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Nonostante le difficoltà prodotte dalla crisi economica il settore fotovoltaico in Italia dovrebbe reggere meglio che in altri paesi. Dopo il boom del 2008, con 330 MW installati e il superamento di quota 500 MW totali, si iniziano ad aprire nuove opportunità sul versante della produzione. L'editoriale di Gianni Silvestrini.
E all’improvviso sbuca l’Italia che arriva quarta, spalla a spalla con gli Usa e subito dopo Spagna e Germania, nella classifica mondiale delle installazioni fotovoltaiche del 2008. Il dato finale per il nostro paese è stato infatti rivisto ad aprile dal GSE a 338 MW a seguito della elaborazione delle domande pervenute nei primi mesi di quest’anno, ma riferite ancora agli impianti installati nel 2008. Nel solo mese di dicembre si era infatti registrato un rush di 130 MW in previsione del leggero calo dell’incentivo.
A livello mondiale lo scorso anno la potenza installata è stata più che doppia rispetto ai valori del 2007. Una crescita formidabile, condizionata però dal boom irripetibile della Spagna. Per comprendere la rapidità della diffusione del fotovoltaico, basta osservare che i MW connessi in rete nel 2008 in Italia sono stati superiori alla potenza che veniva installata annualmente in tutto il mondo all’inizio del decennio (334 MW nel 2001). Mentre a lungo siamo stati nelle posizioni di coda nella diffusione delle rinnovabili, adesso il recupero è netto. Oggi, infatti, possiamo affermare di aver superato la soglia dei 500 MW fotovoltaici totali, considerando anche gli impianti realizzati prima del conto energia. ma la crescita riguarda anche il solare termico e l’eolico, rispettivamente con 350-400.000 metri quadrati e 1.010 MW installati lo scorso anno.
Cosa ci aspetta ora? Se si considerano gli scenari sul medio termine, l’Italia dovrebbe mantenere il secondo posto in Europa, visti i tetti massimi imposti al mercato spagnolo (grafico 1). L’ultima elaborazione dell’Epia, resa pubblica ad aprile in piena crisi, indica un mercato mondiale in continua crescita che nel 2013 dovrebbe garantire installazioni comprese tra 12,5 e 22,5 GW.
Il boom di dicembre, il maltempo dei primi mesi 2008 e gli effetti della crisi hanno rallentato la crescita in questo primo scorcio di anno, ma la corsa è destinata a riprendere grazie alle forti diminuzioni dei costi (grafico 2) e alla progressiva entrata in funzione di impianti multi MW.
Oltre agli effetti della crisi finanziaria, i due elementi che condizioneranno la diffusione del fotovoltaico nel nostro paese nei prossimi anni sono le modalità e l’entità della riduzione dell’incentivo da un lato e il governo delle domande degli impianti su larga scala dall’altro.
Ogni tanto circolano voci su possibili ritocchi del conto energia prima della scadenza della fine del 2010 e questo fatto è molto negativo perché genera incertezza. Già la pessima uscita sulla revisione delle detrazioni fiscali del 55% aveva, impropriamente, generato onde d’urto anche sul mercato del fotovoltaico inducendo dubbi sulla certezza del diritto. Il solo comparire di annunci di revisione delle tariffe, peraltro non da fonte ufficiale, rischia di far desistere non solo piccoli e grandi operatori, ma anche di rallentare gli investimenti sul lato della produzione delle tecnologie.
Detto questo, occorre un ampio confronto per fare in modo che la riduzione del conto energia nei prossimi anni sia tale da rendere sostenibile la connessione in rete di una potenza annua superiore al GW (sul modello tedesco, per intenderci, sia come contenimento dell’incentivo che come entità delle installazioni).
E veniamo al secondo punto di riflessione. Si sa che sono state presentate richieste per diverse migliaia di MW nelle regioni del sud, in alcuni casi per centrali di potenza superiore ai 100 MW. Ora, non si tratta di essere pregiudizialmente contrari agli impianti a terra. Per raggiungere targets come quelli che propone l’Epia, 390 GW alla fine del prossimo decennio in grado di coprire il 12% della domanda europea di elettricità, o anche “solo” gli 8,5 GW indicati nel position paper italiano, è ovvio che occorrerà un mix bilanciato di tipologie, con una prevalenza di milioni di edifici solarizzati, ma dando spazio anche ad impianti a terra.
La spinta verso la realizzazione di edifici a bassissimo consumo di energia aiuterà molto la diffusione del fotovoltaico. In Gran Bretagna si sta discutendo la legge che prevede che dal 2016 tutti i nuovi edifici residenziali debbano essere “carbon neutral” e l’esempio dilaga perché anche Francia, Germania e Olanda stanno definendo analoghi obbiettivi al 2020. Per finire, la Commissione industria del Parlamento europeo lo scorso 31 marzo nelle raccomandazioni sulla revisione della Direttiva sulle prestazioni energetiche degli edifici ha inserito la proposta che tutti i nuovi edifici siano ad emissioni zero a partire dal 2019.
Dunque, tutto fa pensare che si aprirà un mercato di milioni di impianti FV nella nuova edilizia che si aggiungeranno agli interventi sull’esistente.
Sul fronte degli impianti a terra, la sfida è quella di progettare interventi di dimensioni accettabili in aree marginali. In alternativa, andrebbero integrati con la produzione agricola che rendano gradevole la loro presenza. Per esempio, campi con file di inseguitori solari intervallate tra di loro da coltivazioni, recinzioni di alberature ... Se non passa una concezione intelligente per gli impianti a terra, il rischio di una reazione negativa a livello locale è probabile, come insegnano le polemiche degli ultimi anni sui campi eolici.
Un’ultima riflessione sull’attuale situazione di crisi economica. Ovviamente questa si riflette anche sul settore delle rinnovabili principalmente per la difficoltà dell’accesso al credito.
Mentre confortano i dati 2008 della Germania che risentono ancora limitatamente della crisi, con un aumento da 250.000 a 280.000 del numero degli occupati nelle rinnovabili e con investimenti cresciuti del 20% a 13 miliardi di euro, sono sempre più diffusi in questo inizio di anno i segnali di difficoltà con licenziamenti e ridimensionamenti. I dati del primo trimestre 2009, con 13,3 miliardi $ di investimenti su scala mondiale, indicano un dimezzamento delle attività nelle rinnovabili rispetto allo stesso periodo del 2008. La situazione dovrebbe però migliorare significativamente quando diverranno operativi i finanziamenti anticiclici predisposti dall’Amministrazione Obama e da altri governi.
In questo contesto di difficoltà, l’Italia, che presenta ottimi livelli di incentivazione e di insolazione, dovrebbe reggere meglio di altri dal punto vista delle installazioni ed offrire interessanti opportunità anche nella fase della produzione delle tecnologie. E infatti diversi produttori di celle e moduli stanno incrementando la loro capacità produttiva. E’ il caso, tra gli altri, di X-Group, Helios Technology, Solarday, Pramac e per finire del grande progetto sui film sottili di Enel e Sharp. Dunque, mentre in altri paesi ci sono ripiegamenti, la nostra industria cresce. Proprio per questo è importante garantire certezze sul conto energia fino alla fine del 2010. In questo modo l’Italia si presenterà, alla ripresa del mercato, con una capacità produttiva autonoma in grado di reggere la concorrenza.
Gianni Silvestrini (Direttore scientifico QualEnergia)
Per questo numero di QualEnergia sono scaricabili on line alcuni articoli a cominciare dall'editoriale di Gianni Silvestrini dal titolo "Europa, Usa, Italia: prospettive diverse". Il direttore scientifico della rivista esprime la sua convinzione che il Consiglio d’Europa approverà all’unanimità entro la fine dell’anno il pacchetto 2020 e poiché è prevista solo la maggioranza qualificata, non esiste alcuna possibilità di porre il veto, come ha richiesto l’Italia. Dunque, appare impensabile che il nostro paese possa opporsi alla politica dell’Unione Europea sul clima. E ciò è anche pi&ugrav e; vero alla luce della vittoria di Obama che potrebbe essere il presupposto di un “asse USA-UE” molto robusto per le prossime decisioni sul post-Kyoto, coinvolgendo paesi come Cina, India e Brasile.
Di fronte ad un simile scenario, in cui gran parte del mondo industrializzato ritiene che le fonti rinnovabili sono e saranno un’occasione di sviluppo e di soluzione anti-crisi, la posizione del nostro governo diventa anacronistica. Un paese che continua a guardare al passato con il suo tentativo di rinascita del nucleare.
Con questa decisione, dice Silvestrini nel suo editoriale, “sottraiamo intelligenze, tempo e risorse per inseguire una soluzione in cui partiamo da zero, non esiste un consenso politico e non riusciremo mai a ricavare un reale spazio nella competizione internazionale”. L’Italia, se dovesse portare avanti questa opzione (i primi reattori non verranno realizzato che dopo il 2022), si troverebbe di fronte a costi delle rinnovabili che "fra 20, 30, 40, anni saranno altamente competitivi”. Continua Silvestrini: “Ecco perché la scelta del Governo dal punto di vista della politica i ndustriale rischia di essere un altro fallimento, distogliendo l’attenzione dalla vera sfida di creare una solida industria dell’efficienza e delle rinnovabili”.
Silvestrini affronta poi le sfide energetico-ambientali che l’amministrazione Obama dovrà affrontare: i rischi, le implicazioni internazionali e le opportunità di un new deal verde statunitense.
Tra gli altri articoli “in chiaro” dell’ultimo numero, quello curato da Francesca Ferrazza e Jacopo Tonziello sulle attuali linee di ricerca del fotovoltaico, con una particolare attenzione all’Italia (“Ricercando il Sole”).
Sulla situazione del biogas nel nostro paese e sulle favorevoli possibilità del settore un articolo di Sergio Piccinini del Centro Ricerche Produzioni Animali di Reggio Emilia (“Prospettive a tutto gas”).
Di Leonardo Massai, ricercat ore in diritto ambientale presso TMC Asser Institute in Olanda, un’analisi sulla complessità di regolamentazione dei gas serra in uno dei settori che ne emette di più, quello del trasporto aereo (“Il volo dell’emissione”).
Luciano Pirazzi dell’Enea fa un quadro tecnologico e di mercato del piccolo eolico: la crescita negli States, le prospettive in Gran Bretagna e le possibilità in Italia dove qualcosa inizia a muoversi (“Piccolo con grandi prospettive”).
Per la rubrica “Numeri e Parole”, i grafici sull’incremento della temperatura media mondiale, sulla riduzione della superficie ghiacciata del Polo Nord, sui ricavi della Germania legati all’esportazione delle tecnologie fotovoltaiche e della Danimarca su quelle eoliche.
dal n. 5 di QualEnergia novembre-dicembre2008.
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commenti AGI) - Roma, 11 nov. - Sono due, per Federconsumatori e Adusbef, le questioni “inaccettabili” nella vicenda Alitalia. La prima “riguarda la violazione delle norme che regolamentano lo sciopero che, in nessun caso, devono essere violate. In questo modo, infatti, si procurano fortissimi disagi ai cittadini e ne alienano la solidarieta’ da sempre dimostrata nei confronti di una vicenda cosi’ complessa e delicata”. L’altra questione, spiegano in una nota, “e’ il comportamento, quasi provocatorio, che si mette in atto violando accordi e patti gia’ sottoscritti”.
Come cittadini, proseguono, “chiediamo a Cai e soprattutto al Governo di chiudere al piu’ presto questa vicenda assai complessa”.
“Chiediamo anche che, in occasione di queste violazioni, si provveda immediatamente alla precettazione dei lavoratori coinvolti. Inoltre Alitalia deve fornire la massima assistenza ai cittadini coinvolti e danneggiati da queste azioni.
Naturalmente tutte le norme in tema di risarcimenti dei danni subiti fanno capo all’attuale compagnia e le nostre associazioni sono a disposizione dei cittadini per l’assistenza necessaria”, concludono. (AGI)
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Affrontare la crisi energetica e ambientale non è un costo, ma la via migliore per tirarsi fuori dalla crisi economica. Lo sostiene anche l'Unep che auspica un "Green New Deal". Ne parla un editoriale dell'Independent.
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di PAOLO PIETROGRANDE
IL MONDO DELLA FINANZA È SEMPRE PIÙ ATTENTO ALLE FONTI ALTERNATIVE
La tanto decantata Germania, nonostante le migliaia di mulini a vento realizzati negli ultimi anni e i milioni di metri quadri di pannelli solari disseminati sul territorio, ancora oggi ha un’incidenza pro capite dell’energia pulita inferiore all’Italia.
Merito dei nostri nonni che per supportare la crescita industriale degli anni Trenta hanno sfruttato i piccoli corsi d’acqua per costruire centraline idroelettriche e che, già cento anni fa, hanno saputo ingegnosamente imbrigliare le fumarole di Larderello per produrre energia geotermoelettrica. Perfino nel settore eolico le prime macchine di grande taglia sono state realizzate in Italia, dall’Ansaldo, negli anni Novanta ed Eni fu un precursore delle tecnologie fotovoltaiche. Purtroppo gli italiani hanno molta difficoltà a convertire la spiccata prolificità delle soluzioni tecniche in successi commerciali globali. Così i danesi hanno costruito una fortuna dove Ansaldo si è ritirata, i norvegesi dominano il mercato fotovoltaico, 16 miliardi di euro di fatturato all’anno, mentre le residue attività di Eni nel settore sono diventate così insignificanti da sparire dalle statistiche.
La danese Vestas è leader della tecnologia eolica e vale in borsa 25 miliardi di dollari, il doppio di Finmeccanica, la norvegese Rec è leader mondiale del silicio e dei wafer fotovoltaici e ha una capitalizzazione di borsa di 13 miliardi di dollari, una volta e mezza la Fiat. Queste due aziende, create in piccoli Paesi europei che hanno meno ingegneri, meno cultura industriale, meno risorse energetiche rinnovabili dell’Italia, quindici anni fa non esistevano.
Vestas, Rec e molti altri hanno potuto crescere rapidamente grazie a un management team che ha saputo rinnovarsi man mano che le sfide imponevano nuove competenze e grazie a un sistema di investitori finanziari che ha saputo sostenere le ambizioni del management e ha fornito riferimenti e motivazioni per accelerazioni della crescita. Per i grandi fondi pensione americani, per i principali broker finanziari, per i grandi private equity investire in aziende che operano nel settore delle rinnovabili è un business logico perché:
• i consumi energetici sono destinati a salire indipendentemente dall’attuale aumento dei prezzi petroliferi, poichè le popolazioni dell’Asia aspirano a una migliore qualità della vita che necessita di maggiore utilizzo di fonti energetiche primarie;
• la crescita del settore delle rinnovabili si basa su fondamenti solidi come la crescente esigenza di non dipendere energeticamente dai Paesi produttori di petrolio e la necessità di garantire stabilità di prezzi per le forniture di energia elettrica;
• i modelli di business sono semplici, prevedibili e con una visibilità di lungo periodo. Piani finanziari a 20 anni sono affidabili perché le componenti di costo soggette a inflazione hanno un peso marginale rispetto al costo industriale complessivo, visto che non ci sono combustibili, mentre risentono in maniera preponderante del valore dell’investimento iniziale, compiuto sotto il controllo dei finanziatori;
• il quadro normativo internazionale, seppure soggetto a variazioni, è affidabile ed è sostenuto dalla crescente attenzione dell’opinione pubblica ai temi ambientali e all’esigenza di contrastare i cambiamenti climatici.
Con queste caratteristiche fondanti è ovvio che gli investitori istituzionali guardino con favore al settore e che banche e istituti di credito siano disposti a concedere leve finanziarie significative e su periodi estesi.
I grandi operatori del settore sono riconducibili a quattro tipologie distinte:
• le società elettriche che hanno divisioni rinnovabili al loro interno, come Enel, Sorgenia, Edison in Italia, ma anche Shell e Bp all’estero, e che hanno obiettivi di diversificazione delle fonti e capacità di investimento illimitate, ma soffrono di una certa lentezza ad adeguarsi alla grande frammentazione territoriale del business;
• i grandi operatori elettromeccanici multinazionali, General Electric, Siemens, Applied Materials che hanno acquisito le tecnologie più promettenti e, applicando la rigorosa disciplina dell’innovazione tecnologica e dell’ottimizzazione operativa, hanno apportato grandi benefici in termini di affidabilità, competitività e performance delle apparecchiature;
• le aziende specializzate ad azionariato diffuso quotate in borsa, per esempio Hiberdrola Renewables tra i produttori di energia, Gamesa, Vestas, Rec o Suntech tra i costruttori di componenti, caratterizzate da una fortissima focalizzazione in un solo settore, nel quale sono leader incontrastati e a oggi si può stimare che le principali aziende esclusivamente dedicate al settore che sono quotate in borsa valgano oltre 200 miliardi di dollari, circa la metà della capitalizzazione della borsa di Milano;
• le aziende specialistiche più piccole che hanno fatto ricorso al private equity per finanziare la loro crescita, come ad esempio in Italia Ivpc, Icq, Asja, E&S che sono tutti produttori di energia rinnovabile, Gamesa Solar, Ges, che sono invece impiantisti a livello internazionale. Secondo le dichiarazioni dei principali fondi di investimento mondiali sono almeno nove i miliardi di dollari che sono stati investiti nel settore da private equity nell’ultimo anno.
Private equity in attesa
Sulla scia di Atmos Holding, il precursore in Italia dei fondi di investimento dedicati al clean tech, negli ultimi mesi sono nati numerosi private equity, come Ambienta, Next Energy e Greenenergy Capital; il mercato è così giovane che pochi hanno già avviato la fase di dismissione, quindi sono ancora rari i casi in cui è possibile misurare la resa economica di queste attività di investimento:
tra questi pochi, il caso più eclatante è dell’irlandese Trinergy che in tre anni ha acquisito, valorizzato e poi ceduto impianti eolici, gran parte in Italia, realizzando plusvalenze vicine al miliardo di euro e creando aspettative forse esagerate nel settore.
I private equity italiani, drogati da tali aspettative, sono ora alla ricerca di opportunità di investimento su impianti in esercizio o in via di sviluppo. Ma dov’è il valore? In Italia operano nel settore delle fonti rinnovabili circa 400 aziende, con 15 mila addetti e che generano circa sei miliardi all’anno di ricavi, probabilmente versano all’erario non meno di 500 milioni, peraltro riducendo le importazioni di greggio di 40 milioni di barili all’anno, al prezzo attuale, quindi alleggerendo la bilancia dei pagamenti di non meno di cinque miliardi di euro. Molte di queste aziende hanno conoscenze tecniche e operative rilevanti, grazie alla consolidata esistenza del settore in Italia, ma operano tipicamente in area locale, hanno dimensioni troppo piccole per potersi permettere investimenti in innovazione e in sviluppo commerciale, e spesso sono gestiti dal fondatore o dai suoi eredi che non sempre dispongono delle necessarie competenze manageriali per assicurare la crescita economica.
Quando i private equity e ancor di più i venture capitalist investono in Italia spesso è perché hanno analizzato con attenzione il contenuto tecnologico delle aziende facendo emergere piccole realtà che, gestite con mano più esperta e dotate delle necessarie risorse finanziarie, saranno in grado di primeggiare a livello mondiale.
Dieci anni fa l’attività visionaria di uno dei più brillanti pionieri del settore, l’avvocato Vigorito, è stata valorizzata grazie a investitori americani che hanno consentito lo sviluppo di Ivpc fino a farlo diventare il secondo maggior developer eolico in Europa; similmente la Baccini, che è entrata nel gruppo Applied Material, da efficace ma piccolo fornitore di macchinari, è ora destinata a dominare il mercato dei sistemi per la produzione di celle fotovoltaiche; e ancora Ener3, acquisita da First Reserve, che grazie alla contemporanea acquisizione di Gamesa Solar, da boutique della consulenza sulle rinnovabili è ora la testa di ponte di uno dei principali impiantisti di rinnovabili in Europa.
I private equity e i venture capitalist sono un ottimo strumento per valorizzare idee imprenditoriali e competenze, ma in Italia sembrano distratti dalla ricerca di partecipazioni con durate brevi e di aziende già mature. Anche perché le piccole aziende, pur brillanti e dotate di prospettive rilevanti di crescita, non sono predisposte per l’ingresso di un partner finanziario che ha bisogno di sistemi gestionali trasparenti, solide strutture contrattuali, comunicazione puntuale e concisa.
Potenziali di crescita
Come valorizzare quelle aziende caratterizzate da buona dose di “italian ingenuity” che hanno la potenzialità di primeggiare in un mercato globale in continua inesorabile crescita, ma che hanno bisogno di partner esperti?
Innanzi tutto quando un piccolo operatore decide di farsi affiancare da un private equity è necessario che le aspettative di valore dell’azienda siano realistiche, basate su piani di sviluppo supportati da analisi, verifiche puntuali e associati a capacità manageriali adeguate. Gli ultimi 12 mesi hanno visto in Italia una preoccupante serie di tentativi falliti di quotazione in borsa o di mancata cessione di quote a private equity. Gran parte di questi insuccessi sono riconducibili alla scarsa professionalità di advisor e di consulenti che hanno trascinato i loro clienti in improbabili supervalutazioni di progetti e idee, non adeguatamente supportati dalla solidità manageriale per portarli a termine.
Fissare obiettivi realistici significa anche guidare gli advisor anziché farsi guidare da loro. La trasparenza e la lealtà sono caratteristiche fondamentali per lavorare con un private equity, e non sono delegabili.
Poi è necessario che le aziende che cercano partner finanziari abbiano un piano di sviluppo semplice, focalizzato se possibile su una sola idea da perseguire con determinazione.
Saper scegliere un tema significa investire tutto per il successo di quell’iniziativa. Un investitore che volesse diversificare i campi di interesse, investirebbe in diverse aziende, non nella stessa. Manager-fondatori troppo distratti da impegni sociali, da incarichi altisonanti, da ruoli pubblici non sono gli interlocutori più credibili per investitori che a loro si dovrebbero affidare per gestire la crescita del valore delle aziende su cui hanno investito. In realtà gli investitori scelgono il manager associato all’idea imprenditoriale, se il manager non è all’altezza, difficilmente investono.
Realizzare una fabbrica di pannelli solari con la più avanzata nanotecnologia a nulla serve se contemporaneamente, o addirittura in anticipo, non è stata predisposta un’adeguata rete di commercializzazione . Ci sono proposte di investimento per linee da 100 MW/a, un quarto della capacità mondiale, senza che vi sia alcun accordo di commercializzazione: difficilmente saranno realizzate.
Investitori che decidono di intraprendere un progetto non sono spaventati dall’entità delle risorse necessarie, ma spesso proprio dalla loro sottovalutazione. Perché un componente rivoluzionario conquisti il mercato non sono solo necessari investimenti in macchinari e ingegneri: servono anche consistenti iniezioni di capitale circolante, addetti commerciali, amministrativi e così via. Spesso i business plan presentati sono un esercizio di parsimoniosa crescita per piccoli passi, mentre i partner finanziari vogliono contribuire a una repentina accelerazione dello sviluppo aziendale, vogliono “fare la differenza”.
Infine, gli investitori stranieri guardano con sospetto gli investimenti che sono basati su contesti tariffari e normativi troppo esposti al dibattito politico locale: giustamente rifuggono dalle attività in cui è possibile che si insinuino corruzione e intermediari.
Nessuno dei punti elencati costituisce novità per chi opera nel settore a livello globale. Chi sette anni fa ha incontrato un simpatico scienziato di origine cinese - professore universitario nella piccola università di New South Wales in Australia -, non può che essere sorpreso di vedere oggi il dottor Zhengrong Shi a capo del maggiore produttore al mondo di pannelli fotovoltaici, Suntech, azienda quotata alla borsa di New York che vale quanto Mediaset: per fare questi passi da gigante il brillante professore ha fatto ricorso a partner adeguati, che in lui hanno però riconosciuto leadership, credibilità, affidabilità e determinazione. Nelle quattrocento aziende italiane che si occupano di clean tech ci sono molti dottor Shi, ma dobbiamo farli emergere, in modo che in futuro la geniale preveggenza di Ansaldo ed Eni possa servire ad affermare nel mondo le idee e le competenze italiane.
da Il quarto numero 2008 della rivista QualEnergia Anno VI, n.4, settembre-ottobre 2008
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Finite le vacanze si ricomincia.
Bene!
La CGIA di Mestre ci suggerisce: il debito medio delle famiglie italiane è salito a 15.765 €.
Bankitalia ci passa una soffiata: dallo scoppio della bolla del credito il risparmio degli Italiani si è ridotto di 150 miliardi di €.
Poi Trafiletti, di Federconsumatori, impietosamente chiosa: “per il cibo – solo per il cibo – quest’anno occorrono 500 € in più”.
Insomma debito in aumento, risparmio in ritirata, redditi morsi dall’inflazione.
Non c’è che dire, un buon inizio. Da restarci secchi!
Si paventa recessione, inflazione, persino credit crunch.
Si rimpallano responsabilità tra chi ha troppo elargito, chi troppo speculato, pure chi troppo consumato.
Si mostra in tutta evidenza la necessità di fare chiarezza; cambiare le regole del gioco.
Occorre pulizia poi trovare nuovi equilibri.
Ciascuno ha da fare la propria parte.
Esimi colleghi consumatori, basta col dilettantismo: la vita spesa a fare la spesa non può esaurire il nostro ruolo.
Essipperchè con l’acquisto trasformiamo il valore delle merci in Ricchezza, mediante la pratica di consumazione viene predisposta nuova Produzione.
Ha, dimenticavo: l’eccesso di offerta presente sul mercato rende obbligato e senza scampo il nostro esercizio. Centrale, anzi centralissimo, il nostro Fare
Questo fa di noi imprescindibili Operatori di Mercato.
Se consumatori si è, Professional Consumers si dovrà diventare.
Rivendicare con forza la Vis della nostra azione fino a rendere spendibile una nuova strategia e intravvedere nuovi equilibri.
Sin qui si è acquistato? Bisogna invece costruire Domanda!
Sarà tutta un’altra musica.
Mauro Artibani
www.professionalconsumer.splinder.com
www.professioneconsumatore.org
PARIGI (Reuters) 29 luglio - I dipendenti della centrale nucleare di Tricastin, nel sud-est della Francia, sono stati evacuati oggi dopo che è scattato un allarme interno, anche se un portavoce di Edf, la società elettrica di Stato, ha detto che non c'è stato alcun incidente e che il segnale si è acceso in modo accidentale.
"Non c'è un incidente, si è trattato di un allarme intempestivo", ha detto il portavoce della società elettrica francese.
L'Autorità per la sicurezza nucleare (Asn), che pure non ha usato la parola "incidente", ha reso noto di non essere in grado di confermare lo scenario indicato da Edf.
Mentre erano in corso alcuni lavori di manutenzione, intorno alle 10.40, è scattato un allarme-radioattività, ha detto un portavoce dell'Asn, e nella centrale sono state attuate le procedure di routine.
I 127 dipendenti presenti nell'impianto sono stati evacuati, i 45 più vicini all'area dove è scattato il segnale di pericolo sono stati portati in infermeria. L'esame di due persone ha rilevato lievi tracce di contaminazione radioattiva.
Secondo l'Asn, però, queste tracce risalgono probabilmente all'incidente avvenuto il 23 luglio scorso. "Non c'è stata fuga radioattiva", ha detto un vice capo di divisione.
In precedenza, il canale tv francese Lci aveva annunciato che nella centrale era avvenuto un incidente.
Dall'inizio del mese, nello stesso sito, sono avvenuti due incidenti definiti non gravi dalle autorità.
Il primo è accaduto il 7 luglio alla Socatri, una filiale di ritrattamento di rifiuti del gigante francese del nucleare Areva. Oltre 70 chili di uranio erano finiti in due corsi d'acqua a causa di una fuga seguita alla pulizia di una vasca di ritenzione.
La locale prefettura aveva vietato la balneazione e l'uso delle acque, poi dopo alcuni giorni le misure di sicurezza erano state tolte. Nel frattempo è stata aperta un'inchiesta giudiziaria e la Gendarmeria ha compiuto alcune perquisizioni presso la Socatri.
Il secondo incidente è avvenuto il 23 luglio nella centrale: un centinaio di dipendenti sono stati leggermente contaminati da particelle radioattive, ma senza conseguenze per la loro salute, ha assicurato Edf. In questo caso è stata aperta un'inchiesta tecnica.
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commenti Ideare, disegnare e rivendere magliette, gadget, cartoline, libri: ormai online si può tutto. Sempre più siti lo permettono. E l'utente diventa designer, rivenditore, editore, imprenditore, consumatore.
In un mondo in cui gli intermediari scompaiono continuamente, c'è un nuovo business che scommette sulla creatività degli utenti e sui mercati di nicchia. Si tratta del design fai-da-te (in inglese, do it yourself) che rivaluta l'originalità degli individui e condanna il mercato di massa, portando la filosofia di eBay all'apoteosi. E i venditori si trasformano in creativi. Oltre a Ponoko.com, ecco una selezione di siti al servizio della creatività.
Presentarsi con stile - Il primo passo per avvicinarsi al mondo del design online fai-da-te è certamente rappresentato dalle cartoline e dai biglietti da visita. Molti sono i siti che offrono questi sevizi personalizzati, ma Moo.com è sicuramente l'esempio migliore. Grazie all'integrazione con molti siti di condivisione come Flickr.com, le cartoline di Moo possono essere personalizzate sia nel formato che nei colori, realizzando in pochi clic biglietti d'auguri natalizi per tutta la famiglia, magari con le fotografie preferite, oppure adesivi colorati anche nelle versioni firmate da grandi artisti e designer. I prodotti più venduti da Moo restano però i biglietti da visita che vantano un taglio agile e originale che rompe con la tradizione.
Indossare la fantasia - Quando si è stufi dei soliti capi d'abbigliamento che portano sempre i soliti marchi, bastano cinque minuti e un po' di creatività per creare una maglietta originale e metterla in vendita su Spreadshirt.com, decidendo anche quanto si vuole guadagnare su ogni pezzo venduto. Fotografie, disegni e scritte possono essere combinati con diversi modelli. Questi negozi derivano direttamente dall'economia dei blog: il sito personale diventa vetrina e i lettori sono i potenziali utenti. Non si fanno grandi numeri su questi servizi, ma si risponde a una richiesta specifica che non può essere soddisfatta dalle marche.
Accessori personalizzati - Con lo stesso meccanismo, Zazzle.com offre, oltre all'abbigliamento, una grande scelta di oggetti che variano dalla tazza da cappuccino alle spille. I negozi virtuali sono tematici, dando spazio a personaggi famosi – hollywoodiani, musicali, ma anche politici – attirando così l'attenzione sui proprio prodotti. Resta però l'opportunità di creare gadget e di metterli in vendita sul proprio sito, e il servizio stampa unicamente su commissione, senza investimenti pre-vendita.
Un editore per tutto - Il sito Lulu.com è conosciuto ormai in tutto il mondo per essere un vero e proprio editore che permette a chiunque di pubblicare un libro e di metterlo in vendita online a costo zero. Ma oltre a questo, Lulu permette di condividere – e di vendere – anche calendari e album fotografici. Il libro, in questo caso, può essere considerato come un supporto per lavori creativi che vanno al di là dei racconti fatti di parole.
Imprenditori online - L'esperienza più completa è data da Cafepress.com, servizio che permette all'utente di realizzare, in pochi clic, un vero negozio online. Gratuitamente, si può applicare il proprio disegno a qualsiasi supporto – come per esempio tazze, magliette, boxer e grembiuli – selezionando la propria soglia di guadagno sulle vendite. Basta sottoscrivere un abbonamento mensile di cinque euro per creare molteplici negozi a tema e diffondere in tutto il mondo le proprie idee.
Rivincita manifatturiera - Oltre alla categoria gadget, è in pieno rinnovamento il settore dei manufatti artigianali. Su Etsy.com, per esempio, si trovano gioielli, accessori, ceramiche e giocattoli, fino ai dettagli per un matrimonio da sogno. Ogni singolo prodotto è un pezzo unico realizzato a mano e messo in vendita dal creatore in persona. Nato nel 2005, Etsy conta già 10mila venditori in giro per il mondo, soprattutto negli Usa, in Inghilterra e in Australia. Il sito si propone come alternativa a grandi catene come Wal-Mart, in cui l'acquisto è indifferenziato e basato sulle grandi quantità, elogiando al contrario un modello di commercio pre-industriale in cui ogni oggetto è un manufatto unico nel suo genere e non riproducibile.
da VisionPost
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commenti I livelli di spesa più elevati sono quelli delle famiglie con persona di riferimento imprenditore o libero professionista che, in media, spendono 3.624 euro al mese, il doppio di quanto viene speso dalle famiglie con persona di riferimento in altra condizione non professionale (disoccupati, casalinghe o persone in altra condizione non professionale). Il più elevato livello di spesa si articola in una diversa composizione rispetto ai vari beni e servizi: all’aumentare della spesa totale cresce la quota di spesa destinata ad altri beni e servizi (massima tra i lavoratori in proprio), al tempo libero e all’istruzione (massima tra i dirigenti e impiegati), all’abbigliamento e calzature (prossima all’8% tra imprenditori e liberi professionisti).
Al contrario, le famiglie con maggiori vincoli di bilancio (quelle di operai, ritirati dal lavoro e persone in altra condizione non professionale) destinano quote di spesa più elevate ai generi alimentari (prossime e superiori al 20%) e all’abitazione (inclusi arredamenti), spese che per le famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro o in altra condizione non professionale rappresentano quasi i due terzi della spesa totale (63,1% e 62,6% rispettivamente).
Glossario
Spesa media mensile familiare, errore relativo ed intervallo di confidenza per capitolo di spesa/per ripartizione geografica - Anni 2005-2007
Note informative
Per informazioni: www.istat.it
Sono stati irradiati da cobalto 58. La perdita si è verificata alla tubatura del reattore numero 4, fermo per manutenzione. Si tratta del terzo incidente nucleare nella regione in meno di sedici giorni
Parigi, 23 luglio 2008 - Due settimane dopo le polemiche scoppiate in seguito a una fuga di liquido contenente uranio, la centrale nucleare di Tricastin, circa 200 chilometri dall'Italia, crea nuovamente allarme e polemiche: oggi un centinaio dipendenti sono stati "leggermente contaminati" dalla fuoriuscita di radio-elementi da una tubatura durante un'operazione di manutenzione.
Alain Peckre, direttore della centrale nucleare dell'Edf (Electricité de France), ha qualificato l'incidente come "fatto non grave". Peckre ha proposto all'Agenzia per la sicurezza nucleare (Asn) di classificare l'incidente al livello 'zero' della scala Ines (International Nuclear Event Scale), che arriva fino al livello '7'. L'agenzia ha accolto la proposta, ma ha classificato l'incidente al livello 'zero' soltanto in via provvisoria e in attesa di accertamenti.
L'incidente è accaduto verso le nove e mezza di questa mattina. "Una tubatura all'interno della struttura di contenimento è stata aperta durante le operazioni di manutenzione e ne è fuoriuscita polvere radioattiva", ha detto all'Afp Peckre. Secondo il direttore, 97 dipendenti dell'Edf e di imprese appaltatrici che lavoravano nell'edificio sono stati trasferiti in infermeria per essere sottoposti a esami medici per verificare il rischio di contaminazioni.
Anche altri 32 impiegati del sito, che avevano attraversato l'edificio poco prima o poco dopo la fuga delle sostanze, sono stati controllati. In tutto, "cento persone sono state leggermente contaminate da radio-elementi, a un livello quaranta volte inferiore al limite annuale regolamentare", ha detto Stéphanie Biabaut, portavoce della centrale che conta quattro unità di produzione.
"Sono state disposte indagini - ha aggiunto - per stabilire le cause dell'accaduto che non ha conseguenze né sulla salute delle persone né sull'ambiente. Per tutta la durata dell'inchiesta interna, l'accesso all'edificio coinvolto sarà sospeso", ha detto ancora la portavoce.
L'incidente è il secondo che si è verificato a Tricastin nelle ultime due settimane. Nella notte tra il 7 e l'8 luglio durante alcune operazioni di pulitura trenta metri cubi di una soluzione contenente 12 grammi d'uranio per litro si sono riversati in due fiumi dallo stabilimento Socrati-Areva Nc. Dopo un'inchiesta interna, il colosso energetico Areva ha ammesso una "mancanza di coordinazione evidente tra le squadre incaricate dei lavori e quelle responsabili delle verifiche".
Pochi giorni dopo, il 17 luglio, un secondo incidente in un'altra centrale, ma a Roman sur Isere (Drome), sempre di Areva: a causa della rottura di una canalizzazione nell'impianto di combustibili si è verificata una fuga di liquido radioattivo, che pare non abbia avuto "alcun impatto sull'ambiente". Venerdì scorso, poi, quindici operai dell'impianto nucleare di Saint Alban, dell'Edf, nella regione dell'Isere (sud della Francia), sono stati contaminati dalla fuoriuscita di liquido radioattivo.
Edf Tricastin, che conta 1200 dipendenti e 550 lavoratori esterni, è una delle aziende del sito nucleare di Tricastin, posto a cavallo dei dipartimenti di Vaucluse e della Drôme, e che riunisce sui suoi 600 ettari la più grande concentrazione di strutture dell'industria nucleare della Francia. Dopo il primo incidente del 7 luglio, il ministro dell'Ambiente, Jean-Louis Borloo, aveva annunciato l'intenzione di far verificare tutte le falde freatiche situate vicino alle centrali nucleari francesi. Proprio ieri le prefetture di Vaucluse e Drome avevano sospeso le misure precauzionali per passato pericolo.
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I prezzi salgono e gli americani rivedono le proprie abitudini: addio a palestre e acqua del rubinetto preferita a quella in bottiglia. Così dovrebbero risparmiare complessivamente circa 1.000 dollari l'anno. Gli ecologisti ci hanno provato per anni a spingere sul minor ricorso all'acqua imbottigliata. Il carovita, invece, nell'arco di pochi mesi ce l'ha fatta: anche solo calcolando l'acqua in bottiglia piu' economica il risparmio supera i 400 dollari l'anno.
Quatti quatti, piano piano si sono messi a bere l’acqua del rubinetto e non solo. Poi magari mangeranno meno, smaltendo così i grassi accumulati.
Smetteranno di scarrozzarsi con i SUV; acquistano già meno case; riducono gli acquisti di Credito al Consumo, scenderanno dal monte salari.
Ma come?.... ma porc….. sono ammattiti?
Loro, the Best, che spendono e spandono ;che con i loro acquisti generano un deficit commerciale pari all’avanzo del resto del mondo.
Avete capito ‘sti matti?
Prima si vantano e poi…: non facciamo scherzi.
Già, gli scherzi. Si mormora stiano tirando la corda.
Il braccio di ferro mostrerà risolutamente il valore economico della loro azione, l’insostituibilità del loro ruolo. Quale mercato vorrà perderli come acquirenti?
Dopo aver dichiarato lo stato di agitazione ed aver messo in ambasce quelli della produzione chi potrà resistere loro?
Sarà un caso, ma d’un tratto le cose cominciano a muoversi.
Bush eroga rimborsi fiscali:una forma malcelata di Reddito da Consumo per remunerare il lavoro dell’acquisto?
La FED studia i modi per restituire capacità di saldare debiti insolvibili; pure questa una malcelata forma di Reddito da Consumo.
Teniamoli d’occhio, gli sviluppi della questione possono essere forieri di tuttunaltramusica anche per noi.
Mauro Artibani
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Secondo gli ultimi dati, ben nove persone su dieci che usano abitualmente il computer per lavorare, studiare o giocare, sono destinate a sviluppare almeno un disturbo visivo.
Negli ultimi anni è cresciuto il numero di adulti che devono fare i conti con le conseguenze delle troppe ore passati davanti al monitor dei PC e il problema sembra interessare circa l’88% degli individui.
Pochi giorni fa è stata presentata la nascita della CDI EyeCLinic di Milano, clinica specializzata in oculistica, che ha confermato che lavorare troppo al PC incide fortemente sulla vista.
Secondo gli esperti superare le 20 ore settimanali di lavoro richiede almeno un controllo all’anno e molti enti privati procedono in questa direzione. Tuttavia la fascia d’età che trascura maggiormente la vista è proprio quella che va dai 18 ai 45 anni, cioè nel pieno dell’età lavorativa.
In base ai dati di un recente sondaggio condotto nei principali paesi europei e negli Stati Uniti, la maggior parte delle persone non è a conoscenza e sottovaluta i rischi legati all’esposizione continuata ai monitor dei PC. In Italia, in particolare, la prevenzione è spesso sottovalutata.
La legge impone l’obbligo di controlli per coloro che utilizzano il computer in ambito lavorativo, controlli che servono a dare una valutazione di tipo medico e a compilare un documento per la previsione dei rischi.
Purtroppo troppo spesso queste normative vengono disattese.
Autore: Arianna Bernardini -WebmasterPoint
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Io, proprio io, consumatore medio. Ho tutto, proprio tutto: sono in possesso di 10 mila oggetti, i Navajos solo 236.
Li ho contati e ricontati, sono proprio 10 mila.
Sono i beni a cui voglio bene; sono le merci che confortano la mia vita. L’ultimo, uno shampoo al cioccolato, un prodotto di esperienza. E che esperienza: una leccornia!
Questi 10 mila pezzi esprimono compiutamente il nostro lavoro di consumatori.
Se tanto mi da’ tanto non credo ci sia chi voglia misconoscere il nostro ruolo di operatori di mercato: acquistiamo e trasformiamo il Valore di quei beni in ricchezza; consumiamo acciocché si possa ri-produrre.
A conti fatti, in questo gioco a rincorrersi, il denaro non basta più, il declino dei redditi mostra segnali preoccupanti. Quello dei profitti una vitalità sorprendente. Sic!
La soluzione: più crescita economica. Tutti fanno a gara nell’auspicarla.
Tutti ma proprio tutti da Bankitalia all’Istat, dal Governo all’opposizione, dai sindacati alle associazioni dei consumatori la auspicano, la invocano, la cercano. Si danno un gran da fare.
Redditi insufficienti?
+ crescita economica, + ricchezza da distribuire, + redditi: facile no?
Facile un corno!
Nei paesi ricchi quella crescita si misura con il PIL. Quel PIL che, per oltre il 70%, viene generato dalle azioni di acquisto.
Per avere più reddito, oibò, dobbiamo spendere più reddito.
Proprio quello che non abbiamo. Bella no?
Per uscire da questa contraddizione si invoca “Robin” Tremonti. Si mettono a punto vantaggiosi connubi tra reddito e produttività; sotto sotto si invoca l’utilizzo del risparmio, ci viene offerto credito al consumo in tutte le salse, si mettono a punto arzigogoli finanziari che scoppiano come bolle di sapone.
Insomma si raschia il fondo del barile.
Proprio qui ed ora viene a mostrarsi in maniera solenne la strumentalità della pratica di consumo. Altro che agire godurioso e rimbecillente!
La crescita economica rende quella pratica indifferibile rendendo istituto il Lavoro di consumazione.
Si, LAVORO: questo il nostro ruolo, sta qui il senso del nostro agire; sta qui una rinnovata dignità di esercizio.
Sta qui la possibilità di estrarre reddito: un Reddito da Consumo, perché no? Per dare ristoro economico all’obbligo di questo esercizio ed il contributo alla crescita.
Si, Reddito da Consumo.
Un altro modo, il nostro, per redistribuire quella ricchezza al grido di: “la Domanda comanda”.
Altro che Robin Hood.
Mauro Artibani
www.professionalconsumer.splinder.com
www.professioneconsumatore.org

Io, proprio io, consumatore medio. Ho tutto, proprio tutto: sono in possesso di 10 mila oggetti, i Navajos solo 236.
Li ho contati e ricontati, sono proprio 10 mila.
Sono i beni a cui voglio bene; sono le merci che confortano la mia vita. L’ultimo, uno shampoo al cioccolato, un prodotto di esperienza. E che esperienza: una leccornia!
Questi 10 mila pezzi esprimono compiutamente il nostro lavoro di consumatori.
Se tanto mi da’ tanto non credo ci sia chi voglia misconoscere il nostro ruolo di operatori di mercato: acquistiamo e trasformiamo il Valore di quei beni in ricchezza; consumiamo acciocché si possa ri-produrre.
A conti fatti, in questo gioco a rincorrersi, il denaro non basta più, il declino dei redditi mostra segnali preoccupanti. Quello dei profitti una vitalità sorprendente. Sic!
La soluzione: più crescita economica. Tutti fanno a gara nell’auspicarla.
Tutti ma proprio tutti da Bankitalia all’Istat, dal Governo all’opposizione, dai sindacati alle associazioni dei consumatori la auspicano, la invocano, la cercano. Si danno un gran da fare.
Redditi insufficienti?
+ crescita economica, + ricchezza da distribuire, + redditi: facile no?
Facile un corno!
Nei paesi ricchi quella crescita si misura con il PIL. Quel PIL che, per oltre il 70%, viene generato dalle azioni di acquisto.
Per avere più reddito, oibò, dobbiamo spendere più reddito.
Proprio quello che non abbiamo. Bella no?
Per uscire da questa contraddizione si invoca “Robin” Tremonti. Si mettono a punto vantaggiosi connubi tra reddito e produttività; sotto sotto si invoca l’utilizzo del risparmio, ci viene offerto credito al consumo in tutte le salse, si mettono a punto arzigogoli finanziari che scoppiano come bolle di sapone.
Insomma si raschia il fondo del barile.
Proprio qui ed ora viene a mostrarsi in maniera solenne la strumentalità della pratica di consumo. Altro che agire godurioso e rimbecillente!
La crescita economica rende quella pratica indifferibile rendendo istituto il Lavoro di consumazione.
Si, LAVORO: questo il nostro ruolo, sta qui il senso del nostro agire; sta qui una rinnovata dignità di esercizio.
Sta qui la possibilità di estrarre reddito: un Reddito da Consumo, perché no? Per dare ristoro economico all’obbligo di questo esercizio ed il contributo alla crescita.
Si, Reddito da Consumo.
Un altro modo, il nostro, per redistribuire quella ricchezza al grido di: “la Domanda comanda”.
Altro che Robin Hood.
Mauro Artibani
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Lo stipendio di un lavoratore dipendente viene ingoiato da tasse e imposte varie. Gli industriali di Venezia hanno deciso di mostrare nel dettaglio questa pubblica abbuffata con una campagna di comunicazione - «Chi si mangia la mia paga» - che mostra in manifesti da bus un filone di pane diviso per "competenza: su 2400 euro di costo aziendale di un lavoratore, 578 euro che se ne vanno in pensioni, 291 euro per servizi generali, 224 euro nella sanità, ma anche 202 in affari economici, 141 nell'istruzione, fino ai 16 euro in protezione ambientale. Il netto in busta è di 1.298 euro, che verrà decurtato delle imposte indirette sui consumatori come Iva e accise. Insomma: si incassa veramente solo 796 euro.
«La nostra rielaborazione fa capire ai cittadini quanto la mole delle tasse in Italia pesi su tutti: privati, aziende e dipendenti - dichiara Massimo Codato, vicepresidente di Unindustria Venezia -. Chiedere di ridurre la tassazione significa in primo luogo aumentare il potere d'acquisto di ogni singolo lavoratore. E a beneficiarne saranno l'economia, le famiglie e le imprese».
Codato indica i capitoli su cui agire: «Pensioni, affari economici, servizi generali - spiega l'imprenditore del sociale - per esempio sulla previdenza il bilancio Inps è coperto da 26,83 miliardi a carico della fiscalità generale. Per questo bisogna alzare l'età pensionabile». Codato non vuole solo tagliare: «Sanità e istruzione sono due settori importantissimi della spesa pubblica, qui chiediamo di razionalizzare, come vuol fare il ministro Brunetta». La detassazione di straordinari e premi aziendali va bene: «Un buon primo passo - evidenzia il vicepresidente di Unindustria Venezia - anche se la soglia di 30mila euro per l'esenzione mi sembra bassa e premia chi lavora di più soprattutto al Sud. E non sono state messe in campo azioni per la classe media». Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi è più ottimista: «La misura del taglio fiscale su straordinari e premi, ora in fase sperimentale, riguarda 13 milioni di lavoratori dipendenti».
«In 30 giorni 1.600 euro, su 2400, ritornano nelle casse dello Stato - sottolinea Giuseppe Morandini, presidente della Piccola Industria di Confindustria -. Con la campagna di Unindustria Venezia ognuno può trarre le proprie valutazioni in merito al rapporto tra tasse pagate e servizi ricevuti».
Il neo presidente di Unindustria Treviso Alessandro Vardanega approva la detassazione dello straordinario ma evidenzia come sia da "ripensare l'abrogazione della norma che consentiva di erogare ai dipendenti liberalità fino a 250 euro esenti da tasse e contributi. C'è poi da rendere operativa subito la decontribuzione dei premi legati a obiettivi aziendali". Massimo Calearo (Pd) è deciso: «Per dare più soldi in busta paga bisogna defiscalizzare il secondo livello».
Maurizio Crema - Gazzettino.it
vedi il grafico --> Chi si mangia la mia paga
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SVILUPPO E EQUITÀ SOCIALE
Per avere una economia che funziona, attiva e in sviluppo, non è sufficiente puntare soltanto sull’economia. Può apparire paradossale ma questa è la tesi del Professor Luigi Campiglio, direttore della Rivista di Scienze Sociali e Pro Rettore dell’Università Cattolica secondo il quale si deve puntare anche sull’equità sociale. Secondo Campiglio, che ha tenuto a Milano un interessante convegno promosso da ISMO (Gruppo Professionale Interventi e Studi Multidisciplinari nelle Organizzazioni), non ci può essere progresso e sviluppo in economia se non si tiene in considerazione anche l’equità sociale e il benessere generale della popolazione. Servono infatti provvedimenti mirati a tenere sotto controllo la soglia di povertà. Nelle società moderne il consumatore è sempre più importante; centrale nell’economia di un Paese. Occorre tuttavia delineare in modo preciso chi è effettivamente il consumatore al di la dei miti e dei luoghi comuni. In Italia il 60% del Pil deriva dai consumi delle famiglie. Un altro 20% discende dai consumi pubblici Sanità e Istruzione). La chiave di lettura per comprendere i consumi è avere ben presente che questi derivano sempre da una decisione della persona. Si sceglie cosa si vuole e si può consumare. Naturalmente occorre anche distinguere tra consumi interni ed esterni ovvero le esportazioni.
Dal punto di vista strategico è noto che le scelte in quanto tali non sono sempre univoche. In alcuni casi può essere utile puntare sui consumi interni, in altri sulle esportazioni. Allo stesso modo, non sempre le scelte economiche sono sufficienti poiché esiste un’inerzia in economia in base alla quale le scelte operate non producono immediatamente effetti tali da invertire o influenzare immediatamente il corso economico. Un dato da monitorare costantemente è riconducibile alla percentuale dei consumi relativi alla spesa alimentare: quando questa è eccessivamente alta è un campanello di allarme. Attualmente nel nostro Paese essa è pari al 17,7%: “Quando superasse il 30% sarebbe preoccupante poiché indicherebbe la contestuale riduzione di altri consumi. Le spese alimentari si possono classificare tra quelle fisse irrinunciabili, quando aumentano significa che si riduce lo spazio per altri consumi. D’altra parte la povertà si manifesta in maniera diversa rispetto al passato. Vi sono nuove spese che un tempo erano considerate superflue ma che adesso sono considerate quasi necessarie in quanto relative a consumi di civiltà”.
Se aumentano i consumi e spese fisse si riduce lo spazio per gli altri consumi, si riduce la libertà di scelta e di azione del consumatore e ne risente l’economia. Inoltre, i prezzi che aumentano maggiormente sono proprio quelli relativi ai beni primari con domanda anelastica come il cibo. Non è un caso che un’indagine Istat abbia messo in evidenza come nel periodo 2005/2006 il 14,6% delle famiglie dichiarava di arrivare con difficoltà a fine mese, il 28,9% di non riuscire a sostenere le spese impreviste e il 9% di essere in arretrato con le bollette. La mitica sovranità del consumatore può essere messa in crisi da questi dati e la sua libertà di scelta è sempre più ristretta. Se calcoliamo il reddito mediano in Italia possiamo notare che esso diminuisce leggermente mentre aumenta quello medio. Ciò significa che siamo di fronte all’aumento del divario tra ricchi e poveri, soprattutto al Sud. Il reddito mediano di una famiglia è pari a 1.870 euro al mese in presenza di aumenti costanti dei prezzi registrati nel corso degli ultimi cinque anni che hanno di fatto diminuito il potere di acquisto del consumatore.
L’economia registra ormai due velocità, la popolazione è divisa in due parti. Forse all’esterno i consumi appaiono stabili perché aumenta il reddito dei ricchi ma, di pari passo diminuisce quello dei poveri e delle categorie non ancorate a meccanismi di adeguamento all’inflazione reale. Il consumatore rimane pertanto un elemento fondamentale su cui puntare per la crescita economica poiché lo sviluppo non può prescindere né dalla tutela dei consumi né da un’attenzione rivolta all’equità sociale.
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commenti Attraverso The Biz Biz o il blog italiano Inventati Il Lavoro è possibile trovare occasioni di lavoro come redattore o traduttore in telelavoro.
In Italia, dicono i media, siamo in piena sindrome da quarta settimana del mese. Gli stipendi non sembrano adeguati agli aumenti del costo della vita. Se poi si è giovani e magari si va all’università e si vuole un minimo d’indipendenza economica trovare un lavoro compatibile con gli impegni di studio diventa un’impresa difficile.
A chi ha bisogno di arrotondare o a chi studia e vuole avere i soldi necessari a pagarsi i libri o a divertirsi, il blog The Biz Biz offre degli spunti davvero interessanti. Scorrendone le pagine, vi possiamo trovare lavori che occupano solo poche ore al giorno o da svolgere durante i week end.
Accanto alle segnalazioni di possibili occupazioni, il blog offre anche diversi consigli utili per chi cerca un lavoro e propone interviste a persone che, in un certo senso, il lavoro se lo sono inventato. Tanto che è da poco nato anche il sito gemello di The Biz Biz, chiamato, appunto Inventati il lavoro.
Su The Biz Biz ci sono lavori che riguardano il Web, come, per esempio, occuparsi della redazione di contenuti per un blog o di traduzioni per siti on line. Molto spazio è dato ai lavori estivi, stagionali e part time. Non ci sono aziende o agenzie che inseriscono annunci di lavoro: le segnalazioni partono da conoscenze, dalle idee dell’autore e dai commenti.
E non ci sono solo suggerimenti per trovare un lavoro, ma anche per risparmiare nella spesa di tutti i giorni. Inoltre si scopre come scambiarsi casa per le vacanze o come evitare scippi e rapine. Un esempio di lavoro segnalato da Biz Biz? Fare delle interviste di mercato ed essere pagati in buoni benzina.
Autore: Pierluigi Emmulo - webmasterpoint.org
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La figura dell’individuo solitario che acquista senza se e senza ma mi è francamente indifferente. Un po’ meno per i risvolti socio-psicologici che si possono evidenziare dal comportamento che sono pertinenza delle scienze sociali.
Gli individui che nell’agone economico hanno da sottostare al rigido protocollo della consumazione, al fine di generare ricchezza e distribuire benessere economico, hanno tutt’altro interesse.
Interesse che mostra luce vivida quando, consapevoli dell’aspetto economico della loro azione, utilizzano compiutamente il ruolo di Professional Consumer per ricavare convenienze da quella gestione.
Qui si pone all’evidenza una delle più luminose prerogative del nostro agire sul mercato.
Già perché – non sembri un paradosso – il nostro MESTIERE non trova esplicazione nell’acquistare merci al prezzo più basso; agendo invece con le tecniche del nostro esercizio, unite alla forza contrattuale dei “coscritti”, si rende possibile organizzare e gestire la DOMANDA di CONSUMO determinando così il prezzo più conveniente e solo allora acquistare.
Due piccioni con una fava: nel dare agio a queste azioni viene esercitato un LAVORO; dalle convenienze economiche così percepite si ottiene un REDDITO.
Reddito e non risparmio e questa distinzione non è solo una questione nominalistica.
Per gli individui consumatori solitari si offre pertanto una corposa alternativa all’ acquistare, avvinti dal mélos delle ASIMMETRIE INFORMATIVE, al “prezzo più conveniente” .
Acquisire lo statuto del lavoro all’azione del consumo permette di recuperare, oltre le convenienze economiche, DIGNITA’ all’atto, una posizione ATTIVA per l’azione sociale e vivaddio SALUTE per la mente.
E allora, buon lavoro a tutti.
mauro artibani
www.professionalconsumer.splinder.com
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A leggere i commenti dei fautori del transgenico alla notizia data da Nature Biotechnology circa lo sviluppo di insetti resistenti alla tossina Bt espressa dal cotone transgenico c'è da rimanere basiti:
gli Ogm non reggono all'usura del tmepo ed il loro successo in termini di adozione su vaste superfici rappresenta anche il loro più macroscopico limite, visto che nel contempola natura si adegua, eppure leggiamo che "non ci sono assolutamente pericoli grazie a tutte le precauzioni (?) prese nelle colture Ogm". Tra quelle, le ditte che vendono sementi Ogm impongono ai coltivatori di creare le cosiddette "zone rifugio", ma queste servono a minimizzare le probabilità di resistenza e non a prevenirle. Tra l'altro i programmi Usa sulle zone rifugio non sono affatto obbligatori, negli stessi Usa c'è allarme sul loro tasso di non adozione e in molti Paesi non sono neanche adottati! Quindi l'industria biotech ha in fase di sviluppo nuove varietà transgeniche che esprimono diverse varianti della tossina letale proprio per aggirare le resistenze.
Sembra prorpio di essere all'alba di una "spirale del transgenico" del tutto simile a quella "spirale dei veleni" che abbiamo conosciuto in agricoltura con l'introduzione dei fitofarmaci, con la loro progressiva perdita di efficacia dovuta alle resistenze e con il ricorso a principi attivi più aggressivi e pericolosi.
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