglie e sostenere il reddito degli agricoltori" afferma il presidente della Coldiretti, Sergio Marini, che sottolinea come - seppure si tratti di una forma di vendita limitata ad una fetta di mercato - "grazie alla maggiore concorrenza, è in grado di svolgere una importante funzione calmieratrice e per questo va diffusa e sostenuta".
E per far fronte alle difficoltà di raggiungere le campagne per fare la spesa, nel 2008 la Coldiretti ha varato oltre cento "mercati di campagna amica" nei paesi e nelle città che è possibile individuare collegandosi a www.campagnamica.it. Grazie all'accordo tra Coldiretti e le Associazioni dei consumatori (ADOC, Acu, Adiconsum, Adusbef, Codacons, Federconsumatori, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori, Casa del Consumatore) in tutti i Mercati di Campagna Amica sarà effettuato uno sconto di almeno il 30 per cento sul prezzo medio di vendita indicato quotidianamente per la stessa tipologia di prodotto dal servizio Sms consumatori , attivato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali in collaborazione con le Associazioni dei consumatori. Gli imprenditori agricoli promettono, così, ai consumatori di garantire loro non solo l'offerta di prodotti stagionali, locali, sicuri e di qualità, ma anche un vantaggio economico rilevante, riducendo i propri prezzi rispetto a quelli praticati dalla distribuzione convenzionale.
Fonte: Adoc, Coldiretti
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commenti La sostenibilità ambientale è uno dei fattori che maggiormente influenzano i consumatori francesi e spagnoli quando acquistano prodotti alimentari. Lo rivela una nuova ricerca presentata allo Sial di Parigi.
L'indagine, condotta dall'irlandese Bord Bia e presentata durante il Sial di Parigi, ha preso in esame le abitudini d'acquisto dei consumatori adulti di Francia, Germania, Spagna, Svezia e Olanda. Il 63% di quelli francesi, spiega lo studio, sceglie in base alla quantità di imballaggio, il 63% dei consumatori spagnoli, invece, preferisce le aziende produttrici sensibili ai temi ambientali.
La ricerca ha evidenziato come la consapevolezza dei consumatori in relazione alle tematiche etiche ed ambientali sia diversa tra Paese, così come in alcuni Stati non vi sia conoscenza del concetto di food miles. Gli spagnoli il 67% degli intervistati conferma di conoscere l'impronta ambientale di un prodotto(carbon footprints), in Olanda solo il 39%.
Per il 25% dei consumatori intervistati, di nazionalità spagnola, tedesca e svedese i temi ambientali hanno un impatto sulle scelte dello shopping alimentare. Il termine sostenibilità, risulta essere quello più conosciuti e di maggior effetto sulla percezione generale dei consumatori. Incide per la metà degli intervistati svedesi e più del 30% dei francesi.
E per sostenibilità, si intende innanzitutto "far fronte alle necessità del presente senza pregiudicare quelle del futuro", poi "pratiche produttive che non arrechino effetti futuri sull'ambiente".
Di notevole rilievo, inoltre, la provenienza dei prodotti; la maggioranza degli intervistati, infatti, vuole conoscere la provenienza dei prodotti. Gli Svedesi sono in cima alla lista, con la metà dei consumatori, per francesi e spagnoli, invece, la preferenza cade sulla certificazione di qualità. Per gli olandesi, fanalino di coda, la maggioranza degli intervistati non presta attenzione né alla qualità né alla provenienza.
da Greenplanet
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commenti Peggio DI NOI solo Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia
Aumenta il 'gap' tra ricchi e poveri nei paesi industrializzati e l'Italia e' tra i campioni di disequita' in una classifica in cui viene superata comunque da Messico, Turchia, Portogallo, Usa, e Polonia.
E' quanto emerge dal rapporto dell'organizzazione parigina "Growing Unequal" che stima l'incremento della diseguaglianza sociale per reddito in aumento. La stima, basata sul 'coefficiente di Gini' che misura la differenza del reddito con un numero compreso tra 0 e 1 (eguaglianza perfetta nel primo caso e perfetta diseguaglianza nel secondo), mette ai primi posti con un bassissimo livello di diseguagliaza (fino allo 0,25) paesi come la Danimarca, la Svezia e il Lussemburgo, campioni della distribuzione della ricchezza nazionale. L'Italia, al sest'ultimo posto, ha un coefficiente intorno allo 0,35 a fronte dello 0,38 circa degli Usa e dello 0,48 del Messico a cui va il primato di disequita' sociale tra i paesi Ocse. Lo studio rileva come negli ultimi due decenni la disequita'sociale sia aumentata a secondo dei paesi tra il 7 e il 30%. In termini generali l'Ocse rileva che il gap ostacola generalmente la mobilita' sociale, piu' forte nei paesi con bassi tassi di diseguaglianza dove si riscontrano piu' opportunita' di lavoro. Tra gli elementi che emergono dal rapporto quello che la poverta' e' diminuita nella fascia di eta' tra i 55 e i 75 anni, mentre e' aumentata la percentuale di bambini poveri. (AGI)
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commenti L'aumento della domanda di una soluzione unica per la convergenza di servizi e dispositivi digitali, è un'opportunità per le aziende di telecomunicazioni
E' quanto emerge da uno studio presentato da Accenture, società globale di consulenza direzionale, servizi alle imprese, system integration & technology.
I consumatori più informati e attenti alla tecnologica preferirebbero avere a disposizione una soluzione di networking unificato, che sia in grado di collegare tutti i loro dispositivi, portatili, per la casa e per l'auto. La ricerca, dal titolo Telecommunications Competitive Future Research: A Consumer Perspective, ha preso in esame le opinioni di 600 consumatori che utilizzano di frequente servizi e dispositivi digitali ed è stata condotta durante il mese di luglio, includendo 100 interviste on-line in Brasile, Cina, Europa, India, Giappone e Stati Uniti.
Per essere classificati come consumatori “tech-forward” cioè tecnologicamente avanzati e rientrare quindi nel campione, gli utenti dovevano:
1. partecipare, da soli o con altri, alle decisioni relative ai prodotti tecnologici e di comunicazione destinati all'ambito familiare
2. essere abbonati a un servizio Internet broadband/high-speed, a un servizio di TV via cavo o satellitare e a un servizio di telefonia wireless con un piano dati o un bundle
3. utilizzare almeno dieci diversi dispositivi, servizi Internet o tecnologie per la casa per essere
considerato un “early adopter” di prodotti tecnologici.
Cosa si è scoperto
È risultato che l'87% ritiene che la maggior parte dei dispositivi digitali personali sia destinata a far parte di una rete unica, mentre l'81%, cioè più di quattro persone su cinque, afferma di prediligere un unico sistema per il controllo di tutti i dispositivi utilizzati. Inoltre, il 53% degli intervistati ha affermato di considerare il ricorso a un unico fornitore quale soluzione migliore per ottenere il controllo centralizzato di tutte le funzionalità.
L'assistenza alla clientela è il criterio di valutazione basilare nella scelta del fornitore incaricato di gestire molteplici dispositivi e servizi per l'85% del campione; l'80% sottolinea invece l'importanza della sicurezza e degli standard per la privacy, e infine il 78% ritiene essenziale mantenere gli stessi standard per fornitori differenti.
In termini di competenze specifiche, lo studio ha rivelato che la grande maggioranza dei consumatori (93%) ritiene che in futuro l'efficienza energetica, o i cosiddetti green controls (come per esempio quelli per l'illuminazione, il riscaldamento e il condizionamento), sarà connessa in rete.
Così come lo saranno le autovetture (per l'84%), i grandi elettrodomestici (81%), porte/finestre
(79%) e, anche se in misura minore, i piccoli elettrodomestici (66%).
Gli altri risultati salienti emersi dallo studio
a cura di Dino del Vescovo - da pcWorld
Non se ne puo' proprio piu'. In questi giorni, piu' che abitualmente, siamo subissati di richieste di informazioni da cittadini che chiedono di liberarsi del cosiddetto canone della Rai. "Complice" una serie di trasmissioni televisive (non Rai ovviamente) che hanno riproposto il problema e che continueranno a farlo nei prossimi mesi, sono migliaia le richieste che assediano i nostri telefoni e il nostro servizio di informazione E-mail "Cara Aduc". Tutti non si capacitano perche' debbano pagare un canone per il solo fatto di possedere un apparecchio televisivo o multimediale (o il videocitofono, come in alcuni casi) pur non vedendo i canali Rai: su questo l'informazione che da' la Rai e' distorta e non appartiene alla logica etimologica delle parole. Alla nostra spiegazione che si tratta di una imposta sul possesso di un qualunque apparecchio atto a ricevere trasmissioni tv, annuiscono, ma nel contempo tutti manifestano di essere stupefatti del perche' si continui a chiamarlo canone o abbonamento e commentano che e' la conferma di uno Stato lontano, nemico e altro dagli interessi dei cittadini... nessuno stupore, quindi, che in diversi scelgano la clandestinita' e l'evasione dell'imposta...
Il disagio e il malumore gonfiano sempre piu', anche perche' la Rai, invece di essere amichevole, comunicativa e comprensiva, usa solo arroganza, violenza e intrusione: tutti i cittadini, per il solo fatto di avere una residenza anagrafica, sono considerati evasori e delinquenti e vengono tartassati con lettere minatorie e visite di figuri loschi che carpiscono con l'inganno firme su dichiarazioni di ammissione di possesso di un apparecchio che riceve trasmissioni tv... proprio il contrario dei motivi ispiratori dei nostri codici, quando stabiliscono che, fino a prova contraria, chi non e' riconosciuto colpevole in via definitiva e' innocente.
Un situazione che sta provocando un disastro che, piu' si va in la' nel tempo, piu' sara' difficile ricucire: la credibilita' dello Stato e' ormai sotto lo zerbino e l'ingegnosita' dei cittadini per non fare il loro dovere di contribuenti e' sempre piu' sviluppata.
Un gioco al massacro in cui lo Stato e' piu' colpevole del singolo evasore, perche' lo Stato sa e non agisce per modificare, continuando a prendersi sputi in faccia senza neanche il pudore di accennare ad un dialogo. Dialogo che noi abbiamo cercato piu' volte di sviluppare li' dove si formano le leggi, in Parlamento. Nella passata e nell'attuale legislatura, grazie alla sen. Donatella Poretti abbiamo fatto presentare interrogazioni che cerchino di mettere i puntini sulle "i", ma niente, niente e ancora niente: i ministeri interessati hanno contrapposto solo un silenzio che non possiamo leggere come imbarazzo anche solo a far sentire la propria voce, probabilmente per non dare risposte che li renderebbero piu' ridicoli di quanto gia' non lo siano in materia.
Per questo rivolgiamo un appello tutti gi eletti nei due rami del Parlamento, che' facciano propria l'interrogazione della sen. Poretti, vi aderiscano o la riscrivano, facciano come credono piu' opportuno, ma si adoperino perche' sia messo un punto fermo, di certezza del diritto su cui, poi, ognuno, secondo i propri convincimenti (pro o contro canone che siano) dia battaglia per l'affermazione di cio' in cui crede. Non crediamo che la certezza del diritto sia appannaggio di governo o di opposizione, ma sappiamo che la non-certezza e' solo appannaggio dei sistemi non-democratici, dove i cittadini non sono tali ma sudditi.
LA VICENDA IN BREVE - La confusione sul cosiddetto “canone di abbonamento” alla Rai e' alimentata da un Regio decreto legge del 1938: tale tassa e' dovuta per il possesso di “apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni”. In altre parole, qualsiasi apparecchio che teoricamente possa essere modificato per guardare un programma tv ne e' soggetto. La Rai, conscia di questo, pretende l'imposta non solo per i televisori, ma anche per i “personal computer, decoder e altri apparecchi multimediali”. Ne consegue che la richiesta potrebbe essere estesa anche a iPod, videocellulari, videocamere, riproduttori Dvd e Vhs, macchine fotografiche digitali, etc.
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commenti
di PAOLO PIETROGRANDE
IL MONDO DELLA FINANZA È SEMPRE PIÙ ATTENTO ALLE FONTI ALTERNATIVE
La tanto decantata Germania, nonostante le migliaia di mulini a vento realizzati negli ultimi anni e i milioni di metri quadri di pannelli solari disseminati sul territorio, ancora oggi ha un’incidenza pro capite dell’energia pulita inferiore all’Italia.
Merito dei nostri nonni che per supportare la crescita industriale degli anni Trenta hanno sfruttato i piccoli corsi d’acqua per costruire centraline idroelettriche e che, già cento anni fa, hanno saputo ingegnosamente imbrigliare le fumarole di Larderello per produrre energia geotermoelettrica. Perfino nel settore eolico le prime macchine di grande taglia sono state realizzate in Italia, dall’Ansaldo, negli anni Novanta ed Eni fu un precursore delle tecnologie fotovoltaiche. Purtroppo gli italiani hanno molta difficoltà a convertire la spiccata prolificità delle soluzioni tecniche in successi commerciali globali. Così i danesi hanno costruito una fortuna dove Ansaldo si è ritirata, i norvegesi dominano il mercato fotovoltaico, 16 miliardi di euro di fatturato all’anno, mentre le residue attività di Eni nel settore sono diventate così insignificanti da sparire dalle statistiche.
La danese Vestas è leader della tecnologia eolica e vale in borsa 25 miliardi di dollari, il doppio di Finmeccanica, la norvegese Rec è leader mondiale del silicio e dei wafer fotovoltaici e ha una capitalizzazione di borsa di 13 miliardi di dollari, una volta e mezza la Fiat. Queste due aziende, create in piccoli Paesi europei che hanno meno ingegneri, meno cultura industriale, meno risorse energetiche rinnovabili dell’Italia, quindici anni fa non esistevano.
Vestas, Rec e molti altri hanno potuto crescere rapidamente grazie a un management team che ha saputo rinnovarsi man mano che le sfide imponevano nuove competenze e grazie a un sistema di investitori finanziari che ha saputo sostenere le ambizioni del management e ha fornito riferimenti e motivazioni per accelerazioni della crescita. Per i grandi fondi pensione americani, per i principali broker finanziari, per i grandi private equity investire in aziende che operano nel settore delle rinnovabili è un business logico perché:
• i consumi energetici sono destinati a salire indipendentemente dall’attuale aumento dei prezzi petroliferi, poichè le popolazioni dell’Asia aspirano a una migliore qualità della vita che necessita di maggiore utilizzo di fonti energetiche primarie;
• la crescita del settore delle rinnovabili si basa su fondamenti solidi come la crescente esigenza di non dipendere energeticamente dai Paesi produttori di petrolio e la necessità di garantire stabilità di prezzi per le forniture di energia elettrica;
• i modelli di business sono semplici, prevedibili e con una visibilità di lungo periodo. Piani finanziari a 20 anni sono affidabili perché le componenti di costo soggette a inflazione hanno un peso marginale rispetto al costo industriale complessivo, visto che non ci sono combustibili, mentre risentono in maniera preponderante del valore dell’investimento iniziale, compiuto sotto il controllo dei finanziatori;
• il quadro normativo internazionale, seppure soggetto a variazioni, è affidabile ed è sostenuto dalla crescente attenzione dell’opinione pubblica ai temi ambientali e all’esigenza di contrastare i cambiamenti climatici.
Con queste caratteristiche fondanti è ovvio che gli investitori istituzionali guardino con favore al settore e che banche e istituti di credito siano disposti a concedere leve finanziarie significative e su periodi estesi.
I grandi operatori del settore sono riconducibili a quattro tipologie distinte:
• le società elettriche che hanno divisioni rinnovabili al loro interno, come Enel, Sorgenia, Edison in Italia, ma anche Shell e Bp all’estero, e che hanno obiettivi di diversificazione delle fonti e capacità di investimento illimitate, ma soffrono di una certa lentezza ad adeguarsi alla grande frammentazione territoriale del business;
• i grandi operatori elettromeccanici multinazionali, General Electric, Siemens, Applied Materials che hanno acquisito le tecnologie più promettenti e, applicando la rigorosa disciplina dell’innovazione tecnologica e dell’ottimizzazione operativa, hanno apportato grandi benefici in termini di affidabilità, competitività e performance delle apparecchiature;
• le aziende specializzate ad azionariato diffuso quotate in borsa, per esempio Hiberdrola Renewables tra i produttori di energia, Gamesa, Vestas, Rec o Suntech tra i costruttori di componenti, caratterizzate da una fortissima focalizzazione in un solo settore, nel quale sono leader incontrastati e a oggi si può stimare che le principali aziende esclusivamente dedicate al settore che sono quotate in borsa valgano oltre 200 miliardi di dollari, circa la metà della capitalizzazione della borsa di Milano;
• le aziende specialistiche più piccole che hanno fatto ricorso al private equity per finanziare la loro crescita, come ad esempio in Italia Ivpc, Icq, Asja, E&S che sono tutti produttori di energia rinnovabile, Gamesa Solar, Ges, che sono invece impiantisti a livello internazionale. Secondo le dichiarazioni dei principali fondi di investimento mondiali sono almeno nove i miliardi di dollari che sono stati investiti nel settore da private equity nell’ultimo anno.
Private equity in attesa
Sulla scia di Atmos Holding, il precursore in Italia dei fondi di investimento dedicati al clean tech, negli ultimi mesi sono nati numerosi private equity, come Ambienta, Next Energy e Greenenergy Capital; il mercato è così giovane che pochi hanno già avviato la fase di dismissione, quindi sono ancora rari i casi in cui è possibile misurare la resa economica di queste attività di investimento:
tra questi pochi, il caso più eclatante è dell’irlandese Trinergy che in tre anni ha acquisito, valorizzato e poi ceduto impianti eolici, gran parte in Italia, realizzando plusvalenze vicine al miliardo di euro e creando aspettative forse esagerate nel settore.
I private equity italiani, drogati da tali aspettative, sono ora alla ricerca di opportunità di investimento su impianti in esercizio o in via di sviluppo. Ma dov’è il valore? In Italia operano nel settore delle fonti rinnovabili circa 400 aziende, con 15 mila addetti e che generano circa sei miliardi all’anno di ricavi, probabilmente versano all’erario non meno di 500 milioni, peraltro riducendo le importazioni di greggio di 40 milioni di barili all’anno, al prezzo attuale, quindi alleggerendo la bilancia dei pagamenti di non meno di cinque miliardi di euro. Molte di queste aziende hanno conoscenze tecniche e operative rilevanti, grazie alla consolidata esistenza del settore in Italia, ma operano tipicamente in area locale, hanno dimensioni troppo piccole per potersi permettere investimenti in innovazione e in sviluppo commerciale, e spesso sono gestiti dal fondatore o dai suoi eredi che non sempre dispongono delle necessarie competenze manageriali per assicurare la crescita economica.
Quando i private equity e ancor di più i venture capitalist investono in Italia spesso è perché hanno analizzato con attenzione il contenuto tecnologico delle aziende facendo emergere piccole realtà che, gestite con mano più esperta e dotate delle necessarie risorse finanziarie, saranno in grado di primeggiare a livello mondiale.
Dieci anni fa l’attività visionaria di uno dei più brillanti pionieri del settore, l’avvocato Vigorito, è stata valorizzata grazie a investitori americani che hanno consentito lo sviluppo di Ivpc fino a farlo diventare il secondo maggior developer eolico in Europa; similmente la Baccini, che è entrata nel gruppo Applied Material, da efficace ma piccolo fornitore di macchinari, è ora destinata a dominare il mercato dei sistemi per la produzione di celle fotovoltaiche; e ancora Ener3, acquisita da First Reserve, che grazie alla contemporanea acquisizione di Gamesa Solar, da boutique della consulenza sulle rinnovabili è ora la testa di ponte di uno dei principali impiantisti di rinnovabili in Europa.
I private equity e i venture capitalist sono un ottimo strumento per valorizzare idee imprenditoriali e competenze, ma in Italia sembrano distratti dalla ricerca di partecipazioni con durate brevi e di aziende già mature. Anche perché le piccole aziende, pur brillanti e dotate di prospettive rilevanti di crescita, non sono predisposte per l’ingresso di un partner finanziario che ha bisogno di sistemi gestionali trasparenti, solide strutture contrattuali, comunicazione puntuale e concisa.
Potenziali di crescita
Come valorizzare quelle aziende caratterizzate da buona dose di “italian ingenuity” che hanno la potenzialità di primeggiare in un mercato globale in continua inesorabile crescita, ma che hanno bisogno di partner esperti?
Innanzi tutto quando un piccolo operatore decide di farsi affiancare da un private equity è necessario che le aspettative di valore dell’azienda siano realistiche, basate su piani di sviluppo supportati da analisi, verifiche puntuali e associati a capacità manageriali adeguate. Gli ultimi 12 mesi hanno visto in Italia una preoccupante serie di tentativi falliti di quotazione in borsa o di mancata cessione di quote a private equity. Gran parte di questi insuccessi sono riconducibili alla scarsa professionalità di advisor e di consulenti che hanno trascinato i loro clienti in improbabili supervalutazioni di progetti e idee, non adeguatamente supportati dalla solidità manageriale per portarli a termine.
Fissare obiettivi realistici significa anche guidare gli advisor anziché farsi guidare da loro. La trasparenza e la lealtà sono caratteristiche fondamentali per lavorare con un private equity, e non sono delegabili.
Poi è necessario che le aziende che cercano partner finanziari abbiano un piano di sviluppo semplice, focalizzato se possibile su una sola idea da perseguire con determinazione.
Saper scegliere un tema significa investire tutto per il successo di quell’iniziativa. Un investitore che volesse diversificare i campi di interesse, investirebbe in diverse aziende, non nella stessa. Manager-fondatori troppo distratti da impegni sociali, da incarichi altisonanti, da ruoli pubblici non sono gli interlocutori più credibili per investitori che a loro si dovrebbero affidare per gestire la crescita del valore delle aziende su cui hanno investito. In realtà gli investitori scelgono il manager associato all’idea imprenditoriale, se il manager non è all’altezza, difficilmente investono.
Realizzare una fabbrica di pannelli solari con la più avanzata nanotecnologia a nulla serve se contemporaneamente, o addirittura in anticipo, non è stata predisposta un’adeguata rete di commercializzazione . Ci sono proposte di investimento per linee da 100 MW/a, un quarto della capacità mondiale, senza che vi sia alcun accordo di commercializzazione: difficilmente saranno realizzate.
Investitori che decidono di intraprendere un progetto non sono spaventati dall’entità delle risorse necessarie, ma spesso proprio dalla loro sottovalutazione. Perché un componente rivoluzionario conquisti il mercato non sono solo necessari investimenti in macchinari e ingegneri: servono anche consistenti iniezioni di capitale circolante, addetti commerciali, amministrativi e così via. Spesso i business plan presentati sono un esercizio di parsimoniosa crescita per piccoli passi, mentre i partner finanziari vogliono contribuire a una repentina accelerazione dello sviluppo aziendale, vogliono “fare la differenza”.
Infine, gli investitori stranieri guardano con sospetto gli investimenti che sono basati su contesti tariffari e normativi troppo esposti al dibattito politico locale: giustamente rifuggono dalle attività in cui è possibile che si insinuino corruzione e intermediari.
Nessuno dei punti elencati costituisce novità per chi opera nel settore a livello globale. Chi sette anni fa ha incontrato un simpatico scienziato di origine cinese - professore universitario nella piccola università di New South Wales in Australia -, non può che essere sorpreso di vedere oggi il dottor Zhengrong Shi a capo del maggiore produttore al mondo di pannelli fotovoltaici, Suntech, azienda quotata alla borsa di New York che vale quanto Mediaset: per fare questi passi da gigante il brillante professore ha fatto ricorso a partner adeguati, che in lui hanno però riconosciuto leadership, credibilità, affidabilità e determinazione. Nelle quattrocento aziende italiane che si occupano di clean tech ci sono molti dottor Shi, ma dobbiamo farli emergere, in modo che in futuro la geniale preveggenza di Ansaldo ed Eni possa servire ad affermare nel mondo le idee e le competenze italiane.
da Il quarto numero 2008 della rivista QualEnergia Anno VI, n.4, settembre-ottobre 2008
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commenti Il Governo ha annunciato per la prossima primavera una Conferenza nazionale sull’energia.
Si tratta di una novità. L’ultimo momento di riflessione collettivo si era infatti tenuto una decina di anni fa, mentre per parlare di un vero Piano energetico nazionale dobbiamo andare al 1988, con il PEN88.
La liberalizzazione del settore elettrico e di quello del gas aveva fatto mettere in soffitta l’era dei Piani energetici. Nel nuovo contesto internazionale, il mercato sovrano avrebbe dovuto essere il nuovo regolatore. In effetti le scelte negli ultimi anni sono state compiute sostanzialmente dagli operatori che hanno individuato le tecnologie - centrali a ciclo combinato - e definito le localizzazioni degli impianti. Una certa azione programmatrice è rimasta alle Regioni che non sempre però l’hanno utilizzata in maniera adeguata, la quale a volte è risultata velleitaria, con obbiettivi impraticabili e priva di adeguate politiche di sostegno. In altri casi, al contrario, sono stati partoriti piani di basso profilo non coerenti con gli impegni internazionali.
Anche i Comuni e le Province hanno elaborato specifici Piani energetici locali. Questi strumenti hanno permesso di effettuare una mappatura delle potenzialità sia sul versante dell’efficienza energetica che delle fonti rinnovabili e consentito di definire obbiettivi e strumenti di intervento. Dunque un’azione dal basso utile nella misura in cui l’intelligenza degli amministratori ha consentito di utilizzare le informazioni raccolte per dare un impulso alle politiche locali, cosa che è avvenuta però molto parzialmente.
Proprio mentre le Regioni si avviano a un nuovo protagonismo con la ripartizione degli obbiettivi sull’efficienza e sulle fonti rinnovabili, si vorrebbe che il pendolo tornasse a oscillare verso una regia centrale delle scelte. L’occasione è il ritorno del nucleare, una tecnologia che non può decollare senza un forte coordinamento e un sostegno diretto. Intendiamoci, un ruolo incisivo del Governo sarebbe comunque necessario per gestire il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi europei del 2020.
L’impegno necessario per affrontare criticità, come il picco della produzione di petrolio e
soprattutto la riduzione delle emissioni climalteranti, richiederà nei prossimi decenni un coordinamento dei vari livelli istituzionali e un forte impulso dal centro.
Tutto ciò è finora mancato, salvo qualche momento felice. Il salto di qualità si ripropone adesso su un tema scivoloso e nel modo più sbagliato. Parliamo del nucleare, proposta lanciata come scorciatoia nei confronti degli alti prezzi del petrolio, per motivi di consenso, per imitazione, per scelta ideologica e per mancanza di una strategia di largo respiro.
Questo cambiamento di strategia peraltro è stato gestito in modo del tutto improvvisato, senza una discussione nel Paese e senza un confronto tra le forze politiche. Date le premesse, la decisione assomiglia a quella sul ponte sullo stretto di Messina, la cui sorte può essere ribaltata a ogni cambio di Governo.
È evidente infatti che non si troveranno né i siti necessari, né i finanziatori per una filiera tecnologica così impegnativa in assenza di una scelta bipartisan e in mancanza del consenso dell’opinione pubblica. Al momento manca sia l’una che l’altra di queste pre-condizioni. Ecco dunque che si pensa a scorciatoie pericolose e a una forzatura delle regole. Lanciato il sasso, il Governo inizia a riflettere su come rendere praticabile la proposta.
Passata l’euforia del «metteremo la prima pietra entro la fine della legislatura», si comprende l’estrema difficoltà, in particolare per l’Italia, di avviare un percorso realizzativo.
Intanto ha buon gioco Bersani che, con i piedi per terra, sostiene che prima di lanciarsi in queste avventure occorre dimostrare di saper risolvere i problemi lasciati aperti, partendo dallo smaltimento delle scorie delle vecchie centrali. Come convincere l’opinione pubblica se non si riesce nemmeno a dare una risposta alle eredità velenose del passato?
Poi bisognerebbe affrontare il vuoto totale delle autorità di controllo e più in generale la
mancanza di specialisti di settore. Ci si rende conto che ci vorranno molti anni per ricostruire il quadro di competenze che sarebbe necessario.
Atomo poco liberalizzato
Ma è sul lato economico finanziario che sorgono i problemi maggiori. Come fare per trovare i capitali necessari nell’ambito dell’esistente mercato elettrico liberalizzato?
Quando si era in regime di monopolio i rischi venivano ripartiti tra Stato e consumatori.
Adesso invece le incognite, e sono molte, dovrebbero gravare sulle spalle dei produttori. Certo diversi operatori come A2A, Edison ma soprattutto Enel, che già opera in questo settore all’estero, hanno dichiarato il proprio interesse. Resta però, pesante come un macigno, il quesito sulle modalità di reperimento dei capitali necessari. Un articolo del Wall Street Journal sottolineava, ad esempio, le difficoltà per Enel esposta finanziariamente per 60 miliardi di euro.
E le previsioni sui costi continuano a salire. Secondo l’ultima valutazione di Moody’s ormai si raggiungerebbero gli 8.000 $/kW.
Ecco allora che si pensa di fare uscire dal cilindro un trucco per aggirare l’attuale contesto del mercato liberalizzato. Non è ancora emersa una proposta chiara, ma è prevedibile che alla fine prevarrà un mix tra l’approccio statunitense e quello finlandese, tra Bush e Olkiluoto.
George Bush, dopo aver invitato invano gli operatori elettrici a investire nel nucleare rompendo un tabù che impediva dal 1978 l’ordine di un nuovo reattore, ha capito che l’unico modo di convincere gli investitori era quello di mettere un lauto gruzzolo sul piatto. Ed è ciò che ha fatto, convincendo alcuni operatori a farsi avanti. Anche se i costi, molto più alti rispetto alle prime stime, stanno già portando alle prime rinunce.
Lo schema finlandese è più sofisticato. In sostanza si è proposto un coinvolgimento di grandi consumatori industriali che, a fronte di un prezzo garantito sul lungo periodo dell’elettricità prodotta, coinvestono nelle centrali. Nel caso di Olkiluoto c’era poi un altro elemento assolutamente favorevole. Un contratto blindato che prevedeva che gli eventuali extracosti di costruzione sarebbero caduti sulle spalle dei fornitori delle tecnologie. Questa clausola, che ha finora scaricato su Areva e Siemens 1,5 miliardi € di costi imprevisti, è difficilmente riproponibile. In particolare in Italia, dove si sa che gli incrementi di costo in corso d’opera sono alquanto comuni. Quindi da noi potrà venire fuori un “Cip6 nucleare” modificato, cioè un sostegno pubblico sul modello statunitense accompagnato da un’iniezione di capitale privato da parte di una cordata di industrie energivore disposte ad accollarsi una parte degli oneri a fronte di garanzie ben precise sul ritiro dell’elettricità. Vedremo nel tempo quali esercizi di ingegneria finanziaria verranno proposti e come potranno piegare le attuali regole di mercato.
Un luogo per l’atomo
Intanto, il problema più urgente da risolvere riguarda la localizzazione degli impianti. E qui ne vedremo delle belle. Diversi Presidenti di Regione, dal Piemonte alla Toscana, dalla Puglia al Lazio, hanno infatti già dichiarato che non hanno intenzione di ospitare centrali nucleari sul proprio territorio. Ci sarà poi da aspettarsi un’accoglienza non proprio entusiastica da parte dei Comuni coinvolti.
E qui arriviamo a un altro passo falso del Governo. Tutte le esperienze internazionali insegnano che se si vuole avere una qualche possibilità di successo nella localizzazione di impianti potenzialmente controversi va previsto, fin dall’inizio, un ampio coinvolgimento delle popolazioni interessate. Del resto, l’improvvido blitz del precedente Governo Berlusconi per creare in Basilicata un sito sotterraneo di scorie nucleari, con corollario di cortei di cittadini in rivolta e successiva ingloriosa marcia indietro, dovrebbe essere un precedente da tenere nella giusta considerazione. Invece pare che non si sia imparato niente e che si riproponga la stessa logica. Nel decreto legge 112/2008 si prevedeva infatti la possibilità di definire specifiche «aree di interesse strategico nazionale, soggette a speciali forme di vigilanza (anche da parte dell'esercito)» sottratte a ogni possibilità di controllo da parte delle popolazioni locali. Un segnale poco rassicurante rispetto alla necessità di coinvolgimento attivo dei cittadini. Fortunatamente però questa proposta è stata stralciata dal testo finale insieme ad altri emendamenti che tendevano ad accelerare in modo non controllabile l'iter procedurale.
Le previsioni sui tempi rappresentano un altro segnale della superficialità con cui si è affrontata la problematica. Se pensiamo agli undici anni che saranno necessari per realizzare il reattore di Olkiluto, dove peraltro si era saltata la fase della scelta del sito che già ospita altri due reattori, o ai sette anni che sono stati necessari per trasformare a carbone la centrale di Civitavecchia, tempi di progettazione esclusi, si comprende che non è realistico pensare che una centrale nucleare italiana possa generare elettricità prima del 2022.
E veniamo a un elemento più di fondo. Come cambierebbe il nostro sistema elettrico al 2030, con l’immissione di un parco di centrali in grado, come auspicato dal Governo, di generare il 25% della elettricità del Paese con il nucleare e un altro 25% dalle fonti rinnovabili.
Facciamo l’ipotesi che per allinearci agli impegni internazionali, la domanda di elettricità del Paese cresca dagli attuali 354 TWh/a fino a un tetto di 400 TWh/a per poi iniziare nei decenni successivi a diminuire grazie al continuo aumento dell’efficienza di utilizzo dell’energia, in coerenza con la traiettoria di riduzione del 50-60% delle emissioni climalteranti nei prossimi 40 anni. Con queste stime di richiesta elettrica, la ripartizione proposta dal Governo comporterebbe circa 100 TWh/a verdi e 100 TWh/a nucleari. I valori sarebbero più alti in presenza di una politica meno virtuosa sul lato della domanda. Vero è che abbiamo da erodere la quota di 45 TWh/a attualmente importati, ma sommando l’elettricità generata dalle centrali a ciclo combinato, a carbone e in autoproduzione, ci avvicineremmo ai 250 TWh/a. Ci sarebbe quindi un eccesso di produzione (100+100+250-400 = 50 TWh/a) che potremmo esportare, in presenza di eventuali compratori, ma che più probabilmente comporterebbe un funzionamento sub-ottimale degli impianti non nucleari. Detto in altre parole avremmo un eccesso di capacità, o più probabilmente dovremmo limitare la crescita delle rinnovabili che già con l’obbiettivo del 25% risulterebbe sottodimensionata rispetto alle indicazioni europee. Inoltre, l’incertezza sulla possibile espansione delle centrali a ciclo combinato potrebbe anche comportare un rallentamento delle decisioni rispetto a nuovi impianti di generazione e ai rigassificatori.
Oltre l’Atlantico
Per finire, passiamo dall’altra parte dell’oceano, dove l’elezione del nuovo Presidente cambierà molto la scena energetica statunitense e più in generale quella mondiale. Chiunque vincerà porterà a un deciso mutamento nelle scelte sui cambiamenti climatici, in quanto sia Obama che McCain vogliono che gli Usa ritornino a un confronto sul post-Kyoto con gli altri Paesi. Le differenze sono però notevoli rispetto ad altri temi decisivi: il rilancio del nucleare, il ruolo dell’efficienza energetica, il potenziamento delle rinnovabili. Sull’atomo Obama è cauto.
Non chiude la porta, ma afferma che prima vanno affrontati i rischi di proliferazione di armi nucleari e va risolto il problema dello smaltimento delle scorie. Peraltro in passato si è sempre dichiarato contrario al discusso sito di Yucca Mountain, da molti anni allo studio come possibile cimitero di scorie. McCain invece è a favore del sito del Nevada e propone la costruzione di 45 reattori entro il 2030.
Obama propone di investire sulle rinnovabili 150 miliardi $ per uno straordinario programma di rilancio che dovrebbe consentire all’elettricità verde di soddisfare un quarto della domanda entro il 2025 e creare 5 milioni di posti di lavoro. McCain si è detto invece contrario a rendere più rigidi gli standard di efficienza delle auto e ha votato contro l’estensione di incentivi alle rinnovabili. Vedremo chi vincerà. Intanto un segnale chiaro viene dal mercato.
Dopo i 5.200 MW eolici installati lo scorso anno, nel 2008 ci si aspetta che vengano realizzati aerogeneratori per 6-7.000 MW, quindi più di un terzo di tutta la nuova potenza elettrica installata negli Usa. In questo modo il Paese strapperà alla Germania il primato, almeno in termini di elettricità eolica prodotta. Insomma, ci saranno novità interessanti nel 2009. Quanto innovative lo sapremo a novembre.
di Gianni Silvestrini - dalla rivista QualEnergia
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commenti I cambiamenti climatici potrebbero favorire la diffusione di malattie che si trasmettono dagli animali all'uomo: l'allarme arriva dalla Wildlife Conservation Society (WCS) che ha presentato il suo nuovo studio 'The deadly dozen: wildlife diseases in the age of climate change' durante il Congresso mondiale della International Union for Conservation of Nature, a Barcellona. La 'letale dozzina' cui si accenna nel titolo dello studio fa riferimento a dodici zoonosi - le malattie nate dagli animali - che potrebbero conoscere una diffusione planetaria a causa dei cambiamenti climatici. Le variazioni nelle precipitazioni e nella temperatura influenzano infatti la riproduzione e la distribuzione degli agenti che veicolano le infezioni.
"Abbiamo visto la malattia di Lyme presentarsi negli Stati Uniti e in Canada, e lo stesso vale per la febbre del Nilo occidentale", ha detto William Karesh, direttore delle ricerche del WCS. "Siccome le temperature stanno salendo anche in queste zone, zanzare, mosche e zecche riescono a spostarsi piu' a nord e a trasportare le malattie". "La salute degli animali selvatici e' strettamente legata agli ecosistemi in cui vivono e anche piccoli cambiamenti possono avere grandi conseguenze su quali malattie possono emergere ed essere trasmesse man mano che il clima cambia", secondo Steven Sanderson, chief executive del WCS. Oltre all'aumento delle temperature l'ente indica anche la scarsita' d'acqua come fattore che favorisce il passaggio delle malattie dall'animale all'uomo. Secondo il WCS occorre agire su piu' fronti: proteggere il clima e l'ambiente, studiare la salute degli animali selvatici e educare le popolazioni indigene. Il Dr Karesh ricorda che nel nord della Repubblica del Congo, i cacciatori usano portare nei loro villaggi gli animali morti che trovano nella foresta e se questi animali sono morti per l'Ebola, il contagio dell'uomo e' facilissimo
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commenti Nel 2007, nei 111 comuni capoluogo di provincia, il consumo pro-capite di gas metano per uso domestico e per riscaldamento è diminuito del 6,9% rispetto all’anno precedente, attestandosi sui 366,5 m3 per abitante, mentre il consumo pro-capite di energia elettrica per uso domestico è aumentato del 4,5%, raggiungendo il valore di 1.202,0 kWh per abitante». Lo sostiene l’Istat nell’indagine sugli indicatori ambientali urbani che, oltre agli Uffici di statistica comunali, ha coinvolto altri organismi operanti sul territorio comunale
Grazie alle temperature più miti registrate nell’inverno del 2006-2007, spiega l’istituto, si assiste a un’ulteriore diminuzione dei consumi domestici di gas metano, che risultano attualmente inferiori a quelli dell’anno 2000. Nel periodo estivo invece, le temperature sono rimaste vicine ai valori climatici del periodo 1961-1990, anche se la maggiore diffusione dei condizionatori di aria, dopo una pausa durata due anni, ha fatto registrare un aumento dei consumi pro-capite di energia elettrica per uso domestico. Non è stato però raggiunto il picco di consumo registrato nell’anno 2004, subito dopo l’estate torrida del 2003.
Nel 2007, tra i 111 comuni esaminati, 54 hanno un livello di consumo pro-capite di gas metano superiore alla media, ma solo 12 di questi mostrano un incremento dei consumi rispetto al 2006. Parma, in particolare, presenta il consumo di gas pro-capite più alto (904,0 m3 per abitante), seguita da Varese (899,3), Padova (871,3) e Como (806,5). Sul fronte opposto, Reggio di Calabria è il comune con il consumo di gas metano più basso (33,4 m3 per abitante), ma qui la metanizzazione ha avuto inizio solo nel 2004, mentre le città della Sardegna non hanno alcuna rete di distribuzione. Coerentemente con la diminuzione del consumo procapite medio, in ben 84 comuni dei 111 esaminati si verifica una diminuzione percentuale dei consumi di gas metano rispetto all’anno 2006; in 63 casi tale diminuzione risulta anche più marcata di quella media. In controtendenza Reggio di Calabria, Cremona, Firenze, Pisa, Pistoia, Lodi e Avellino evidenziano incrementi superiori al 10%.
Per quanto riguarda l’energia elettrica, in 37 comuni si registrano livelli di consumo pro-capite superiore alla media; in 23 di questi comuni si rileva anche un tasso di incremento del consumo superiore a quello medio. Durante il 2007 solo 15 comuni presentano un calo nei consumi di energia elettrica e, tra questi, la diminuzione più accentuata è a Sanluri (-7,5%), seguito da Verona (-6,4%) e Torino (-6,3%). Gli aumenti più elevati si osservano, invece, a Bergamo (20,9%) e Lecco (18,9%). In quest’ultimo anno Campobasso è il comune con il più basso consumo pro-capite di energia elettrica, con 896,1 KWh per abitante, mentre Olbia è quello con il livello di consumo più alto (1.791,2 KWh per abitante).
Da segnalare – prosegue l’Istat - un’attenzione sempre maggiore da parte delle amministrazioni comunali alle problematiche connesse ai consumi energetici, con un ricorso più frequente a fonti di energia rinnovabili o alternative: diversi comuni del Nord Italia hanno predisposto in misura crescente forme di teleriscaldamento e il numero di tali comuni è passato da 6 nel 2000 a 15 nel 2007. Per quanto riguarda l’energia da fonte rinnovabile, va sottolineato l’utilizzo, diffuso in Italia indipendentemente dalla collocazione geografica, tanto del solare termico quanto del fotovoltaico. Si parla comunque di piccoli numeri, infatti per il solare termico, i metri quadri installati per 1.000 abitanti sugli edifici comunali sono passati da 0,01 nel 2000 a 0,24 nel 2007 e contemporaneamente il numero di comuni che dichiara di installarli è passato da 3 a 31. Sono autodichiarazioni e più del numero specifico conta il trend che per fortuna è crescente. Segnaliamo tuttavia che ad esempio in Toscana l’estensione dei pannelli solari termici (per riscaldare l’acqua) installati sugli edifici comunali dal 2006 al 2007 è pari a 0, con l’unica eccezione di Livorno che nel 2006 e nel 2007 ha 0,1 metri quadrati per 1000 abitanti. La media italiana è 0,24 nel 2007.
Meglio invece la “potenza dei pannelli solari fotovoltaici installati sugli edifici comunali” sempre tra il 2000 e il 2007. In Toscana dopo quattro anni (dal 2000 al 2003 compresi) di niente, nel 2004 Prato ha fatto da apripista con uno 0,3 che è andato crescendo lievemente con un boom nel 2007 che l’ha portata a 3,2 prima in Italia ben oltre la media del 2007 pari a 0,2. Fermi al palo Massa, Pisa, Livorno, Arezzo e Siena, che però quest’anno si stanno muovendo anche se i dati non sono ancora disponibili. Grosseto è fermo da tre anni allo 0,2.
Complessivamente sul versante del fotovoltaico, nel 2007, ben 45 comuni, sui 111 oggetto della rilevazione, dichiarano di ricorrere all’impiego di tale tecnologia: attualmente la potenza media installata sugli edifici comunali è pari a 0,20 kW ogni 1.000 abitanti. Nel 2000 tale potenza media era praticamente nulla ed un solo comune, Palermo, dichiarava di utilizzare pannelli fotovoltaici sui propri edifici. Nel 2007 il Piano Energetico Comunale15 (PEC) risulta approvato in 29 comuni, 18 al Nord e 11 nel Centro-Mezzogiorno. La situazione è migliorata sia rispetto al 2006 che al 2000, quando risultavano, rispettivamente, 26 (tre in meno) e 16 comuni (13 in meno).
Per quanto riguarda infine i “Consumi di energia per uso domestico per i comuni capoluogo di provincia” anni 2000-2007 in Toscana l’anno passato cinque province su dieci sono sotto la media nazionale pari a 2.337,7 KWh per utenza. E sono Massa (2.062,9); Firenze (2.188,8); Livorno (2.249,8); Pisa (2.133,3); Siena (2.102,6). Oltre la media Lucca (2.517,6); Pistoia (2.371,4); Prato (il capoluogo di provincia più alto con 2.595,9); Arezzo (2.405,8) e Grosseto (2.060,4).
Difficile dire quanto le iniziative prese negli anni per ridurre i consumi, se ci sono state e dove ci sono state, abbiamo dato dei risultati perché il trend dal 2000 al 2007 è in aumento seppur lieve e con diversi alti e bassi. Qui comunque gli energy manager, ad esempio, dovrebbero e potrebbero lavorare per ottenere risultati migliori.
fonte GreenReport
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commenti Agi - Roma, 26 sett.- Va, pertanto, nella giusta direzione -rimarca la Cia- la ricetta del Parlamento europeo per favorire una corretta alimentazione (soprattutto di ortofrutta fra i bambini), in modo da contrastare il soprappeso e l'obesità nell'Unione europea.
L'approvazione, a larghissima maggioranza, della relazione dell'eurodeputato di Alessandro Foglietta, evidenzia, infatti, una scelta precisa attraverso la quale s'invita la commissione di Bruxelles ad adottare una serie di misure, tra le quali etichette chiare, educazione alimentare e maggiore consumo di ortofrutta e più sport.
Il Parlamento sottolinea che è soprattutto a livello della scuola che occorre attivarsi perché l'attività fisica e l'alimentazione equilibrata divengano parte integrante dello stile di vita del bambino. Appare quanto mai mirato l'invito -sottolinea la Cia- a monitorare e migliorare la qualità e gli standard nutrizionali dei menù delle scuole e degli asili d'infanzia, anche organizzando controlli di qualità presso i ristoratori e formulando orientamenti dietetici destinati alle mense.
Sempre secondo il Parlamento europeo, occorre adattare le porzioni alle necessità e includervi frutta e verdura. E a tale proposito, viene espresso un giudizio positivo sul progetto "Frutta gratis nelle scuole" sostenuto finanziariamente dall'Unione europea, che consente di distribuire agli istituti maggiori quantitativi di frutta e verdura, incentivandone il consumo tra i più piccoli. Un'iniziativa, dunque, finalizzata -rileva la Cia- ad incoraggiare i giovani a consumare prodotti salubri, come la frutta e la verdura, e ad abbandonare quell'alimentazione "spazzatura" che, in questi ultimi anni, ha provocato preoccupanti riflessi negativi alla salute.
Serve, insomma, una dieta sana che inizi ad educare i bambini a mangiare in modo realmente corretto. Iniziative del genere (voto del Parlamento europeo e progetto della Commissione Ue) possono contribuire a rilanciare anche i consumi di ortofrutta che sono scesi in tutta Europa, ma soprattutto nel nostro Paese. Nel 2007 -sostiene la Cia- si è, infatti, avuto un calo del 2,5 per cento nelle vendite di frutta e del 4,2 per cento in quelle di verdura e di ortaggi freschi. Segno inequivocabile della crisi della dieta mediterranea, come evidenziato anche in un recente studio della Fao. Infine, gli europarlamentari -conclude la Cia- evidenziano che l'industria dovrebbe usare particolare cura nella pubblicità di prodotti alimentari specificamente rivolta ai bambini. (AGI)
ROMA - La Terra è "in riserva": da domani le risorse di acqua e legno saranno ufficialmente insufficienti rispetto alla richiesta. Procedendo di questo passo, secondo gli scenziati e i biologi, il 1 luglio 2050 le risorse naturali saranno completamente esaurite e la popolazione mondiale avrà bisogno di un altro Pianeta a cui attingere. La data è stata calcolata dal Global Footprint Network, l'associazione che misura l'impronta ecologica, cioè il segno che l'uomo lascia sul Pianeta prelevando ciò di cui ha bisogno per vivere ed eliminando ciò che non gli serve più, i rifiuti.
Il 23 settembre, però, non è una scadenza fissa: nel 2005, infatti, l'Earth Overshoot Day è caduto il 2 ottobre. L'anticipo di questo anno è legato, quindi, all'incremento dei consumi: quasi il 40% in più di quello che la natura può offrire senza impoverirsi. Per millenni l'impatto dell'umanità, a livello globale, è stato trascurabile: un numero irrilevante rispetto all'azione prodotta dagli eventi naturali che hanno modellato il pianeta. Con la crescita della popolazione e con la crescita dei consumi (quelli energetici sono aumentati di sedici volte durante il secolo scorso) il quadro è cambiato in tempi che, dal punto di vista della storia geologica, rappresentano una frazione di secondo.
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I gusti degli italiani in materia culinaria sono cambiati nel corso degli anni? Ci aiuta a rispondere a questa domanda il dottor Luigi Simonazzi, responsabile economico della Coldiretti di Milano e Lodi.
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