socialprosumer
No al nucleare - Comitato per un’alternativa energetica, basata sulle fonti rinnovabili e il risparmio

Chi siamo

Bloggers che mettono a disposizione le proprie conoscenze, piccole o grandi, dirette o di cui siano venuti a conoscenza, che possano essere utili alla collettività

CHI E' IL SOCIAL PROSUMER

***********************
Scrivi anche tu in questo blog
***********************

Google

 JOIN! Disclamer & Banner


MigliorBlog.it

Petizioni in corso







PeaceReporter - la rete della pace. Quotidiano online e agenzia di servizi editoriali. Storie, dossier, interviste, reportage, schede conflitto, schede paese e buone notizie da tutto il mondo

Links

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato <$BlogCounter$> volte
visitato *loading* volte

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog
Add to Technorati Favorites

http://www.wikio.it

free web site hit counter


Image Hosted by ImageShack.us

www.tocchiamoli.com

venerdì, 20 novembre 2009




La Francia nucleare a rischio black-out
Nei prossimi due mesi la Francia dovrà ricorrere massicciamente all'import e rischia perfino interruzioni di corrente. La ragione sta nell'eccessiva dipendenza da un parco nucleare vetusto: la settimana scorsa 1/3 degli impianti erano fermi per manutenzioni e guasti. Venerdì c'è stato l'ennesimo incidente a Tricastin.

Il reattore EPR, esempio di insicurezza nucleare
Un commento di Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, per Qualenergia.it sulla clamorosa presa di posizione congiunta delle tre agenzie di sicurezza nucleari francese, britannica e finlandese in merito ai discutibili sistemi di sicurezza dei due reattori EPR in costruzione.

Bocciato in sicurezza l'EPR, quello che vuole Enel
Le autorità di vigilanza sul nucleare di Francia, Gran Bretagna e Finlandia bocciano il sistema di sicurezza dei reattori EPR. Il problema è nel sistema di controllo d'emergenza, che in caso di anomalia potrebbe saltare assieme a quello ordinario. Ora Areva e committenti dovranno rivedere i progetti per correggere la lacuna di questi reattori, gli stessi si vorrebbero costruire anche in Italia. Ma da noi nessuno ne parla.


---------------------------

Io ribadisco il mio no al nucleare se non a quello di nuova generazione che non produce scorie

postato da: Dilia61 alle ore 10:34 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: nucleare
giovedì, 30 aprile 2009

Newsletter n. 40 - 30 aprile 2009

COSTI NUCLEARI

Il "debito nucleare" di Enel
Il costo degli investimenti nel nucleare previsti da Enel è compatibile con un indebitamento finanziario di 50 miliardi di euro della società? Per ridurlo potrebbe decidere di vendere gli asset a maggiore redditività come la divisione sulle rinnovabili? Un articolo di Andrea Lepore di Greenpeace Italia per Qualenergia.it

L'anticipo della bolletta nucleare
Negli Usa un'utility del Missouri rinuncia a un progetto nucleare: non è riuscita a cambiare la legge che vieta di far pagare le centrali in bolletta ancora prima di costruirle. Se a pagare non sono i consumatori, e in anticipo, costruire centrali 'atomiche sembra non convenire.

 

L'ELETTRICITA' SOLARE SCENDE IN CAMPO

Il summit del fotovoltaico è a Verona
Dal 6 al 7 maggio si svolgerà a Verona la Conferenza internazionale sul fotovoltaico dal titolo “Italian PV Summit”. L’evento che anticipa di un giorno Solarexpo ospiterà oltre 50 relatori da tutto il mondo, aziende, istituzioni, policy makers e centri di ricerca per fare il punto sul mercato nazionale e sulle prospettive di sviluppo.

Come mi faccio l'impianto solare gratis
Avere un impianto fotovoltaici sul tetto senza spendere nulla. A Salerno e provincia in molti possono farlo grazie ad un'iniziativa dell'Agenzia Energia Ambiente: una Esco realizza a proprie spese gli impianti sui tetti dei cittadini, in cambio dell'incentivo per il conto energia. Agli utenti resta il risparmio in bolletta.

Innovativa "strategia solare" a San Diego
Nellà città californiana un nuovo programma per incentivare solare ed efficienza energetica: la Municipalità finanzia i costi dell'impianto o dell'intervento che poi saran no restituiti attraverso le tasse sugli immobili, anche se questi cambiereranno di proprietà. Un'iniziativa che altre città si apprestano a copiare.

Come integrare il fotovoltaico
Dal sito del GSE è scaricabile la seconda edizione della “Guida agli interventi validi ai fini del riconoscimento dell’integrazione architettonica del fotovoltaico”. Molte soluzioni ed esempi pratici.


PROSPETTIVE RINNOVABILI

Rinnovabili 2010, l'Europa è in ritardo
L'Unione Europa difficilmente riuscirà a raggiungere gli obiettivi per il 2010 sulle rinnovabili nel settore elettrico e nei trasporti. A frenare lo sviluppo delle fonti pulite incentivi poco affidabili, burocrazia e una rete che penalizza i piccoli produttori di energia rinnovabile. Il report della Commissione.

Piano Basilicata: 70 per cento di rinnovabili al 2020
Il Piano di indirizzo energetico-ambientale della Regione Basilicata, appena approvato, ribadisce il "no" al nucleare e punta su efficienza e rinnovabili. Obiettivi ambiziosi, ma anche limiti per i grandi impianti eolici e fotovoltaici. In Val D'Agri la creazione di un distretto energetico in cui si punti anche sulle rinnovabili.

fattoria eolicaCosa c'è da sapere sul mercato delle rinnovabili elettriche
Presentata la pubblicazione “Fonti rinnovabili: Guida alla vendita dell’energia e agli incentivi” frutto della collaborazione tra il Gestore del mercato elettrico e l’Aper. Un utile documento per gli addetti ai lavori, ma anche per chi intende entrare sul mercato.

Le rinnovabili integrate in una centrale
Un impianto eolico che produce anche idrogeno, da bruciare assieme al biogas in una centrale termoelettrica integrata. Elettricità, calore e carburante pulito da un solo impianto, tutto a rinnovabili. In Germania partono i lavori per la p rima vera centrale ibrida al mondo

Solare termico italiano, oggi e domani
Il mercato solare termico italiano detiene una quota del 10% di quello europeo. Lo conferma l'associazione di categoria Assolterm che stima in 400 mila m2 la superficie di collettori installati nel 2008. In totale l'installato in Italia ammonta oggi a 1,5 milioni di m2. Le potenzialità e gli obiettivi futuri del settore.

La policy italiana per l’energia pulita
Pubblichiamo l’introduzione di Gianni Silvestrini al “Codice delle Energie Rinnovabili e dell'Efficienza Energetica 2009”. Un excursus delle recenti politiche e delle legislazione italiana nel settore.


GLOBAL WARMING

Cosa pensa il Governo dei cambiamenti climatici?
Dopo la mozione “negazionista” approvata al Senato, le associazioni energetiche e ambientaliste chiedono chiarimenti al Presidente del Consiglio sulla reale convinzione del governo di intraprendere serie politiche contro il global warming e per l'energia pulita a livello nazionale e internazionale. Poca chiarezza anche in Confindustria.

Andare oltre la disinformazione
John Theodore Houghton, importante esperto del clima, oggi sul Guardian manda un segnale forte a coloro che si perdono dietro strumentali dispute sui reali effetti dei mutamenti climatici. Quelle che vanno seguite sono le prove scientifiche e queste ci dicono chiaramente che è necessaria un’azione urgente.

Buone notizie dai giganti delle emissioni
La strada verso un accordo internazionale sul clima è lunga e difficile, ma da Cina e Usa arrivano due buone notizie. Mentre la Cina per la prima volta parla di obiettivi di riduzione delle emissioni, negli Stati Uniti l'EPA inizierà a "regolare" la CO2 ancor prima che venga approvata la legge sul clima.

Information technology per il clima
Due studi pubblicati dal WWF International valutano i notevoli vantaggi offerti in termini di riduzione delle emissioni di anidride carbonica a livello mondiale sia delle video conferenze che del telelavoro.

Inventori contro il global warming
Un pannello che raffresca le stanze senza bisogno di energia, una scatola solare di cartone che permette di cuocere senza combustibili, un micronde gigante che sequestra la CO2 trasformando la biomassa in carbone. Ecco le invenzioni finaliste del concorso Climate Change Challenge promosso dal Financial Times.

 

 

FONTI FOSSILI SEQUESTRATE

centrale a carboneIl carbone quasi pulito della Regina
Il ministro dei cambiamenti climatici britannico annuncia che tutte le nuove centrali a carbone dovranno prevedere il sequestro e la cattura della CO2. Ma da subito per un quarto delle loro emissioni e totalmente solo nel 2025. Molto le perplessità da parte degli ambientalisti.

CO2, se il sequestro fa paura
A Barendrecht, in Olanda, la popolazione locale si oppone a un progetto sperimentale di sequestro della CO2. Il gas stoccato in un area così densamente popolata suscita obiezioni per motivi di si curezza. Con rischi non ancora ben conosciuti, la CCS trova nella diffidenza dell'opinione pubblica un ulteriore ostacolo.

Rischi e costi per fossili ed eolico
Nel valutare le opzioni di investimento in campo energetico non vengono mai considerato il rischio e la volatilità legati ai prezzi dei combustibili fossili, così come quelli della CO2. Davanti a questo nuovo approccio l’eolico risulterebbe già oggi più conveniente degli impianti convenzionali. Un’analisi dell’Ewea in un suo recente rapporto.


lunedì, 13 aprile 2009

Zone d'ombra dell'atomo francese

Centrale nucleare La Francia vuole esportare tecnologia nucleare in tutto il mondo, Italia compresa, ma sulla reputazione della compagnia nazionale, Areva, ci sono già molte macchie. Ne parla un servizio della testata americana Alternet.org.


Il nucleare francese mira a conquistare nuovi mercati, cosa che sta riuscendo bene visto anche l’accordo siglato con il nostro paese per la costruzione di quattro centrali EPR in Italia. Il presidente Nicholas Sarkozy, grazie alla sua intensa attività diplomatica per promuovere l’atomo d’oltralpe in tutto il pianeta, dal Medio Oriente agli Usa, è stato definito dal Washington Post “il piazzista nucleare più aggressivo del mondo”. Ma l’industria nucleare francese non è priva di zone d’ombra e problemi non risolti. In un articolo apparso ieri, Alternet.org parla di quello che non va in Areva, la compagnia a controllo pubblico francese che è anche il più grande operatore nucleare al mondo.

Un elenco di incidenti, danni ambientali, problemi politici ed economici sparsi lungo tutta la filiera in cui è attiva la compagnia francese, dall’estrazione dell’uranio alla costruzione e gestione delle centrali, allo smaltimento delle scorie. Si scoprono così molti aspetti che mettono dubbi sull’efficienza e la trasparenza dell’industria atomica francese.

In seguito alla fuga di liquido radioattivo alla centrale di Tricastin, nel luglio scorso, su queste pagine avevamo già parlato del silenzio colpevole dell’azienda che per 14 ore aveva omesso di informare le autorità dell’incidente. Dall’articolo di Alternet si viene a sapere di molti episodi del genere coem dei residui radioattivi provenienti dalle 210 miniere di uranio francesi abbandonate che sono stati usati per la pavimentazione di parcheggi in scuole e località sciistiche.

Sistematica sarebbe, invece, la dispersione di materiale radioattivo alla centrale di riprocessamento del combustibile di La Hague: circa 380 milioni di litri di liquido radioattivo scaricati nel canale della Manica ogni anno. Due studi medici indipendenti avrebbero riscontrato tassi di leucemia superiori alla media nelle comunità residenti nei pressi della centrale. Il riprocessamento del combustibile nell’impianto non risolverebbe affatto il problema delle scorie: nel procedimento viene prodotto un surplus di plutonio, mentre il 95% dell’uranio usato delle centrali francesi sarebbe troppo contaminato da altri prodotti della fissione per essere riciclato.

Neanche il paese leader mondiale del nucleare, infatti, sa ancora dove mettere le scorie: recentemente il governo ha esaminato 3.511 comunità locali per individuare dei depositi di scorie a basso livello di radioattività. Andra, l’agenzia che si occupa dello smaltimento, ha dichiarato che avere un deposito sarebbe un’opportunità per le economie locali, ma non ha voluto rivelare i nomi dei potenziali siti individuati. Malgrado la lunga storia di convivenza, il sospetto dei francesi nei confronti del nucleare sarebbe ancora alto: un sondaggio citato dall’articolo dice che quest’autunno il 60% dei francesi dichiarava di volere che la Francia abbandoni l’atomo.

L’impronta del nucleare francese, poi, si estende al di là dei confini nazionali. Il servizio continua citando le conseguenze ambientali e sanitarie dell’estrazione dell’uranio da parte di Areva e controllate in Niger e Gabon negli ultimi 40 anni (tutte documentate al pari degli altri problemi riferiti dal CRIIARD, la rete di associazioni francesi che fa ricerca indipendente sul nucleare).

Per finire Alternet racconta la storia, non nuova per il lettori di Qualenergia.it, dei ritardi, dei problemi e dei costi lievitati negli unici due reattori EPR in costruzione, quelli che Areva sta realizzando a Olkiluoto, in Finlandia e a Flamanville, in patria. Costi raddoppiati per il reattore finlandese, che ha verrà a costare oltre 6,7 milioni di dollari e già 9 mesi di ritardo sul cantiere di Flamanville, partito a dicembre 2007.

da QualEnergia

giovedì, 12 marzo 2009

Usa: la scoria è inquieta

Il budget di Obama boccia il progetto del sito di stoccaggio unico di Yucca Mountain e per il segretario di Stato all'energia "non è un opzione da considerare". La soluzione del problema scorie negli Usa è più lontana che mai. Un duro colpo per l'industria dell'atomo.

Oltre ai costi che aumentano e all’esclusione dal pacchetto stimolo dei fondi di garanzia per costruire le centrali, arrivano altri problemi per il nucleare americano. Obama lo aveva detto in campagna elettorale e lo ha confermato nel primo documento di programmazione economica: il deposito nazionale per le scorie di Yucca Mountain non si farà e infatti il budget presentato la settimana scorsa taglia quasi tutti fondi destinati al progetto.

Il futuro del controverso sito di stoccaggio nazionale sembra dunque essere segnato. Yucca Mountain, una montagna di roccia vulcanica a 100 chilometri da Las Vegas, in Nevada, fin dagli anni '80 è stato candidato a deposito nazionale, ma un parere concorde della comunità scientifica non è mai arrivato. Nel 1987 fu il Congresso a individuarlo come sito predestinato, nel 2000 Clinton fermò il progetto, due anni dopo l’amministrazione Bush lo riprese e accellerò con determinazione. Nel 2005 un carteggio riservato tra geologi dell’U.S. Geological Survey reso pubblico parlava di falsificazione dei dati e riaccendeva i dubbi sull’idoneità del sito, che sarebbe soggetto a infiltrazioni d’acqua che porrebbero rischi d’inquinamento per le falde acquifere. Nel 2006 i tecnici del Department of Energy avevano approvato il progetto, ma la popolazione del Nevada, per il 60% contraria al deposito, non ne è mai stata tranquillizzata.

Ora, nel budget proposto, Obama ha lasciato al progetto solo i fondi sufficienti affinché la Nuclear Regulatory Commission completi il suo studio e dia un parere tecnico sul sito e, ieri, il segretario per l’energia Steve Chu ha dichiarato pubblicamente che Yucca Mountain non è più un’opzione da tenere in considerazione. Sembra dunque improbabile che il sito nel deserto del Nevada accolga le 700 mila tonnellate rifiuti radioattivi americani a partire dal 2020, come era in programma. Il materiale radioattivo resterà invece con ogni probabilità ancora per molto stoccato presso le centrali, dove è fermo da decenni.

I 10,4 miliardi di dollari spesi finora per trovare un posto ai rifiuti del nucleare americano dunque finora non sono serviti a nulla. Anzi, adesso, riporta il
New York Times, c’è il rischio che i gestori delle centrali facciano causa al Governo federale, chiedendo altre decine di miliardi di dollari per i costi sostenuti per lo stoccaggio, causati dall’incapacità del governo di individuare un sito adatto. La legge, infatti, ha già riconosciuto all’industria nucleare rimborsi per un miliardo di dollari perché il governo non ha tenuto fede all’accordo siglato in passato, di prendersi in carico le scorie entro il 1998. Ora è probabile che le compagnie dell’atomo chiedano indietro anche i 22 miliardi pagati al DOE per individuare un sito e non ancora spesi.

Il governo Obama dovrà cercare un’altra via d’uscita, se non la troverà una futura amministrazione potrà tirare in ballo nuovamente Yucca Mountain. Quello che è certo è che il problema delle scorie negli Usa, dopo 50 anni, oggi è più lontano che mai da una soluzione. Un duro colpo che va ad aggiungersi ai molti problemi di un’industria che sta pensando di costruire adesso le prime centrali dopo più di trenta anni.

da QualEnergia


postato da: Dilia61 alle ore 11:40 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: politica, economia, dal mondo, consumi, nucleare, salute - rimedi naturali
mercoledì, 14 gennaio 2009

Nucleare Salato

nucleareUno studio pubblicato da Climate Progress fa un'analisi dei costi del nuovo nucleare Usa. Il kilowattora prodotto dalle nuove centrali costerebbe dai 25 ai 30 centesimi di dollaro, tre volte di più del prezzo corrente dell'elettricità.

Dai 25 ai 30 centesimi di dollaro per kilowattora, tanto costerebbe l’energia prodotta con le nuove centrali nucleari Usa. Vale a dire circa tre volte il prezzo corrente dell’elettricità nel paese. Un prezzo molto più alto di quello del kilowattora prodotto con le principali fonti rinnovabili e 10 volte superiore a quello che costerebbe risparmiare la stessa quantità di energia con pratiche di efficienza energetica. Che il nucleare non sia economicamente conveniente lo abbiamo constatato più volte su queste pagine, ma queste cifre, contenute in uno studio appena pubblicato da Climate Progress meritano di essere riportate.

Lo studio (vedi allegato), realizzato dall’esperto di centrali Craig A. Severance, si intitola “Business Risks and Costs of New Nuclear Power” ed è una delle analisi più dettagliate pubblicate sui costi della generazione da nucleare. A far schizzare verso l’alto la stima del prezzo del kilowattora dal nuovo nucleare c'è un
problema di cui avevamo già parlato su Qualenergia.it: i costi di costruzione incerti delle centrali. Costi che, nei 10-15 anni necessari per la realizzazione dell'impianto, lievitano notevolmente. Severance fa riferimento ad uno studio della Cambridge Energy Research Associates, che mostra come dal 2000 al 2008 le cifre preventivate sui costi siano aumentate del 131%. Vi sono poi i ritardi che fanno lievitare ulteriormente i costi e, in generale, l’incertezza data dal fatto che finora nessuna centrale di nuova generazione è stata ancora completata.

Problemi risaputi quando si parla di nuovo nucleare. Ma la novità sottolineata dall’autore dello studio è che per la prima volta le stime dei costi sono definite in maniera obiettiva e soprattutto trasparente. Molti operatori americani del nucleare, infatti, hanno adottato un approccio cosiddetto a “scatola nera”, mantenendo riservate le formule con cui stimano i costi, in quanto “segreto commerciale”.

Altri invece, fa notare Severance, usano strategie diverse per “camuffare” i costi, come quella di presentare preventivi “overnight cost”, cioè che non tengono in considerazione il tempo necessario a realizzare il progetto e, dunque, i relativi interessi sui finanziamenti. Un altro modo fuorviante di mostrare i dati, infine, è quello di presentare il costo del kilowattora prodotto da una nuova centrale fuso con quello degli altri impianti di una utility: se ad esempio un nuovo impianto nucleare contribuisce per il 20% al totale di energia prodotta da una compagnia, e si presenta il costo totale del kilowattora previsto per gli utenti, l’aumento attinente al nuovo impianto nucleare appare un quinto di quello che in realtà è se si considerasse l’impianto da solo.

I costi stimati dal nuovo studio, scrivono su Climate Progress nel presentare il lavoro, “sono pronti ad essere messi in discussione, ma la metodologia con cui sono stati ottenuti è ben esplicitata e chi vorrà smentirli dovrà presentare le proprie stime in maniera altrettanto trasparente”. E aggiungono ironicamente, “portare semplicemente i costi delle centrali operanti, che si sono già ripagate, non conta in un'analisi seria e dettagliata: perché anche vivere nella mia casa sarebbe molto più economico se non avessi un mutuo da pagare”

QualEnergia.it


postato da: Dilia61 alle ore 10:24 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: economia, nucleare, abitare sostenibile
martedì, 09 dicembre 2008

Un'elezione dal forte impatto interno e sull'eco diplomazia

Per questo numero di QualEnergia sono scaricabili on line alcuni articoli a cominciare dall'editoriale di Gianni Silvestrini dal titolo "Europa, Usa, Italia: prospettive diverse". Il direttore scientifico della rivista esprime la sua convinzione che il Consiglio d’Europa approverà all’unanimità entro la fine dell’anno il pacchetto 2020 e poiché è prevista solo la maggioranza qualificata, non esiste alcuna possibilità di porre il veto, come ha richiesto l’Italia. Dunque, appare impensabile che il nostro paese possa opporsi alla politica dell’Unione Europea sul clima. E ciò è anche pi&ugrav e; vero alla luce della vittoria di Obama che potrebbe essere il presupposto di un “asse USA-UE” molto robusto per le prossime decisioni sul post-Kyoto, coinvolgendo paesi come Cina, India e Brasile.    

Di fronte ad un simile scenario, in cui gran parte del mondo industrializzato ritiene che le fonti rinnovabili sono e saranno un’occasione di sviluppo e di soluzione anti-crisi, la posizione del nostro governo diventa anacronistica. Un paese che continua a guardare al passato con il suo tentativo di rinascita del nucleare.

Con questa decisione, dice Silvestrini nel suo editoriale, “sottraiamo intelligenze, tempo e risorse per inseguire una soluzione in cui partiamo da zero, non esiste un consenso politico e non riusciremo mai a ricavare un reale spazio nella competizione internazionale”. L’Italia, se dovesse portare avanti questa opzione (i primi reattori non verranno realizzato che dopo il 2022), si troverebbe di fronte a costi delle rinnovabili che "fra 20, 30, 40, anni saranno altamente competitivi”. Continua Silvestrini: “Ecco perché la scelta del Governo dal punto di vista della politica i ndustriale rischia di essere un altro fallimento, distogliendo l’attenzione dalla vera sfida di creare una solida industria dell’efficienza e delle rinnovabili”.
Silvestrini affronta poi le sfide energetico-ambientali che l’amministrazione Obama dovrà affrontare: i rischi, le implicazioni internazionali e le opportunità di un new deal verde statunitense.

Tra gli altri articoli “in chiaro” dell’ultimo numero, quello curato da Francesca Ferrazza e Jacopo Tonziello sulle attuali linee di ricerca del fotovoltaico, con una particolare attenzione all’Italia (“Ricercando il Sole”).

Sulla situazione del biogas nel nostro paese e sulle favorevoli possibilità del settore un articolo di Sergio Piccinini del Centro Ricerche Produzioni Animali di Reggio Emilia (“Prospettive a tutto gas”).

Di Leonardo Massai, ricercat ore in diritto ambientale presso TMC Asser Institute in Olanda, un’analisi sulla complessità di regolamentazione dei gas serra in uno dei settori che ne emette di più, quello del trasporto aereo (“Il volo dell’emissione”).

Luciano Pirazzi dell’Enea fa un quadro tecnologico e di mercato del piccolo eolico: la crescita negli States, le prospettive in Gran Bretagna e le possibilità in Italia dove qualcosa inizia a muoversi (“Piccolo con grandi prospettive”).

Per la rubrica “Numeri e Parole”, i grafici sull’incremento della temperatura media mondiale, sulla riduzione della superficie ghiacciata del Polo Nord, sui ricavi della Germania legati all’esportazione delle tecnologie fotovoltaiche e della Danimarca su quelle eoliche.

dal n. 5 di QualEnergia  novembre-dicembre2008.


domenica, 02 novembre 2008

Manifesto contro il nucleare

La nostra redazione ha ricevuto ed è lieta di pubblicare una sorta di manifesto del neonato Comitato nazionale "no nuke" e a favore delle rinnovabili e dell'efficienza energetica. Perché bisogna opporsi al ritorno del nucleare in Italia.

Il 15 novembre 2008, a Caorso si costituirà il Comitato per un’alternativa energetica, basata sulle fonti rinnovabili e il risparmio, anziché su un ingiustificato aumento dei consumi e sull’uso delle fonti fossili e di quella nucleare, come propone il Governo.

Berlusconi e il suo esecutivo, nel quadro del progettato rilancio del nucleare, promettono di individuare entro sei mesi i territori destinati ad ospitare le centrali, violando così una precisa volontà popolare espressa con un referendum che a grande maggioranza aveva deciso di chiudere con il nucleare.

Non aspetteremo che siano individuati i siti nucleari per opporci a questa scelta e non lasceremo sole le località che rischiano di subire una decisione antidemocratica, calata dall’alto e per di più militarizzata nell’attuazione.
Sosterremo il diritto delle popolazioni locali a fare valere la loro opinione anche, se necessario, con referendum territoriali, tanto più che costruire nuove centrali nucleari contrasterebbe con l’impostazione dei piani Energetico Ambientali Regionali già approvati. Porteremo in ogni luogo una battaglia delle idee, la controinformazione e per questo sollecitiamo la preziosa collaborazione del mondo scientifico e di quello intellettuale e di quanti possono contribuire in tutte le forme democratiche a sensibilizzare l’opinione pubblica: il nucleare è una scelta che va contrastata e sconfitta nel paese.

A questo scopo diamo vita ad un Comitato attraverso il quale organizzare, insieme a tutti gli altri soggetti associativi che si mobiliteranno sul territorio, il rifiuto popolare di questa tecnologia intrinsecamente insicura e incapace di smaltire i rifiuti radioattivi che produce.
L’obiettivo che ci poniamo è di fare avanzare un’altra proposta di politica energetica basata sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico, la sola scelta che permette di dare energia pulita al paese e contemporaneamente di ridurre le emissioni climalteranti. In linea quindi con gli obiettivi che l’Unione Europea renderà vincolanti nei prossimi mesi: ridurre, entro il 2020, del 20%, forse del 30% i gas serra attraverso un aumento del 20%, sia dell’efficienza energetica che delle fonti rinnovabili, mentre il Governo Berlusconi sta apertamente boicottando gli orientamenti europei rispetto al raggiungimento dell’autonomia energetica e del sostegno agli obiettivi di Kyoto.

Sono questi parametri i punti di riferimento di un nostro Piano Energetico Nazionale, la cornice entro la quale iscrivere le singole azioni, le scelte tecnologiche, la riconversione ecologica delle industrie più energivore, la riduzione dei rifiuti, il cambiamento del peso del trasporto individuale e su gomma.
Ci proponiamo di elaborarlo con il concorso più ampio delle popolazioni, sottoponendolo al giudizio dei cittadini, anche attraverso la presentazione di un progetto di legge di iniziativa popolare.

La nostra non sarà la sola iniziativa contro questa scelta sciagurata del Governo e, quindi, è nostra volontà coordinarci con tutte le altre strutture di mobilitazione, con le associazioni ambientaliste, con le persone del mondo della cultura e della scienza, con i sindacati, con le Regioni, con i Comuni disponibili.
Gli argomenti possono essere diversi, ma ciò che conta è unire le forze sull’obiettivo comune di una nuova politica energetica e del NO al nucleare.

Berlusconi e i suoi ministri cercano di convincere che compiono questa scelta in nome della lotta ai cambiamenti climatici e per garantire energia abbondante e poco costosa al paese rafforzando anche la sua autonomia energetica.
Queste affermazioni sono entrambe false: il nucleare non serve né a combattere i cambiamenti climatici né a ridurre la bolletta energetica del paese e per di più è un enorme consumatore di acqua, bene sempre più scarso.

Il nucleare va quindi rifiutato per le seguenti ragioni:

  1. l’uranio non è una risorsa né rinnovabile né sostenibile, limitata nelle quantità e nel tempo, che per di più ha visto i suoi costi aumentare in modo vertiginoso.
  2. non è affatto senza emissione di CO2 perché ne produce per l’estrazione del combustibile, durante la costruzione della centrale e nella fase del suo smantellamento.
  3. nessuno dei problemi segnalati dalla tragedia di Cernobyl è stato risolto e quindi il nucleare civile continua ad avere problemi di sicurezza per le popolazioni non risolti anche durante il funzionamento e un enorme impatto ambientale legato alla produzione di scorie radioattive che inevitabilmente si accumulano nell’ecosistema e graveranno sulle future generazioni per migliaia di anni. Va ricordato che in presenza di impianti nucleari è obbligatorio un piano di evacuazione delle popolazioni in caso di incidente grave, con l’abbandono di ogni attività, con pesanti restrizioni per le persone come vivere sigillati in casa.
  4. espone il mondo a rischi di proliferazione delle armi nucleari e al terrorismo; del resto questo è l’argomento che viene portato contro l’Iran poiché la tecnologia in uso è stata pensata per produrre plutonio e la generazione di energia elettrica ne è un sottoprodotto.
  5. non è in grado di risolvere né il problema energetico né quello del cambiamento climatico; infatti le risorse di uranio, già oggi scarse, non sarebbero sufficienti di fronte ad un aumento ulteriore della domanda ed è quindi inutile sperare di aumentare la capacità installata in maniera tale da coprire una quota significativa della nuova domanda di energia, né di sostituire la quota fossile.
  6. ha dei costi economici e finanziari diretti e indiretti troppo elevati che in realtà gravano sulla società e sulle finanze pubbliche e inoltre è una tecnologia che usa e spreca enormi quantità d’acqua
  7. comporta un modello di generazione di energia centralizzato, basato su centrali di elevata potenza, che non garantiscono sicurezza e tanto meno assicurano il diritto all’energia diffusa nel territorio; infatti il nucleare è un modello che richiede sistemi di gestione autoritari, centralizzati ed antidemocratici. Non a caso le centrali nucleari civili vengono considerate come gli altri siti energetici alla stregua di siti militari.

E’ quindi irrealistico pensare di uscire dai fossili rilanciando il nucleare. In Francia ad esempio una massiccia presenza del nucleare (78%) si accompagna ad un consumo pro capite di petrolio maggiore che in Italia.

Uscire dal petrolio e dalle energie fossili e non rinnovabili senza il nucleare si può.
E’ matura, tecnologicamente ed economicamente, una scelta energetica a favore del risparmio energetico e delle energie rinnovabili che un programma di incentivi pubblici e l’utilizzo della leva fiscale possono e devono promuovere

Il paese può e deve essere più efficiente e non sprecare energia.
Questo è il primo obiettivo che ci proponiamo. Si calcola che metà dei consumi energetici italiani sono in realtà sprechi derivanti da usi poco razionali e inefficienti dell’energia.
Si può puntare molto in alto con il risparmio energetico, fino a risparmiare il 50% dell’energia oggi usata per garantire i servizi di illuminazione, riscaldamento, raffrescamento, mobilità, usi industriali.
Sono necessari interventi per aumentare l’efficienza dell’uso dell’energia e per correggere gli sprechi, sviluppando politiche di sufficienza diffusa nel territorio può portare a ridurre i consumi di energia, pur mantenendo standard elevati di vita; per questo occorre puntare a risparmi significativi sia per il sistema economico che per il rispetto degli impegni di Kyoto, peraltro già oggi insufficienti di fronte ai cambiamenti climatici.
E’ possibile e realistico puntare all’obiettivo di procurare al paese gran parte dell’energia che gli è veramente necessaria attraverso le fonti rinnovabili.
Lo si può fare, come dimostrano le esperienze di molti paesi, Germania e Spagna, in particolare incentivandone l’installazione diffusa con lo strumento del “conto energia” che ha dimostrato nei paesi che l’hanno adottato di funzionare e aumentare notevolmente la capacità rinnovabile installata.

Sono due strade alternative.
Quella del Governo non garantisce autonomia energetica al paese è antidemocratica, costosa, pericolosa per la salute delle persone e l’ambiente, oltre che poco utile per ridurre le emissioni climalteranti e ci isola dall’Europa.

La politica energetica da noi indicata invece riduce la nostra dipendenza energetica, fornisce i servizi energetici usando fonti rinnovabili (un barile di petrolio corrisponde ad un metro quadrato di pannello solare) che non alterano il clima e che sono diffuse sul territorio e, quindi, facilmente controllabili dalle popolazioni, oltre a promuovere un diverso sviluppo, creando nuova occupazione di qualità.

Questa è l’alternativa che proponiamo:
Sono queste le ragioni per cui decidiamo di promuovere un Comitato per il No al Nucleare e per il SI ad una politica energetica alternativa di risparmio e sviluppo delle fonti rinnovabili e per questo convochiamo un’Assemblea a Caorso costitutiva del Comitato che è aperto a tutti i contributi.


Testo redatto il 7 ottobre 2008

Mario Agostinelli, Andrea Baranes, Marco Bersani, Mauro Bulgarelli, Alberto Calza Bini, Valerio Calzolaio, Paolo Casali, Sergio Caserta, Paolo Cento, Lilia Chini, Giuseppe Ciliberto, Nicola Cipolla, Lisa Clark, Paolo De Marchi, Pippo Di Falco, Angelo Frezzotti, Antonio Fagioli, Antonio Filippi, Roberto Gili, Alfiero Grandi, Umberto Guidoni, Mirko Lombardi, Walter Mancini, Giorgio Mele, Roberto Musacchio, Gianni Naggi, Corrado Oddi, G.Paolo Patta, Vittorio Sartogo, Massimo Serafini, Giorgio Tiboni.

da AltrEnergia


venerdì, 31 ottobre 2008

New sa QualEnergia

Scorie italiche, dove finiranno?
Mentre si parla di centrali future il problema delle scorie radioattive italiane resta irrisolto. L'ipotesi del sito unico di stoccaggio si allontana ed emerge quella di esportarle negli Usa, da dove però potrebbero tornare al mittente.

Nucleare, una Fata Morgana in Finlandia
Il cantiere della centrale nucleare di Olkiluoto, esempio citatissimo dai nuclearisti europei, continua a ingoiare miliardi e così svanisce il miraggio dell’elettricità a basso costo.

Strategia globale per rottamare petrolio e nucleare
Il nuovo rapporto di Erec e Greenpeace parla di rivoluzione energetica: come soddisfare il 56% della domanda di energia primaria mondiale al 2050 con le rinnovabili e risparmiare 14mila miliardi di euro in combustibili fossili.

Il piccolo eolico britannico
La notevole crescita del micro e mini eolico nel Regno Unito e le prospettive soprattutto nel settore domestico e nelle piccole aziende. Oltre 2 milioni di utenze potenziali.

L'energia del pellet
L'Italia è prima in Europa per numero di stufe a pellet installate. La segatura pressata è un combustibile con diversi vantaggi e in continua crescita. Ne parliamo con Marino Berton, coordinatore dell'Associazione Italiana Pellets.

Mercato fotovoltaico, previsioni a breve
Secondo la ricerca di mercato della società tedesca EuPD Research le installazioni fotovoltaiche in Italia cresceranno in media fino al 2010 del 119% annuo. Il giro d’affari toccherà il prossimo anno 1,2 mld di euro


2020, nucleare o rinnovabili

Il tentativo di resuscitare il nucleare rischia di far perdere all'Italia un altro treno per una leadership nelle tecnologie verdi. Venti anni fa non colse questa opportunità, e oggi verrebbero deviate risorse e intelligenze. L'editoriale di Gianni Silvestrini.

Il polverone sollevato in questi giorni sui costi legati al raggiungimento degli obbiettivi di Kyoto e la contemporanea svolta nucleare del governo impongono una riflessione di fondo sulle opportunità (mancate) del paese e sulle importanti decisioni dei prossimi mesi che rischiamo di replicare il film delle scelte perdenti.
Quando l’Italia uscì dal nucleare 20 anni fa, perse un’occasione storica per reindirizzare la propria politica energetica. Se avesse infatti puntato con determinazione sulle rinnovabili avrebbe creato nel corso degli anni Novanta una importante industria che, ora, in pieno boom mondiale delle energie verdi, potrebbe giocare un ruolo di rilievo con esportazioni per molti miliardi di euro all’anno.

Né si può dire che i tempi erano prematuri, perché proprio in quel periodo la California si lanciava nell’eolico e nel solare termodinamico, il Giappone e la Germania nel fotovoltaico, la Danimarca nell’eolico, mentre il nucleare entrava in un inarrestabile oblio.
Dunque, un’occasione persa per la mancanza di visione strategica della nostra classe politica e imprenditoriale.

Adesso ci troviamo in un altro momento critico, di svolta, se vogliamo di segno opposto. Infatti siamo di fronte ad un riorientamento degli investimenti verso le fonti rinnovabili, con una crescita rapidissima a livello internazionale, rafforzato in Europa dall’obbiettivo legalmente vincolante al 2020.
Non si tratta perciò questa volta di fare da apripista, ma di trovare uno spazio nel processo di gigantesca trasformazione avviatosi. Questo rinnovamento può offrire grandi opportunità alle nostre industrie ma, in mancanza di rapida reattività del sistema, rischia di relegarci nel ruolo di paese importatore di tecnologie verdi.
Dunque, invece di lamentarsi, governo e imprenditori dovrebbero comprendere come sfruttare l’obbiettivo del 2020 per creare una solida industria delle rinnovabili in grado, nel giro di 5-6 anni, di esportare tecnologie nel mercato energetico con i più alti tassi di crescita.

E invece? Sottraiamo intelligenze, tempo e risorse per inseguire una soluzione in cui partiamo da zero, non esiste un consenso politico e non riusciremo mai a ricavarci un reale spazio nella competizione internazionale.
Senza contare che i nostri reattori, entrando in funzione tra il 2022 e il 2030 non potrebbero aiutarci a raggiungere gli obbiettivi legalmente vincolanti della fine del prossimo decennio (rinnovabili e riduzione dei gas climalteranti), rendendo altamente probabile il rischio di forti sanzioni per il nostro paese.

E quando mai le centrali dovessero vedere la luce, dovrebbero confrontarsi con i costi delle rinnovabili che nel giro di 10-15 anni saranno diventate altamente competitive. Dunque, una scelta che dal punto di vista della politica industriale rischia di essere un altro fallimento, distogliendo l’attenzione dalla vera sfida di creare una solida industria dell’efficienza e delle rinnovabili.

Riepilogando: venti anni fa alla chiusura del nucleare non è seguito un cambiamento strategico di politica energetica, facendoci perdere un’occasione storica di leadership nelle tecnologie verdi. Adesso che il treno delle rinnovabili è già partito a livello internazionale, la riapertura del capitolo del nucleare rischia di farci perdere l’occasione di un riaggancio e di provocare una irreversibile marginalizzazione industriale.

Gianni Silvestrini


sabato, 25 ottobre 2008

Se l’ente locale si dichiara denuclearizzato

Per il clima contro il nucleare da Legambiente

logo campagna per il clima contro il nucleareLa mobilitazione nazionale di Legambiente per un sistema energetico moderno, pulito e sicuro.

Il governo Berlusconi ha deciso per un ritorno del nucleare nel nostro Paese, con un obiettivo dichiarato di produrre il 25% dell’energia elettrica dall’atomo. Per promuovere questa decisione ha inaugurato da qualche mese una campagna di disinformazione sulle presunte opportunità che questa scelta garantirebbe al nostro Paese. Col nucleare, secondo l’Esecutivo, l’Italia rispetterà l’accordo europeo 20-20-20  per la lotta ai cambiamenti climatici (secondo cui entro il 2020 tutti i Paesi membri devono ridurre del 20% le emissioni di CO2 del 1990, aumentare al 20% il contributo delle rinnovabili al fabbisogno energetico, ridurre del 20% i consumi energetici), ridurrà il costo dell’energia e le importazioni, grazie a delle non meglio identificate centrali di “nuova” generazione, descritte come sicure, pulite e tecnologicamente avanzate.

 

Se l’Italia decidesse di puntare sul nucleare, causa le ingentissime risorse necessarie per sostenere questa avventura, abbandonerebbe qualsiasi investimento per lo sviluppo delle rinnovabili e per il miglioramento dell’efficienza, che sono invece le soluzioni più immediate ed efficaci per recuperare i ritardi rispetto agli accordi internazionali sulla lotta ai cambiamenti climatici, e rinuncerebbe alla costruzione di quel sistema imprenditoriale innovativo e diffuso in grado di competere sul mercato globale, che ad esempio in Germania occupa ormai 250.000 lavoratori.

 Legambiente lancia una grande mobilitazione nazionale, fatta di tante iniziative, da organizzare insieme ad una ampia alleanza di sigle associative, ambientaliste e non, con l’obiettivo di rispondere alle bugie del governo e dei nuclearisti, ristabilire la verità sulla dannosità del nucleare e la sua inutilità per il raggiungimento del 20-20-20, alimentare il dibattito a livello territoriale sui due scenari energetici alternativi futuri che devono comprendere (secondo il governo) o meno (secondo noi) la produzione di elettricità dall’atomo.

Con la nostra mobilitazione non ci limiteremo a spiegare i motivi della nostra opposizione all’atomo, ma rilanceremo la nostra idea di modello energetico, fondato su politiche di efficienza e sviluppo delle rinnovabili e sul gas come fonte fossile di transizione. Senza il quale l’Italia resterebbe fuori da quel percorso di modernizzazione già intrapreso con successo da altri Paesi, come la Germania e la Spagna, che grazie ad una strategia energetica innovativa usciranno nei prossimi anni dall’era nucleare. Perché solo con una seria politica nazionale e locale, che promuova l’innovazione e renda più efficiente e sostenibile il modo con cui produciamo l’elettricità e il calore, si muovono le persone e le merci, consumiamo energia negli edifici e produciamo beni, l’Italia riuscirà a dare il suo vero contributo alla lotta ai cambiamenti climatici, rispettando la scadenza del 2020 dell’accordo comunitario 20-20-20.Se l’ente locale si dichiara denuclearizzato da QualEnergia

Firma l'appello Per un sistema energetico moderno, pulito, sicuro

 

Campagna nazionale di Legambiente rivolta a tutti i Comuni, le Province e le Regioni: no alle centrali nucleari e rilancio degli obiettivi per la riduzione di gas serra con rinnovabili, efficienza energetica e progetti di mobilità sostenibile.

L’ente locale diventi denuclearizzato e vieti su tutto il proprio territorio di propria competenza l’installazione di centrali nucleari. E’ questo l’invito di Legambiente alle amministrazioni locali italiane in risposta alla decisione del governo di riaprire la partita dell'energia atomica nel nostro paese. L’iniziativa "Territori denuclearizzati" è stata lanciata con lo slogan 'Per il clima, contro il nucleare'.

In sintesi, nella lettera destinata agli enti locali Legambiente ha deciso di promuovere presso tutti i Comuni, le Province e le Regioni una campagna nazionale per la dichiarazione dei territori 'denuclearizzati', cioè che sono contrari alla produzione di energia dall'atomo, rinunceranno a ospitare centrali nucleari e garantiranno la massima trasparenza e partecipazione nel processo di individuazione di siti di stoccaggio per i rifiuti radioattivi, derivanti anche dal decommissioning delle centrali dismesse dopo il referendum del 1987.
“Quanto più il nostro esecutivo imporrà le sue scelte in maniera antidemocratica – ha detto il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - tanto più ci batteremo per rilanciare la partecipazione e sosterremo la legittima esigenza delle popolazioni e degli enti locali di potersi esprimere a riguardo”.

Legambiente informerà i cittadini sui falsi miti di una strategia energetica che l’associazione giudica estremamente dannosa per lo sviluppo dell'Italia. Il governo ha indicato per il nucleare un obiettivo del 25% dell'energia elettrica prodotta, ma per raggiungerlo sarà necessario localizzare e costruire almeno 8 centrali nucleari simili a quella in costruzione attualmente in Finlandia, la più grande al mondo, di terza generazione evoluta, una tecnologia già vecchia che non ha risolto nessuno dei problemi noti da anni.

Come spiega Legambiente nel suo comunicato, a 22 anni dall'incidente di Chernobyl, il nucleare non solo pone ancora gravissimi problemi di sicurezza, ma è anche una fonte energetica costosa che non abbasserà affatto la bolletta energetica nazionale, non ridurrà la nostra dipendenza dall'estero e non ci permetterà di rispettare la scadenza europea del 2020 per la riduzione delle emissioni di gas serra prevista dall'accordo europeo 20-20-20".

Infatti, se l'Italia decidesse di puntare sul nucleare, dato il costo ingentissimo dell'operazione, abbandonerebbe qualsiasi investimento alternativo sullo sviluppo delle tecnologie pulite e dell'efficienza energetica e rinuncerebbe alla costruzione di quel sistema imprenditoriale innovativo e diffuso in grado di competere sul mercato globale.
Alla luce di queste valutazioni, "solo con una seria politica nazionale e locale - aggiunge il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - che escluda il nucleare, promuova l'innovazione e renda più efficiente e sostenibile il modo con cui produciamo l'elettricità e il calore, si muovono le persone e le merci, consumiamo energia negli edifici e produciamo beni, riusciremo, infatti, a rispettare le scadenze internazionali per la lotta ai cambiamenti climatici".

Per rispondere alla campagna governativa di disinformazione sul nucleare e alimentare il dibattito su scenari energetici alternativi, Legambiente organizzerà varie iniziative in tutta Italia per confrontarsi con gli amministratori locali, ma anche assemblee con studenti e docenti nelle scuole e nelle università.


sabato, 11 ottobre 2008

Sul nucleare Regioni diffidenti verso il Governo

Gli assessori regionali all’ambiente hanno discusso sulle modalità di individuazione di un deposito per le scorie nucleari “normali”. Contrarie ad un deposito per la rinascita dell'atomo, le Regioni non accetteranno imposizioni dal Governo.

In un’intervista all’Agenzia Dire due assessori regionali all’ambiente di Piemonte e Basilicata esprimono le loro perplessità e una certa diffidenza sull’approccio adottato dal governo nel decidere le procedure per l'individuazione del sito di superficie per le scorie nucleari “normali”, cioè quelle relative allo smantellamento della passata esperienza atomica nazionale e alle attività di medicina nucleare.

Il sospetto di questi due assessori, ma pare anche di altri loro colleghi che ne hanno discusso il 16 settembre a Roma in un coordinamento dei responsabili regionali per l’ambiente, è che il governo stia cercando invece di individuare un deposito che diventi idoneo anche per il tanto osannato futuro nucleare italiano, del suo ritorno sul nostro territorio.
I due assessori regionali appartengono a realtà molto coinvolte nel nucleare: il Piemonte, perché ospita scorie di centrali chiuse al tempo del referendum e la Basilicata, dove a Scanzano Jonico si alzarono le barricate per dire “no” al deposito geologico.

Nicola De Ruggiero, assessore all'Ambiente del Piemonte, ha detto all’Agenzia Dire che ci sono “due sostanziali criticità”; la prima riguarda il mandato della commissione composta da Governo, Regioni, Enea e Apat, insediata dal precedente governo e confermata dall'attuale; questo mandato è di ricercare un deposito definitivo per le scorie nucleari, eredità del passato, e per quelle che oggi si producono nella normale attività. Ma questo compito non deve spingersi a cercare un sito per un’ipotesi di ritorno della tecnologia. “Perché - dice De Ruggiero – la cosa cambierebbe del tutto le carte in tavola". E continua: "Il Piemonte è partecipe nell'individuazione di un deposito per il vecchio nucleare, ma è contrario ad un deposito per il nuovo nucleare vista anche la posizione negativa per una ripresa della stagione nucleare”. Insomma, mettere in sicurezza l'eredità del “vecchio atomo” è un dovere e la Regione sembra volersi impegnare in questo, ma non intende dare il proprio contributo al rinascimento nucleare.

La seconda criticità individuata da Nicola De Ruggiero, è che mentre la Commissione chiede di individuare una procedura di condivisione con la Regione ospitante, sembra che da parte dello Sviluppo Economico esista la volontà di forzare ogni decisione sul tema e non importa se questa sia o meno condivisa. Un sospetto che ad oggi non sembra del tutto campato in aria.

Per Vincenzo Santochirico, assessore all'Ambiente della Basilicata, il gruppo lavoro istituito da Bersani era "per le procedure relative all'individuazione di un sito unico per lo smaltimento delle scorie derivanti dallo smantellamento delle centrali esistenti e dei rifiuti sanitari e deve limitarsi a individuare criteri di indirizzo, modalità e procedure per individuare le aree idonee al sito". Ma la disponibilità delle Regioni che devono ospitare il sito è essenziale così come la concertazione. Santochirico ritiene che nessuna Regione accetterà imposizioni e meno che mai i rifiuti del “prossimo nucleare". Quel gruppo di lavoro, ricorda Santochirico, nasce proprio per evitare l'esperienza di Scanzano, che fu a più riprese definito il sito geologico più adatto ad ospitare i rifiuti radioattivi italiani, considerato poi non idoneo.
L’assessore lucano più in generale chiede quindi al Governo di “ripensare la scelta di tornare al nucleare, perché intempestiva e non meditata".

Sull’esperienza di Scanzano è da pochi giorni in libreria il volume di Pasqule Stigliani e Francesco Buccolo, "Fragole e uranio". Scanzano Jonico: storia di una rivolta (
Editore Palomar), con prefazione di Beppe Grillo. Il libro ricostruisce le motivazioni della protesta dei cittadini lucani contro il progetto governativo di realizzare una discarica di scorie nucleari nel territorio di Terzo Cavone, in Scanzano Jonico. Vengono ripresi molti interventi di cittadini, esperti scientifici e giornalisti di testate nazionali, sul tema del nucleare e dei suoi problemi irrisolti e proposte idee per un modello energetico basato sulla produzione di elettricità decentrata con l’impiego delle fonti rinnovabili.

dalla Rivista QualEnergia


venerdì, 10 ottobre 2008

Energia atomica difficile nel Bel Paese

Il Governo ha annunciato per la prossima primavera una Conferenza nazionale sull’energia.

Si tratta di una novità. L’ultimo momento di riflessione collettivo si era infatti tenuto una decina di anni fa, mentre per parlare di un vero Piano energetico nazionale dobbiamo andare al 1988, con il PEN88.

La liberalizzazione del settore elettrico e di quello del gas aveva fatto mettere in soffitta l’era dei Piani energetici. Nel nuovo contesto internazionale, il mercato sovrano avrebbe dovuto essere il nuovo regolatore. In effetti le scelte negli ultimi anni sono state compiute sostanzialmente dagli operatori che hanno individuato le tecnologie - centrali a ciclo combinato - e definito le localizzazioni degli impianti. Una certa azione programmatrice è rimasta alle Regioni che non sempre però l’hanno utilizzata in maniera adeguata, la quale a volte è risultata velleitaria, con obbiettivi impraticabili e priva di adeguate politiche di sostegno. In altri casi, al contrario, sono stati partoriti piani di basso profilo non coerenti con gli impegni internazionali.

Anche i Comuni e le Province hanno elaborato specifici Piani energetici locali. Questi strumenti hanno permesso di effettuare una mappatura delle potenzialità sia sul versante dell’efficienza energetica che delle fonti rinnovabili e consentito di definire obbiettivi e strumenti di intervento. Dunque un’azione dal basso utile nella misura in cui l’intelligenza degli amministratori ha consentito di utilizzare le informazioni raccolte per dare un impulso alle politiche locali, cosa che è avvenuta però molto parzialmente.

Proprio mentre le Regioni si avviano a un nuovo protagonismo con la ripartizione degli obbiettivi sull’efficienza e sulle fonti rinnovabili, si vorrebbe che il pendolo tornasse a oscillare verso una regia centrale delle scelte. L’occasione è il ritorno del nucleare, una tecnologia che non può decollare senza un forte coordinamento e un sostegno diretto. Intendiamoci, un ruolo incisivo del Governo sarebbe comunque necessario per gestire il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi europei del 2020.

L’impegno necessario per affrontare criticità, come il picco della produzione di petrolio e
soprattutto la riduzione delle emissioni climalteranti, richiederà nei prossimi decenni un coordinamento dei vari livelli istituzionali e un forte impulso dal centro.

Tutto ciò è finora mancato, salvo qualche momento felice. Il salto di qualità si ripropone adesso su un tema scivoloso e nel modo più sbagliato. Parliamo del nucleare, proposta lanciata come scorciatoia nei confronti degli alti prezzi del petrolio, per motivi di consenso, per imitazione, per scelta ideologica e per mancanza di una strategia di largo respiro.

Questo cambiamento di strategia peraltro è stato gestito in modo del tutto improvvisato, senza una discussione nel Paese e senza un confronto tra le forze politiche. Date le premesse, la decisione assomiglia a quella sul ponte sullo stretto di Messina, la cui sorte può essere ribaltata a ogni cambio di Governo.

È evidente infatti che non si troveranno né i siti necessari, né i finanziatori per una filiera tecnologica così impegnativa in assenza di una scelta bipartisan e in mancanza del consenso dell’opinione pubblica. Al momento manca sia l’una che l’altra di queste pre-condizioni. Ecco dunque che si pensa a scorciatoie pericolose e a una forzatura delle regole. Lanciato il sasso, il Governo inizia a riflettere su come rendere praticabile la proposta.

Passata l’euforia del «metteremo la prima pietra entro la fine della legislatura», si comprende l’estrema difficoltà, in particolare per l’Italia, di avviare un percorso realizzativo.

Intanto ha buon gioco Bersani che, con i piedi per terra, sostiene che prima di lanciarsi in queste avventure occorre dimostrare di saper risolvere i problemi lasciati aperti, partendo dallo smaltimento delle scorie delle vecchie centrali. Come convincere l’opinione pubblica se non si riesce nemmeno a dare una risposta alle eredità velenose del passato?

Poi bisognerebbe affrontare il vuoto totale delle autorità di controllo e più in generale la
mancanza di specialisti di settore. Ci si rende conto che ci vorranno molti anni per ricostruire il quadro di competenze che sarebbe necessario.

Atomo poco liberalizzato

Ma è sul lato economico finanziario che sorgono i problemi maggiori. Come fare per trovare i capitali necessari nell’ambito dell’esistente mercato elettrico liberalizzato?

Quando si era in regime di monopolio i rischi venivano ripartiti tra Stato e consumatori.

Adesso invece le incognite, e sono molte, dovrebbero gravare sulle spalle dei produttori. Certo diversi operatori come A2A, Edison ma soprattutto Enel, che già opera in questo settore all’estero, hanno dichiarato il proprio interesse. Resta però, pesante come un macigno, il quesito sulle modalità di reperimento dei capitali necessari. Un articolo del Wall Street Journal sottolineava, ad esempio, le difficoltà per Enel esposta finanziariamente per 60 miliardi di euro.

E le previsioni sui costi continuano a salire. Secondo l’ultima valutazione di Moody’s ormai si raggiungerebbero gli 8.000 $/kW.

Ecco allora che si pensa di fare uscire dal cilindro un trucco per aggirare l’attuale contesto del mercato liberalizzato. Non è ancora emersa una proposta chiara, ma è prevedibile che alla fine prevarrà un mix tra l’approccio statunitense e quello finlandese, tra Bush e Olkiluoto.

George Bush, dopo aver invitato invano gli operatori elettrici a investire nel nucleare rompendo un tabù che impediva dal 1978 l’ordine di un nuovo reattore, ha capito che l’unico modo di convincere gli investitori era quello di mettere un lauto gruzzolo sul piatto. Ed è ciò che ha fatto, convincendo alcuni operatori a farsi avanti. Anche se i costi, molto più alti rispetto alle prime stime, stanno già portando alle prime rinunce.

Lo schema finlandese è più sofisticato. In sostanza si è proposto un coinvolgimento di grandi consumatori industriali che, a fronte di un prezzo garantito sul lungo periodo dell’elettricità prodotta, coinvestono nelle centrali. Nel caso di Olkiluoto c’era poi un altro elemento assolutamente favorevole. Un contratto blindato che prevedeva che gli eventuali extracosti di costruzione sarebbero caduti sulle spalle dei fornitori delle tecnologie. Questa clausola, che ha finora scaricato su Areva e Siemens 1,5 miliardi € di costi imprevisti, è difficilmente riproponibile. In particolare in Italia, dove si sa che gli incrementi di costo in corso d’opera sono alquanto comuni. Quindi da noi potrà venire fuori un “Cip6 nucleare” modificato, cioè un sostegno pubblico sul modello statunitense accompagnato da un’iniezione di capitale privato da parte di una cordata di industrie energivore disposte ad accollarsi una parte degli oneri a fronte di garanzie ben precise sul ritiro dell’elettricità. Vedremo nel tempo quali esercizi di ingegneria finanziaria verranno proposti e come potranno piegare le attuali regole di mercato.

Un luogo per l’atomo

Intanto, il problema più urgente da risolvere riguarda la localizzazione degli impianti. E qui ne vedremo delle belle. Diversi Presidenti di Regione, dal Piemonte alla Toscana, dalla Puglia al Lazio, hanno infatti già dichiarato che non hanno intenzione di ospitare centrali nucleari sul proprio territorio. Ci sarà poi da aspettarsi un’accoglienza non proprio entusiastica da parte dei Comuni coinvolti.

E qui arriviamo a un altro passo falso del Governo. Tutte le esperienze internazionali insegnano che se si vuole avere una qualche possibilità di successo nella localizzazione di impianti potenzialmente controversi va previsto, fin dall’inizio, un ampio coinvolgimento delle popolazioni interessate. Del resto, l’improvvido blitz del precedente Governo Berlusconi per creare in Basilicata un sito sotterraneo di scorie nucleari, con corollario di cortei di cittadini in rivolta e successiva ingloriosa marcia indietro, dovrebbe essere un precedente da tenere nella giusta considerazione. Invece pare che non si sia imparato niente e che si riproponga la stessa logica. Nel decreto legge 112/2008 si prevedeva infatti la possibilità di definire specifiche «aree di interesse strategico nazionale, soggette a speciali forme di vigilanza (anche da parte dell'esercito)» sottratte a ogni possibilità di controllo da parte delle popolazioni locali. Un segnale poco rassicurante rispetto alla necessità di coinvolgimento attivo dei cittadini. Fortunatamente però questa proposta è stata stralciata dal testo finale insieme ad altri emendamenti che tendevano ad accelerare in modo non controllabile l'iter procedurale.

Le previsioni sui tempi rappresentano un altro segnale della superficialità con cui si è affrontata la problematica. Se pensiamo agli undici anni che saranno necessari per realizzare il reattore di Olkiluto, dove peraltro si era saltata la fase della scelta del sito che già ospita altri due reattori, o ai sette anni che sono stati necessari per trasformare a carbone la centrale di Civitavecchia, tempi di progettazione esclusi, si comprende che non è realistico pensare che una centrale nucleare italiana possa generare elettricità prima del 2022.

E veniamo a un elemento più di fondo. Come cambierebbe il nostro sistema elettrico al 2030, con l’immissione di un parco di centrali in grado, come auspicato dal Governo, di generare il 25% della elettricità del Paese con il nucleare e un altro 25% dalle fonti rinnovabili.

Facciamo l’ipotesi che per allinearci agli impegni internazionali, la domanda di elettricità del Paese cresca dagli attuali 354 TWh/a fino a un tetto di 400 TWh/a per poi iniziare nei decenni successivi a diminuire grazie al continuo aumento dell’efficienza di utilizzo dell’energia, in coerenza con la traiettoria di riduzione del 50-60% delle emissioni climalteranti nei prossimi 40 anni. Con queste stime di richiesta elettrica, la ripartizione proposta dal Governo comporterebbe circa 100 TWh/a verdi e 100 TWh/a nucleari. I valori sarebbero più alti in presenza di una politica meno virtuosa sul lato della domanda. Vero è che abbiamo da erodere la quota di 45 TWh/a attualmente importati, ma sommando l’elettricità generata dalle centrali a ciclo combinato, a carbone e in autoproduzione, ci avvicineremmo ai 250 TWh/a. Ci sarebbe quindi un eccesso di produzione (100+100+250-400 = 50 TWh/a) che potremmo esportare, in presenza di eventuali compratori, ma che più probabilmente comporterebbe un funzionamento sub-ottimale degli impianti non nucleari. Detto in altre parole avremmo un eccesso di capacità, o più probabilmente dovremmo limitare la crescita delle rinnovabili che già con l’obbiettivo del 25% risulterebbe sottodimensionata rispetto alle indicazioni europee. Inoltre, l’incertezza sulla possibile espansione delle centrali a ciclo combinato potrebbe anche comportare un rallentamento delle decisioni rispetto a nuovi impianti di generazione e ai rigassificatori.

Oltre l’Atlantico

Per finire, passiamo dall’altra parte dell’oceano, dove l’elezione del nuovo Presidente cambierà molto la scena energetica statunitense e più in generale quella mondiale. Chiunque vincerà porterà a un deciso mutamento nelle scelte sui cambiamenti climatici, in quanto sia Obama che McCain vogliono che gli Usa ritornino a un confronto sul post-Kyoto con gli altri Paesi. Le differenze sono però notevoli rispetto ad altri temi decisivi: il rilancio del nucleare, il ruolo dell’efficienza energetica, il potenziamento delle rinnovabili. Sull’atomo Obama è cauto.

Non chiude la porta, ma afferma che prima vanno affrontati i rischi di proliferazione di armi nucleari e va risolto il problema dello smaltimento delle scorie. Peraltro in passato si è sempre dichiarato contrario al discusso sito di Yucca Mountain, da molti anni allo studio come possibile cimitero di scorie. McCain invece è a favore del sito del Nevada e propone la costruzione di 45 reattori entro il 2030.

Obama propone di investire sulle rinnovabili 150 miliardi $ per uno straordinario programma di rilancio che dovrebbe consentire all’elettricità verde di soddisfare un quarto della domanda entro il 2025 e creare 5 milioni di posti di lavoro. McCain si è detto invece contrario a rendere più rigidi gli standard di efficienza delle auto e ha votato contro l’estensione di incentivi alle rinnovabili. Vedremo chi vincerà. Intanto un segnale chiaro viene dal mercato.

Dopo i 5.200 MW eolici installati lo scorso anno, nel 2008 ci si aspetta che vengano realizzati aerogeneratori per 6-7.000 MW, quindi più di un terzo di tutta la nuova potenza elettrica installata negli Usa. In questo modo il Paese strapperà alla Germania il primato, almeno in termini di elettricità eolica prodotta. Insomma, ci saranno novità interessanti nel 2009. Quanto innovative lo sapremo a novembre. 

di Gianni Silvestrini - dalla rivista QualEnergia


martedì, 16 settembre 2008

L’eolico francese vittima della lobby nucleare

Molti parlamentari francesi soprattutto dello schieramento di maggioranza hanno dichiarato guerra all’eolico. Ma neanche troppo nascosta pare agire la potente lobby del nucleare.

Alcuni esponenti politici e parlamentari francesi, soprattutto della maggioranza, hanno intrapreso una campagna feroce contro l’energia eolica. Qualcuno è convinto che dietro ci sia la lobby del nucleare. Un articolo pubblicato su Le Monde lo scorso 1° settembre, firmato da due esponenti politica verde d’Oltralpe segnala la portata delle minacce all’energia dal vento ad un anno dal lancio dal Grenelle Environnement, un programma che, voluto anche Nicolas Sarkozy, intende definire i grandi orientamenti della politica del Governo in materia di ecologia e di sviluppo sostenibile nei prossimi 5 anni.

Il pericolo è identificato nel tentativo di bloccare la fragile crescita della tecnologia sul territorio, nonostante che a fine 2007 un sondaggio avesse indicato che il 90% dei francesi era favorevole allo sviluppo dell’eolico.
Ma gli ultimi mesi hanno dato registrato un escalation di posizioni anti-eoliche. Lo scorso 17 marzo, oltre settanta senatori hanno depositato un progetto di legge che prevede l’obbligatorietà di referendum locali per l’installazione delle turbine. Il 24 aprile, un deputato del partito conservatore UMP (Union pour un Mouvement Populaire) ha presentato una proposta di legge simile.
A giugno si riunisce un comitato di orientamento strategico che raggruppa le associazioni che si oppongono all’eolico, presieduto da Valéry Giscard d'Estaing, che addirittura denuncia una lobby germano-danese dell’industria eolica. Nel comitato c’è anche il presidente onorario dell’EDF, la compagnia elettrica di Francia.
Passa poco tempo e si viene a scoprire che il Governo ha l’intenzione di sottoporre le centrali eoliche alla procedura di autorizzazione tipica delle infrastrutture più dannose per l’ambiente. Ma va detto che gli impianti eolici prima di essere costruiti devono già ottenere un permesso concesso dopo una valutazione ambientale e paesaggistica.
A mettere il piede sull’acceleratore anche l’Istituto Montaigne che accusa l’eolico di essere troppo costoso. Questo club del pensiero liberale francese è finanziato da diverse multinazionali, tra cui Areva, leader nel nucleare e le cui azioni sono per il 90% proprietà dello Stato.

Pochi sono i dubbi sulla presenza di una potente lobby pro-nucleare che trama contro l’energia eolica e neanche così nell’ombra. A tal proposito viene citato nell’articolo lo scienziato Hubert Reeves che afferma: “ogni turbina eolica garantisce un po’ meno gas serra nell’atmosfera o un po’ meno di rifiuti nucleari da gestire per le generazioni future”. E poi un appello di Reeves che in sintesi chiede ai politici eletti il rispetto della propria dignità e del proprio onere per “resistere alla pressione degli interessi di brevi periodo”.

E pensare che la Francia, nel quadro della Presidenza europea, dovrà preparare la conferenza di Copenaghen del 2009 per la fase post Kyoto.


martedì, 09 settembre 2008

FRANCIA;NUOVO LIEVE INCIDENTE IN CENTRALE TRICASTIN

(ANSA) - PARIGI, 8 SET - Nuovo incidente questa mattina alla centrale nucleare di Tricastin, nel sud della Francia, durante un'operazione di assemblaggio dei combustibili nell'impianto numero due.

Lo rende noto l'Autorità per la sicurezza nucleare francese (Asn), precisando che Areva, impresa che gestisce il sito, ha proposto una classificazione dell'episodio a livello 1 della scala Ines (International nucleare event scale), che va da 0 a 7. Tale valutazione non è però ancora stata confermata dall'Asn.

Il sito di Tricastin è stato teatro di numerosi piccoli incidenti nel corso dell'estate, il più grave dei quali ha avuto luogo il 7 luglio scorso, quando una fuoriuscita di acque usate contenenti uranio da una cisterna si era riversata nei fiumi vicini all'impianto. (ANSA).


lunedì, 25 agosto 2008

Eolico e nucleare

Anche in Francia, come in Italia, il grande assente dal discorso sul futuro dell´energia è il risparmio energetico, l´eliminazione dell´immenso spreco non solo domestico e industriale, ma anche nelle produzione e distribuzione dell´energia. Così, per giustificare le nuove centrali nucleari e non fermare quelle vecchie si invocano i superconsumi che secondo gli ambientalisti francesi sono «un vero sport nazionale».

I nuclearisti francesi (e probabilmente quelli italiani tra poco) si lamentano che la Contribution au service public de l´électricité (Cespe), ben visibile sulle fatture Edf, sia destinata alle energie rinnovabili, anche se si tratta di un´infima frazione di questa tassa, la sola cosa che "obbliga" l´Edf a investire anche nell´eolico che, dal punto di vista della progettazione e dei costi di costruzione (e degli immensi finanziamenti pubblici che riceve) è molto meno interessante. Negli ultimi 12 anni in Europa sono stati installati circa 45.000 megawatt di eolico, con una capacità produttiva teorica che equivale a quella di una ventina di reattori nucleari che quindi, con una politica di risparmio energetico efficace, non avrebbero bisogno di essere costruiti.

Durante questo periodo solo uno o due reattori sono entrati in servizio in Europa, il rilancio del nucleare è avvenuto grazie all´aumento del prezzo del petrolio e del gas e per il nuovo protagonismo russo nel settore che ha spinto soprattutto francesi ed americani a proporsi sui mercati mondiali (soprattutto cinese, asiatico e medio-orientale) con una campagna sul nucleare pulito e sicuro che sfrutta sia la paura per la penuria energetica che la dimenticanza per la catastrofe nucleare di Cernobyl. Lo stallo del costoso e non gradito nucleare aveva permesso di spostare risorse e finanziamenti verso le energie alternative, dando all´Europa un ruolo di guida nel settore che ora rischia di perdere proprio mentre viene chiesto di raggiungere il 20% di energie rinnovabili e il 20% di risparmio energetico entro il 2020.

E´ indubbio che in questi ultimi anni sia stata la filiera dell´eolico a svilupparsi di più e che un pezzo di industria nucleare ha cercato di adeguarsi e di occupare parte di questo nuovo e "fastidioso" mercato: in Francia il gruppo Jeumont, che appartiene al gigante nucleare pubblico Areva, è uno dei maggiori produttori di pale eoliche. Il problema per gli anti-eolico e pro-nucleare è che per realizzare un impianto eolico in Europa sono necessari in media 5 anni, per costruire una centrale nucleare ce ne vogliono almeno 10 e che il MW eolico installato costa la metà di un MW nucleare.

Se si prende a riferimento il programma energetico tedesco per gli ultimi 6 anni, si scopre che per ogni giorno lavorativo sono stati installati da 9 a 10 MW di eolico e che questa è diventata un´operazione routinaria e che ormai in Germania (al contrario dell´Italia) tra la fine dei lavori per gli impianti eolici e la loro messa in servizio passano pochi giorni. Invece, la costruzione di una nuova centrale nucleare Epr richiede teoricamente 6 o 7 anni (molti di più in realtà), con una fase di collaudo di molti mesi e un´entrata in piena produzione ancora più tardi.

Con lo stesso investimento iniziale di 3 miliardi di euro (che diventeranno molti di più alla fine della realizzazione dell´Epr come dimostra l´esperienza in atto in Finlandia) a ritmi tedeschi si potrebbe costruire in un anno un parco eolico da 3 GW, che in 5 o 6 anni avrebbe già prodotto l´equivalente di quanto farà l´Epr al momento della sua problematica entrata in servizio.

In un contesto di liberalizzazione del mercato dell´elettricità il dinosauro pubblico dell´industria nucleare, che richiede investimenti per miliardi di euro e l´assicurazione di un rischio che rimane e si accresce con il numero delle centrali e l´invecchiamento di quelle esistenti (con lo Stato che dovrà gradualmente ritirarsi), la realizzazione di centrali nucleari potrebbe diventare più complicata. E´ forse per questo che c´è la spinta ad accelerare per le nuove centrali e che le grandi aziende energetiche cercano un riposizionamento sul mercato nucleare finché ci sono soldi pubblici, infilandosi in particolare in quello dei Paesi ex sovietici. Ma è anche per questo che Paesi nucleari, civile ed ancor più militare, come Russia, Cina, India e Pakistan, stringono la presa dello Stato sulla filiera nucleare, nonostante tutti sappiano che a questo ritmo le riserve di uranio rischiano di non essere più sufficienti entro la fine del secolo.

Ma c´è un altro fattore che gioca in favore dell´eolico rispetto al nucleare: l´occupazione e il consumo di territorio. Se si prende come esempio una centrale nucleare Edf, si scopre che produce 100 GW per ettaro occupato (di più in riva al mare, ma in questo caso il paragone dovrebbe essere fatto con l´eolico off shore), mentre un impianto eolico si sviluppa in verticale ed occupa una superficie a terra di non più del 10% in rapporto all´ampiezza delle sue pale, quindi installabili tranquillamente anche in un´area agricola, un rapporto densità energetica - superficie occupata che è equivalente. Ma l´eolico, una volta installato, non ha bisogno delle enormi quantità di acqua delle centrali nucleari (che quindi non possono essere realizzate ovunque) e soprattutto non ha bisogno di un perimetro di sicurezza che tenga lontano i terroristi, mantenga il segreto e faccia da cuscinetto per i ripetuti incidenti piccoli e grandi all´interno delle centrali e che richiede altra occupazione di suolo.

da:
http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=15087

Ora ditemi guardando le foto messe a confronto... perche' quelle a destra vanno bene mentre l'eolico fa gridare all'impatto ambientale? Produce energia pulita e non ci sono problemi di elettrosmog o radiazioni!

immagine

Etere - Monte Limbara da bel_riose.


lunedì, 04 agosto 2008

Riflettiamo

Io mi chiedo, ma con tutte queste tecnologie in avanzato stato di ricerca e sperimentazione, perchè si vuole a tutti i costi partire col costosissimo nucleare odierno? Partiamo sempre per ultimi e con tecnologie ormai fuori mercato.... forse per gli appalti?

Abbiamo in casa delle eccelleze, che sovente devono andare all'estero perchè vengono ignorate in Patria, perchè non puntare su di loro e nel frattempo incrementare notevolmente il solare, l'eolico, il fotovoltaico, il geotermico e le biomasse? Le percentuali attuali sono bassissime quindi c'e' un margine di potenziamento enorme, senza contare il costo molto piu' basso sia in termini economici che di salute.

Faccio una domanda a chi sostiene il nucleare, lo vorresti a casa tua? Vorresti che i tuoi figli vivessero vicino ad una centrale? Vorresti che stoccassero le scorie vicino a casa tua?

dilia


Michele Boato. Nucleare? Un costosissimo vicolo cieco

Nucleare? Un costosissimo vicolo cieco.

Chiunque lo proponga, da destra o da sinistra, finge di ignorare che: 

1. Il nucleare non è sicuro, è a rischio di incidenti catastrofici

Nel 1979 ad Harrisburg (Usa) si è sfiorata la “fusione del nocciolo”, che c'è stata a Cernobyl (Ucraina) il 26 aprile 1986, con decine di migliaia di tumori e leucemie nei 20 anni successivi e più di mille morti per tumore tra i soldati intervenuti; ha contaminato l'acqua di 30 milioni di ucraini; irradiato 9 milioni di persone. Oggi, nelle regioni confinanti, 2/3 degli adulti e metà dei bambini sono ammalati alla tiroide, c'è il raddoppio delle malformazioni.

Nel 2002 nell'Ohio (Usa) si è sfiorato lo stesso disastro; nel 2004 a Sellafield (GB) c'è stata una fuga di 160 kg di velenosissimo plutonio rivelata solo dopo 8 mesi.

Dal 1995 al 2005 c'è stata una serie di incidenti gravi (con 7 morti e centinaia di contaminati gravi) nelle centrali del Giappone: tra cui uno gravissimo a Tokaimura nel 1999 (2 lavoratori morti, 3 gravemente contaminati e 119 esposti a forti dosi di radiazioni) e il più grande impianto nucleare al mondo chiuso il 16 luglio 2007 per i danni da terremoto. Avere il nucleare vicino casa non è assolutamente la stesso che a centinaia di chilometri.

*

2. Dopo 50 anni, non si sa ancora dove mettere le scorie radioattive

Ci sono milioni di tonnellate di scorie (di cui ben 250.000 altamente radioattive) senza smaltimento definitivo. Gli Usa hanno speso 8 miliardi di dollari in 20 anni senza trovare una soluzione. In Italia il governo ha dato 674 milioni di euro alla Sogin che, dopo il ridicolo tentativo di Scanzano Jonico (sismico, come gran parte d'Italia), non sa dove mettere le “ecoballe” radioattive: il plutonio resta altamente radioattivo per 200.000 anni. L'uranio 238 per milioni di anni..

*

3. Non esiste il nucleare “sicuro e pulito” di quarta generazione

Le centrali “di terza generazione”, che Berlusconi vuole costruire, dovrebbero durare più di quelle in funzione (seconda generazione), senza aver risolto il problema delle scorie né della “sicurezza intrinseca” (spegnimento automatico se c'è un incidente grave). Le chiama “ponte” verso una “quarta generazione” che promette sarà “assolutamente sicura, non proliferante, con poche scorie e meno pericolose”, ecc. Ma i reattori di quarta generazione non esistono. Sono previsti “dopo il 2030”, come se fosse domani; e quanto “dopo”?

Intanto il governo propone un colossale rilancio del nucleare, con reattori che, almeno fino al 2040, aggraverebbero tutti i problemi creati dal nucleare. Infatti l'Enel ha investito quasi 2 miliardi di euro per completare, in Slovacchia, due reattori di vecchia tecnologia sovietica, addirittura privi di involucro esterno, giustificandosi: “la probabilità di un impatto aereo è trascurabile”. In che mani siamo.

*

4. È una favola che “solo col nucleare si può fermare il riscaldamento globale”

Per avere una riduzione di gas serra bisognerebbe costruire una centrale nucleare ogni 10 giorni (35 all'anno) per i prossimi 60 anni. Così, con 2.000 nuove centrali nucleari, si fornirebbe il 20% dell'energia totale.

C'è qualcuno, sano di mente, che pensa si potrebbe procedere a questo ritmo?

Nessuno dei top manager dell'energia crede che le centrali esaurite nei prossimi anni saranno rimpiazzate per più della metà: il trend mondiale del nucleare è verso il basso: solo per mantenere il numero e la potenza delle 435 centrali attuali (ne sono già state chiuse 117) ce ne vorrebbero 70 di nuove entro il 2015 (una ogni mese e mezzo!) e altre 192 entro il 2025: una ogni 18 giorni! Tutto per continuare a produrre non il 20%, ma solo il 6,5% dell'energia totale...

Duemila scienziati dell'Ipcc (Onu) lo hanno certificato nel 2007: «Il nucleare non potrà fermare la febbre del pianeta».

Inoltre il ciclo completo (estrazione ed “arricchimento” dell'uranio, smaltimento delle scorie, costruzione e smantellamento della centrale) emette gas serra quanto il ciclo a combustibile fossile.

*

5. L'uranio, come il petrolio, scarseggia e dobbiamo importarlo

L'Italia non ha uranio, dovrebbe importarlo da Russia, Niger, Namibia, Kazakistan, Australia, Canada.

Secondo l'Agenzia per l'energia atomica, l'uranio dovrebbe scarseggiare dal 2030, invece già dal 1991 ha raggiunto il “picco” (se ne consuma più di quanto si estrae): sono le scorte militari che forniscono metà del combustibile. Senza nuovi reattori, la produzione di uranio è già insufficiente, perciò il suo prezzo si è moltiplicato per dieci (da 7 a 75 dollari la libbra) dal 2001 al 2007.

*

6. Altro che “bassi costi”: il nucleare è fuori mercato

Le stime Usa per i nuovi impianti danno il nucleare a 6,3 cent/kWh contro 5,5 del gas e 5,6 del carbone. Per questo negli Usa, nonostante gli enormi incentivi stanziati da Bush (1,8 cent/kWh, oltre il doppio del differenziale di 0,8 cent), nessuno ci investe più dal 1976. L'unico reattore in costruzione in Europa è in Finlandia: l'azienda privata ci sta perché lo Stato paga (fa pagare ai contribuenti...) smaltimento delle scorie e smantellamento finale della centrale (che costa quasi come la costruzione), e garantisce l'acquisto di tutta l'energia prodotta per 60 anni: un affare senza rischi per il privato! Ma l'entrata in funzione della centrale (ordinata nel 1996) è slittata dal 2009 al 2011: 15 anni. Così il suo costo finale, da 2,5 miliardi di euro è aumentato a 4 miliardi: più di 4 volte il costo di una centrale a metano della stessa potenza (1600 MW). I ritardi nella costruzione sono una costante dell'industria nucleare: negli Usa i costi di 75 reattori, previsti in 45 miliardi di dollari, sono aumentati a 145, tre volte il previsto. In Italia i tempi sarebbero più lunghi e i costi più alti (un km di Tav costa 4 volte che in Francia): chi paga? L'Enel per le 2 centrali slovacche, spende 2.700 euro/kW, mentre una centrale a gas costa meno di 500 euro/kW. Chi paga?

*

7. Il nucleare è in crisi: nel mondo solo 9 stati ci investono

L'Austria, col referendum del 1978, ha deciso di non mettere in funzione la centrale già costruita sul Danubio. L'Italia è uscita dalla follia nucleare col referendum del 1987.

La Germania, nel 2000, ha deciso di non investire più sul nucleare e sostituirlo col risparmio e l'aumento del 2,5% annuo di energie rinnovabili.

La Svezia col referendum del 1980 ha fatto la stessa scelta. La Spagna, con un referendum nel 1983, ha deciso di uscire dal nucleare e raggiungere l'autonomia energetica entro il 2050, investendo moltissimo nel solare.

Negli Usa non si costruiscono più centrali nucleari dal 1976.

In Europa nel 1976 c'erano 177 centrali, oggi sono 146, 31 in meno; nei prossimi venti anni un centinaio di esse chiudono; non saranno sostituite in Belgio, Germania, Olanda, Spagna e Svezia, che hanno deciso di non costruirne più. In Europa non hanno centrali nucleari, oltre all'Italia: Austria, Danimarca, Grecia, Irlanda (il movimento di opposizione ha bloccato il programma nucleare), Norvegia e Polonia, che ha interrotto la costruzione dell'unica centrale. Nel mondo: Australia, Nuova Zelanda, l'America Latina (esclusi il Messico e l'Argentina), l'Africa (escluso il Sud Africa) e l'Asia (esclusi Giappone, India, Pakistan, Cina e - in futuro? - Iran). Solo 9 stati in tutto il mondo investono nel nucleare: India, Cina, Russia, Ucraina, Giappone (fino al prossimo terremoto?), Iran, Argentina, Romania e Finlandia.

*

8. Centrali e bombe nucleari sono sorelle gemelle

Le centrali nucleari americane nascono per sfruttare il calore di scarto della produzione delle bombe costruite nel 1940-'45 e “sperimentate” in agosto 1945 (a guerra già vinta!) a Hiroshima e Nagasaki con centinaia di migliaia di civili assassinati. Poi arrivano le centrali sovietiche. Ci sono anche centinaia di reattori militari per le 130.000 bombe atomiche e i sommergibili nucleari. Poi le centrali francesi, per la Force de frappe, terza potenza nucleare, con esplosioni in nord Africa e Pacifico (le ultime a Mururoa nel 1996).

Producono le centrali e le bombe nucleari le stesse industrie (prime General Electric e Westinghouse): senza gli enormi finanziamenti militari, l'industria nucleare non reggerebbe.

All'Onu, nel 1980, il presidente Usa Carter afferma: «Qualsiasi ciclo di combustibile nucleare è intrinsecamente proliferante», crea materia prima per bombe atomiche. Così si dividono gli Stati “buoni”, che possono avere il nucleare, da quelli “canaglie” (Iraq, Iran, Corea del Nord) che non possono. Chi sono i “buoni”? Lo decidono i buoni stessi (Usa in testa).

Dal 1950 al '90 sono esplose a fini “sperimentali” 2.000 bombe nucleari, con enormi dosi di radioattività senza protezione per la popolazione. Oggi gli effetti: negli Usa un'epidemia di malattie da radiazioni: mortalità infantile, cancri, leucemie, autismo, Parkinson, asma, ipotiroidismo in neonati, danni al sistema immunitario. L'esposizione a radiazioni ha causato, tra il 1945 e il 1996 negli Usa, un milione di morti infantili.

Fino al 1963 sono state 530 le esplosioni nucleari in atmosfera, molte nel deserto del Nevada. Un esempio degli effetti: delle 220 persone che nel 1954 hanno partecipato alle riprese del film Il conquistatore 47 sono morte di cancro e altre 44 ammalate di tumore: totale 91 su 220. Fra i morti, gli attori John Wayne, Susan Hayward. Il film fu girato nello Utah. Undici mesi prima, dopo alcune esplosioni atomiche “sperimentali” nel Nevada (a 300 Km di distanza), gli allevatori trovarono molte pecore morte, con ustioni da radiazioni beta, causate dalle esplosioni. Negli anni '70 e '80, nello Utah c'e' stato un numero eccezionalmente alto di cancri e leucemie.

*

9. Industriali & politici amici temono la democrazia, anche energetica

Il nucleare, come il termoelettrico a carbone, gas e olio combustibile, è centralizzato, controllato dai vertici economici e politici, con enormi investimenti economici e politico-militari.

Invece le energie rinnovabili (solare termico e fotovoltaico, mini-idroelettrico ed eolico, biomasse locali) sono distribuite, controllate da ogni comunità che produce l'energia di cui ha bisogno.

Basterebbe coprire di pannelli solari fotovoltaici solo lo 0,4% delle superfici costruite o cementificate in Italia (che sono il 10% del territorio) per soddisfare l'intero fabbisogno nazionale di energia elettrica.

I politici di vecchio stampo (anche se si dicono “federalisti”) preferiscono un mondo in cui l'energia (come l'economia e l'informazione) è controllata dal potere centrale

Michele Boato - da TellusFolio


Fusione nucleare senza scorie

L'eccellenza italiana nella fusione nucleare

Italia in prima linea nel progetto internazionale "Iter": produrre energia pulita imitando il funzionamento delle stelle

Il sogno di realizzare energia pulita e inesauribile potrebbe diventare una realtà grazie a ITER: un nuovo reattore sperimentale per dimostrare la fattibilità scientifica della fusione nucleare, che non produce scorie radioattive.

Iter, che sta per International Thermonuclear Experimental Reactor, è la maggiore impresa scientifica internazionale del secolo. Verrà realizzato in Francia, a Cadarache, nell'ambito di una collaborazione fra Europa, Stati Uniti, Russia, Cina, India e Corea del Sud. La sua costruzione sarà completata in dieci anni a partire da adesso, con un costo totale di 5 miliardi di Euro. L'utilizzo del reattore è previsto per i successivi venti anni. Dovrebbe permettere di produrre 500 MegaWatt.

L'Italia partecipa in maniera rilevante al programma europeo. Il vecchio Continente contribuisce infatti per il 40 per cento, con circa 1750 milioni di Euro, forte dell'esperienza maturata con il precedente esperimento Jet, i cui laboratori sono in Inghilterra.

Gli istituti scientifici italiani interessati alla nuova impresa sono l'Enea con l'Istituto di Fusione di Frascati, il Consorzio Rfx di Padova, l'Istituto di Fisica del Plasma, il consorzio Create e il Politecnico di Torino.

Per le industrie del nostro Paese la realizzazione di Iter rappresenta l'eventualità di operare in un settore ad altissima tecnologia con l'obiettivo di acquisire il 20% delle commesse nel campo dei magneti superconduttori, della meccanica, della manutenzione remota.

La fusione nucleare (da non confondere con la fissione, che produce scorie radioattive) è una nuova frontiera per la produzione di energia che prende spunto dal funzionamento delle stelle.

Il nostro Sole, ad esempio, è costituito essenzialmente da plasma, uno stato della materia composto da gas ionizzato ad alta temperatura entro il quale avvengono reazioni nucleari che producono smodati quantitativi di energia. Nelle reazioni di fusione, le particelle interagiscono generando particelle con minore massa e producendo in tal modo pura energia.

La difficoltà principale dei ricercatori consisterà nel riprodurre il processo senza l'aiuto dell'immane forza gravitazionale del Sole, che tiene unite le particelle. L'unico modo per farlo è confinare il plasma, altamente instabile, in un luogo adatto per poi portarlo a temperature dell'ordine di 100 milioni di gradi. Un compito gravoso per gli scienziati, che con Iter proveranno a generare quell'energia pulita alla quale tutto il mondo aspira.

Giorgio Pacifici - da RAI INTERNATIONAL


Energia nucleare dal ferro e senza scorie ? Parte la rivoluzione tutta italiana

Fabio%20Cardone.JPG

Il condizionale è d'obbligo, ma c'è qualcuno che dice di poter ottenere elettricità nucleare dal ferro tramite un processo ad ultrasuoni che elimina totalmente le scorie radioattive.

A quanto pare Fabio Cardone, ricercatore del Cnr, partendo da poche centinaia di grammi di cloruro di ferro ha prodotto, tramite un processo ad ultrasuoni, l'energia nucleare equivalente a diversi chili di uranio. Incredibilmente l'energia nucleare prodotta sarebbe di altissima qualità e le scorte sarebbero semplici residui di ferro, prive di radioattività.

Sono chiare le enormi possibilità dell'esperimento: produrre energia senza avere scorie radioattive che non si sa dove mettere e limitare anche i problemi relativi al picco dell'uranio.

Siamo all'inizio di una rivoluzione ? Chi può dirlo, anche perchè un conto è fare un esperimento su bassa scala, tutt'altro creare un prototipo per la produzione su larga scala. 

La ricerca è stata presentata nei giorni scorsi a Chieti nell'ambito del Forum su "Energia e ambiente, sostenibilità del sistema" che si è svolto nell'Auditorium dell'Università D'Annunzio. Il processo alla base dell'esperimento è un fenomeno presente in natura, conosciuto come cavitazione, nome che deriva dalle cavità notate sulle eliche dei transatlantici nelle lunghe traversate. Queste cavità, ha spiegato il prof. Cardone, venivano generate dalla combinazione di ultrasuoni ed acqua. E' bastato riprodurre tutto in laboratorio per avere la produzione di energia nucleare pulita, senza scorie radioattive.

Sarà vero ? Mah, certo che se fossi al posto di Scajola una telefonata al professor Cardone la farei più che volentieri.

Tiziano Scolari - da Schegge di vetro