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martedì, 09 giugno 2009

La Disfatta di Caporetto: 6 e 7 Giugno 2009

Il 6 e 7 Giugno 2009, la Lista Civica "Vivere Correzzola", alle Elezioni Comunali di Correzzola, ha subito una Batosta Allucinante, una sonora sconfitta, a Testa Alta, per quanto mi riguarda, il 24% contro il 68% della Lista Civica "Progetto Correzzola" di Mauro Fecchio. Io Personalmente ne sono uscito praticamente Distrutto.... In tutto il Territorio ho raccolto solo 12 Voti e non me ne vergogno a renderlo pubblico questo Dato...., mi ero anche impegnato molto, ma la gente.... , se ha già deciso da tempo la corrente politica..... non gliela cambi in 40 Giorni... FACEBOOK si è rivelato un Flop.... e per questo ho Disconnesso l'Account. Mi inventerò qualcos'altro e le Innovazioni le farò partire dove ci sarà l'intenzione di farle partire.... Comunque spero di riuscire ad entrare in Provincia a Padova, dove ho fatto richiesta di mobilità ancora 2 mesi prima delle Elezioni.... Spero Vivamente che a qualcuno interessi il Progetto con l'Università di Padova..... Quì a Correzzola non c'è Storia.... Comanda solamente l'Assessore Provinciale Mauro Fecchio nel Comune di Correzzola, devo ammettere che mi ha praticamente Distrutto, ma in tutti i casi, ne sono uscito a Testa Alta, il mio Coraggio Leale l'ho espresso fino in fondo e nessuno può dire diversamente. Restate Connessi..... Mi Inventerò qualcos'altro, ma stavolta non partirò dal Basso..... Volendo.... i mezzi ce li avrei.... Se vorrete sapere cosa farò.... lo scriverò solamente sul BLOG.... se qualcuno vuole Tenermi d'Occhio.... resti connesso al Blog.... è l'unico canale che lascerò aperto e dove continuerò a comunicare con la Blogsfera. Ci sentiamo molto presto, quando avrò novità, e ci saranno....... Ricordatevi Bene: Sono Imprevedibile di Natura....
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sabato, 30 maggio 2009



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categorie: politica, social prosumer
lunedì, 13 aprile 2009

Zone d'ombra dell'atomo francese

Centrale nucleare La Francia vuole esportare tecnologia nucleare in tutto il mondo, Italia compresa, ma sulla reputazione della compagnia nazionale, Areva, ci sono già molte macchie. Ne parla un servizio della testata americana Alternet.org.


Il nucleare francese mira a conquistare nuovi mercati, cosa che sta riuscendo bene visto anche l’accordo siglato con il nostro paese per la costruzione di quattro centrali EPR in Italia. Il presidente Nicholas Sarkozy, grazie alla sua intensa attività diplomatica per promuovere l’atomo d’oltralpe in tutto il pianeta, dal Medio Oriente agli Usa, è stato definito dal Washington Post “il piazzista nucleare più aggressivo del mondo”. Ma l’industria nucleare francese non è priva di zone d’ombra e problemi non risolti. In un articolo apparso ieri, Alternet.org parla di quello che non va in Areva, la compagnia a controllo pubblico francese che è anche il più grande operatore nucleare al mondo.

Un elenco di incidenti, danni ambientali, problemi politici ed economici sparsi lungo tutta la filiera in cui è attiva la compagnia francese, dall’estrazione dell’uranio alla costruzione e gestione delle centrali, allo smaltimento delle scorie. Si scoprono così molti aspetti che mettono dubbi sull’efficienza e la trasparenza dell’industria atomica francese.

In seguito alla fuga di liquido radioattivo alla centrale di Tricastin, nel luglio scorso, su queste pagine avevamo già parlato del silenzio colpevole dell’azienda che per 14 ore aveva omesso di informare le autorità dell’incidente. Dall’articolo di Alternet si viene a sapere di molti episodi del genere coem dei residui radioattivi provenienti dalle 210 miniere di uranio francesi abbandonate che sono stati usati per la pavimentazione di parcheggi in scuole e località sciistiche.

Sistematica sarebbe, invece, la dispersione di materiale radioattivo alla centrale di riprocessamento del combustibile di La Hague: circa 380 milioni di litri di liquido radioattivo scaricati nel canale della Manica ogni anno. Due studi medici indipendenti avrebbero riscontrato tassi di leucemia superiori alla media nelle comunità residenti nei pressi della centrale. Il riprocessamento del combustibile nell’impianto non risolverebbe affatto il problema delle scorie: nel procedimento viene prodotto un surplus di plutonio, mentre il 95% dell’uranio usato delle centrali francesi sarebbe troppo contaminato da altri prodotti della fissione per essere riciclato.

Neanche il paese leader mondiale del nucleare, infatti, sa ancora dove mettere le scorie: recentemente il governo ha esaminato 3.511 comunità locali per individuare dei depositi di scorie a basso livello di radioattività. Andra, l’agenzia che si occupa dello smaltimento, ha dichiarato che avere un deposito sarebbe un’opportunità per le economie locali, ma non ha voluto rivelare i nomi dei potenziali siti individuati. Malgrado la lunga storia di convivenza, il sospetto dei francesi nei confronti del nucleare sarebbe ancora alto: un sondaggio citato dall’articolo dice che quest’autunno il 60% dei francesi dichiarava di volere che la Francia abbandoni l’atomo.

L’impronta del nucleare francese, poi, si estende al di là dei confini nazionali. Il servizio continua citando le conseguenze ambientali e sanitarie dell’estrazione dell’uranio da parte di Areva e controllate in Niger e Gabon negli ultimi 40 anni (tutte documentate al pari degli altri problemi riferiti dal CRIIARD, la rete di associazioni francesi che fa ricerca indipendente sul nucleare).

Per finire Alternet racconta la storia, non nuova per il lettori di Qualenergia.it, dei ritardi, dei problemi e dei costi lievitati negli unici due reattori EPR in costruzione, quelli che Areva sta realizzando a Olkiluoto, in Finlandia e a Flamanville, in patria. Costi raddoppiati per il reattore finlandese, che ha verrà a costare oltre 6,7 milioni di dollari e già 9 mesi di ritardo sul cantiere di Flamanville, partito a dicembre 2007.

da QualEnergia

giovedì, 12 marzo 2009

Usa: la scoria è inquieta

Il budget di Obama boccia il progetto del sito di stoccaggio unico di Yucca Mountain e per il segretario di Stato all'energia "non è un opzione da considerare". La soluzione del problema scorie negli Usa è più lontana che mai. Un duro colpo per l'industria dell'atomo.

Oltre ai costi che aumentano e all’esclusione dal pacchetto stimolo dei fondi di garanzia per costruire le centrali, arrivano altri problemi per il nucleare americano. Obama lo aveva detto in campagna elettorale e lo ha confermato nel primo documento di programmazione economica: il deposito nazionale per le scorie di Yucca Mountain non si farà e infatti il budget presentato la settimana scorsa taglia quasi tutti fondi destinati al progetto.

Il futuro del controverso sito di stoccaggio nazionale sembra dunque essere segnato. Yucca Mountain, una montagna di roccia vulcanica a 100 chilometri da Las Vegas, in Nevada, fin dagli anni '80 è stato candidato a deposito nazionale, ma un parere concorde della comunità scientifica non è mai arrivato. Nel 1987 fu il Congresso a individuarlo come sito predestinato, nel 2000 Clinton fermò il progetto, due anni dopo l’amministrazione Bush lo riprese e accellerò con determinazione. Nel 2005 un carteggio riservato tra geologi dell’U.S. Geological Survey reso pubblico parlava di falsificazione dei dati e riaccendeva i dubbi sull’idoneità del sito, che sarebbe soggetto a infiltrazioni d’acqua che porrebbero rischi d’inquinamento per le falde acquifere. Nel 2006 i tecnici del Department of Energy avevano approvato il progetto, ma la popolazione del Nevada, per il 60% contraria al deposito, non ne è mai stata tranquillizzata.

Ora, nel budget proposto, Obama ha lasciato al progetto solo i fondi sufficienti affinché la Nuclear Regulatory Commission completi il suo studio e dia un parere tecnico sul sito e, ieri, il segretario per l’energia Steve Chu ha dichiarato pubblicamente che Yucca Mountain non è più un’opzione da tenere in considerazione. Sembra dunque improbabile che il sito nel deserto del Nevada accolga le 700 mila tonnellate rifiuti radioattivi americani a partire dal 2020, come era in programma. Il materiale radioattivo resterà invece con ogni probabilità ancora per molto stoccato presso le centrali, dove è fermo da decenni.

I 10,4 miliardi di dollari spesi finora per trovare un posto ai rifiuti del nucleare americano dunque finora non sono serviti a nulla. Anzi, adesso, riporta il
New York Times, c’è il rischio che i gestori delle centrali facciano causa al Governo federale, chiedendo altre decine di miliardi di dollari per i costi sostenuti per lo stoccaggio, causati dall’incapacità del governo di individuare un sito adatto. La legge, infatti, ha già riconosciuto all’industria nucleare rimborsi per un miliardo di dollari perché il governo non ha tenuto fede all’accordo siglato in passato, di prendersi in carico le scorie entro il 1998. Ora è probabile che le compagnie dell’atomo chiedano indietro anche i 22 miliardi pagati al DOE per individuare un sito e non ancora spesi.

Il governo Obama dovrà cercare un’altra via d’uscita, se non la troverà una futura amministrazione potrà tirare in ballo nuovamente Yucca Mountain. Quello che è certo è che il problema delle scorie negli Usa, dopo 50 anni, oggi è più lontano che mai da una soluzione. Un duro colpo che va ad aggiungersi ai molti problemi di un’industria che sta pensando di costruire adesso le prime centrali dopo più di trenta anni.

da QualEnergia


postato da: Dilia61 alle ore 11:40 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: politica, economia, dal mondo, consumi, nucleare, salute - rimedi naturali
martedì, 17 febbraio 2009

Usa/ Pacchetto anticrisi creerà 100mila impieghi nelle rinnovabili - http://notizie.virgilio.it/

Roma, 17 feb. (Apcom-Nuova Energia) - Il pacchetto di aiuti contro la crisi dell'economia messo in campo dal presidente Usa Barack Obama creerà 100mila nuovi posti di lavoro nel settore delle rinnovabili. Lo sostiene la AEE, l'Associazione americana degli Ingegneri energetici, che se da una parte giudica positivamente i provvedimenti presi da Obama - su 789 miliardi di dollari, 30 sono stati stanziati per misure destinate a ridurre l'impatto ambientale e stimolare lo sfruttamento delle rinnovabili - dall'altra lancia l'allarme sulla mancanza di mano d'opera specializzata.

"Molti progetti legati alle rinnovabili potrebbero naufragare a causa della difficoltà di reclutare un numero sufficiente di lavoratori specializzati", riferisce una nota della AEE.

Secondo l'Associazione, sarebbe necessario mettere in moto un programma nazionale di training legato alle nuove opportunità lavorative nelle rinnovabili.


postato da: oscarboscaro alle ore 22:27 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: politica, economia, energia, social prosumer
sabato, 14 febbraio 2009

Crotone: al via "mille tetti fotovoltaici"

che sia da esempio alle altre ammnistrazioni!


La giunta provinciale, riunitasi questa mattina, ha approvato una serie di delibere tra le quali il progetto denominato “1.000 tetti fotovoltaici nella provincia di Crotone”, elaborato dalla società PIER S.c. a r.l. (Polo Innovazione Energie Rinnovabili).


Si tratta di un progetto, redatto gratuitamente dal Pier, che prevede l’installazione gratuita per le famiglie che ne faranno richiesta, di tetti fotovoltaici.


L’approvazione dell’importante progetto, approvato nella giornata odierna dalla giunta provinciale, rientra nelle politiche ambientali che l’amministrazione Iritale sta mettendo in campo sin dal suo insediamento. “Le fonti rinnovabili rappresentano, secondo l’Unione Europea, - è scritto nella considerazioni della delibera di giunta - una componente sempre più decisiva all’interno del mix energetico. Oltre a rappresentare un valido aiuto per il controllo delle emissioni in atmosfera, le fonti rinnovabili mostrano un interessante potenziale di sviluppo economico. Il progetto proposto raggiunge lo scopo di minimizzare l’onere dell’investimento iniziale a carico dei soggetti pubblici e privati, che intendono dotarsi di tali impianti, nonché delle spese amministrative e di quelle di manutenzione, individuando, nel contempo, le funzioni di garanzia e di risoluzione delle problematiche che dovessero presentarsi. La realizzazione di tale progetto consentirà, a regime, di ridurre considerevolmente la spesa energetica delle famiglie, anche nell’ipotesi di un aumento dei consumi elettrici e del costo delle fonti primarie. Più in generale la realizzazione di tale progetto consentirà una consistente riduzione delle emissioni di CO2, con evidenti vantaggi a favore dell’ambiente, ed una riduzione dell’impronta ecologica del territorio provinciale”.


Nei prossimi giorni la Provincia di Crotone fornirà ulteriori notizie sul progetto che porterà il territorio ad una minore emissione nocive per l’ambiente oltre che un notevole risparmio economico per le famiglie ed una produzione di energia pulita.

da Strill.it


martedì, 10 febbraio 2009

PERCHÉ ASPETTARE ANCORA TRE ANNI, PER RISPARMIARE ENERGIA E INQUINARE DI MENO?

Dal 2012 bandite dall'Europa le lampadine a bassa efficienza energetica.

Il sito web ARPAKIDS dell'ARPA Sicilia, pubblica periodicamente notizie inusuali sull'ambiente, la natura, gli animali, corredate da spunti e suggerimenti didattici: divulghiamo oggi la notizia e lo spunto di ricerca della settimana.

Chi ha inventato quel bulbo di vetro, con dentro un filamento che diventa incandescente ed emette luce? Provate a fare questa domanda: la risposta sarà, quasi sempre, Edison. I più colti diranno anche il nome completo: Thomas Alva, e forse anche la data, 1879. In realtà, a inventare questa sorgente di luce, che da 131 anni ci accompagna in mille modi e forme diverse, è stato un orologiaio tedesco emigrato in America: Heinrich Goebel, nel 1854. Non se ne accorse quasi nessuno, così che, qualche anno dopo, nel 1860, un altro inventore, Joseph Swan, ebbe maggior fortuna. Edison entrerà in scena ancora più tardi: diventò socio di Swan e insieme lavorarono al perfezionamento della "primordiale" lampadina, presentata pubblicamente nel 1879. Edison acquistò poi i diritti dell'invenzione di Goebel, finalmente riconosciuti dopo la sua morte. Nessuno di questi tre personaggi, se fosse ancora vivo, però si dispiacerebbe di quanto sta per accadere alla loro invenzione. Alla… luce (è proprio il caso di dirlo) di quanto succede oggi nel mondo in materia di energia, di incremento dei consumi, uso di combustibili fossili, inquinamento atmosferico e dei cambiamenti climatici, alla "vecchia" lampadina non potrà più essere richiesto soltanto di illuminare, ma per continuare a farlo dovrà consumare sempre meno energia. In questa direzione vanno, infatti, le decisioni prese dall'Unione Europea alla fine del 2008 (e anche dal nostro Paese): tutte le lampade dovranno essere almeno di classe "C", escludendo di fatto dal mercato tutte quelle ad incandescenza, che sono di classe superiore. La normativa europea sarà però implementata gradualmente: da Settembre 2009 dovranno essere almeno di classe "C" le lampade da 100 Watt o più, mentre tutte le altre dovranno essere almeno di classe "E".

In seguito, entro Settembre 2012, anche tutte le lampade di potenza minore di 100 Watt dovranno rientrare (almeno) nella classe "C". Faranno eccezione le lampade dei frigoriferi e dei forni. Questa decisione, che dovrebbe sembrare "ovvia", però non ha mancato di suscitare polemiche, sia "pro", sia "contro". Le polemiche dei "pro" (l'Associazione Greenpeace in testa) s'incentrano sul fatto che l'uso di lampade ad alta efficienza e basso consumo non solo si traduce in minori costi della "bolletta" (è calcolata una media di cinquanta Euro l'anno in meno), ma anche in una riduzione di oltre quindici milioni di tonnellate di emissioni di CO2 l'anno. La decisione è quindi considerata troppo "timida": per incidere di più sugli scenari che intende affrontare, i tempi di applicazione avrebbero dovuto essere accorciati, portandoli, al più tardi, alla fine del 2010.

Sull'altro fronte, i produttori delle "vecchie" lampade a incandescenza lamentano che la conversione a lampade alogene, o a "LED", delle fabbriche europee non sarà in grado di reggere la concorrenza della Cina, dove è concentrato il maggior numero di industrie di questo tipo e che questa scelta potrà causare la perdita di più di temila posti di lavoro nel vecchio continente. A questa osservazione, i "pro" ribattono con tre domande: come mai i cinesi (che ad oggi non sono certo un modello di produzione ecologica) ci hanno pensato prima? Non si dimostra che l'innovazione, la ricerca e le produzioni industriali per una maggiore compatibilità ambientale dello sviluppo creano posti di lavoro? E noi, cosa aspettiamo a innovare? In attesa di trovare le risposte e per evitare che, come sempre, a farne le spese sia il nostro Pianeta, forse sarebbe il caso di cominciare subito a cambiare tutte le nostre lampadine. Abbiamo la presunzione di credere che Edison e soci sarebbero senz'altro d'accordo.

Parks-it


postato da: Dilia61 alle ore 10:38 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: politica, economia, energia, consumi, abitare sostenibile
giovedì, 29 gennaio 2009

La detrazione fiscale è ripristinata

Gli emendamenti approvati all’articolo 29 del decreto 185 riportano il 55% alla sua originale efficacia. La detrazione spalmata su 5 anni. Un respiro di sollievo per operatori e cittadini e un risultato ottenuto a furor di popolo.

Dietrofront del governo sulla detrazione fiscale. Tutto torna come prima o quasi. Se non ci saranno modifiche dell’ultima ora, almeno per i prossimi due anni verrà mantenuto il 55% e soprattutto il suo impatto visto che non ci saranno più limiti di spesa annuali, come quelli indicati nel decreto 185/08.
Alleghiamo il testo degli emendamenti apportati all’articolo 29 del decreto 185 (con la versione originale), il cosiddetto decreto “anti-crisi”, che tratta appunto della detrazione fiscale del 55% per interventi di riqualificazione energetica dell’edificio. Il testo è quello approvato dalle Commissioni riunite di Bilancio e Finanza della Camera. L’esame in aula è iniziato lunedì e dovrà poi passare al Senato. Il Governo ha richiesto la fiducia sul provvedimento che resterà quindi pressoché immutato, scatenando le critiche delle opposizione e dello stesso Presidente della Camera dei Deputati.

Tuttavia per quanto riguarda la detrazione fiscale del 55% per interventi di efficienza energetica e di utilizzo delle rinnovabili in edilizia, come detto, tutto o quasi viene riportato alle precedenti disposizioni, per capirsi quelle in vigore nel 2007-2008. Con alcune eccezioni.

La detrazione dell’imposta lorda resta del 55% ma dovrà essere ripartita in 5 rate annuali di pari importo (quindi non più tra 3 o 10 anni). Non ci sono limiti annuali per la detrazione, che avrebbero inficiato il provvedimento e costretto ad una doppia presentazione cautelativa della richiesta di detrazione, una per il 55% e un’altra per il 36%. Ma molto più probabilmente avrebbero scoraggiato questi interventi e favorito i lavori in nero. E’ inoltre eliminata la procedura del “silenzio-dissenso” da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Il testo emendato rispetto al decreto sopprime nell’art 29, comma 1 la frase “alle detrazioni per interventi di riqualificazione energetica degli edifici, di cui all’articolo 1, commi da 344 a 347, della legge 27 dicembre 2006, n. 296.”
Quindi i limiti di risorse finanziarie annuali, che si leggono nel comma 7 modificato, sono relativi solo a crediti di imposta per le spese per attività di ricerca.

Altra novità riguarda una comunicazione preventiva all’Agenzia delle entrate che dovranno fare i contribuenti interessati alle detrazioni. La comunicazione, che ha l’obiettivo di monitorare l’andamento delle richieste, dovrà essere definita nei termini e secondo le modalità previsti con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate (sarà emanata entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto).

Come abbiamo detto su queste
pagine, sarebbe stato un suicidio per l’economia (oltre che per rilanciare l’efficienza energetica in edilizia) non prorogare per i prossimi anni questo provvedimento che ha dimostrato la sua validità. Un provvedimento praticamente a costo nullo per lo Stato e portatore di innumerevoli benefici per moltissimi settori manifatturieri, per i progettisti e gli installatori presenti in Italia. E per gli stessi utenti, i cittadini e le imprese. Una delle vere soluzioni anti-crisi e per questo un risultato ottenuto a furor di popolo.

LB - QualEnergia


mercoledì, 21 gennaio 2009

Appello per l'entrata in vigore in Italia dell'azione collettiva risarcitoria (Class Action)

Il 2009 avrebbe potuto iniziare con il festeggiamento da parte dei cittadini italiani di un'importante conquista per la tutela dei loro diritti: l'entrata in vigore anche nel nostro Ordinamento dell'istituto della class action.

Come è noto, purtroppo così non è stato. Il governo è intervenuto, infatti, in extremis, e ancora per decreto, con un rinvio di ulteriori sei mesi, dopo il primo rinvio deciso a giugno scorso e la promessa, non mantenuta, che il testo sarebbe stato migliorato e definitivamente approvato entro fine 2008.

Per ALTROCONSUMO, associazione indipendente di consumatori , si è trattato di una straordinaria occasione perduta per rendere finalmente effettiva la tutela per tutte quelle situazioni nelle quali i consumatori, avendo subito ingiuste vessazioni avrebbero potuto difendere collettivamente i loro diritti, considerato anche che, allo stato, non vi sono strumenti veramente efficaci ed accessibili sul piano dell'azione individuale.

Leggi e firma la petizione di AltroConsumo


postato da: Dilia61 alle ore 18:31 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: politica, consumi, class action
sabato, 17 gennaio 2009

La liberta' finisce laddove inizia la linertaì degli altri?

Manifestazioni, scioperi sono ormai all'ordine del giorno e noi consumatori non ne possiano davvero piu'! Bisogna fermarci e riflettere un attimo su cio' che significa liberta'. Secondo me quando una piccola parte della popolazione va a ledere i diritti della gran parte della popolazione, non ci troviamo piu' uno stato di diritto.

Per cui secondo me bisognera' mettersi ad un tavolo con i sindacati e pur salvaguardando la liberta' di protesta bisogna trovare un modo perche' questo non si ripercuota su tutta la societa' e l'economia (non scordiamoci che siamo noi a tirare fuori i soldi... da dove credere che escano i soldi dello Stato? dalle nostre tasche! Quindi d'ora in poi quando sentite qualcuno che si fa bello dicendo " ah io sono furbo e faccio fesso lo stato!" rispondetegli enno' caro tu fai fessi noi che paghiamo ed e' ora che paghi anche tu! ... piccola digressione scusagte)

Ho letto favorevolmente di un'iniziativa del Comune di Roma e ve la ripropongo. Dobbiamo tornare ad essere uno stato di diritto!

da il Messaggero

ROMA (16 gennaio) - Roma fa sentire sempre più forte la sua voce: «Basta cortei in Centro, abbiamo diritto di vivere e lavorare liberamente». È questo il coro unanime che viene dalle mail, dagli sms e dai commenti sul sito ilmessaggero.it, sulla decisione del prefetto Giuseppe Pecoraro di regolamentare i cortei nella Capitale, fissando tre piazze e due itinerari, fuori dal centro. Sul forum il dibattito sta prendendo sempre più corpo in questi giorni. Scrive per esempio Fabio, un lettore del giornale: «La libertà di una persona finisce la dove inizia la libertà dell’altra. Si può benissimo manifestare, ma ciò va fatto senza arrecare disagio alle persone che nel centro storico lavorano, vivono o semplicemente lo frequentano. La libertà è diritto sacrosanto in ogni stato democratico, così come esiste il diritto a manifestare, esiste altresì il diritto a potersi muovere liberamente nella nostra città, e non rimanere bloccati ogni santo giorno da questa o quella manifestazione». Non è infatti in ballo la libertà di manifestare il proprio dissenso o la protesta: ciò che è in discussione è il limite all’esercizio di questo diritto. «Riservare alcune piazze alle manifestazioni non significa abolire i cortei - osserva infatti Gianc - E manifestare non significa oltraggiare le forze dell’ordine, sfasciare e imbrattare interi quartieri o limitare la libertà di quelli... meno intelligenti».

E sono tanti anche i lettori che hanno parole di incoraggiamento nei confronti della campagna per una diversa regolamentazione dei cortei: «Un ringraziamento al prefetto Pecoraro e al sindaco Alemanno, che finalmente hanno deciso di affrontare concretamente questo problema», scrive Fabio. Gli fa eco un altro lettore: «Non vogliamo miracoli solo una città più pulita, più sicura, più vivibile... vale a dire una città civile». E ancora Isidoro: «Finalmente... Sono d’accordo con Alemanno».

I commenti a favore della decisione del prefetto Giuseppe Pecoraro, di regolamentare i cortei, sono bipartisan: «Sono un elettore di sinistra - premette Francesco nel suo commento sul sito internet - ma questa volta sto con Alemanno in tutto e per tutto. Non si tratta di limitare la libertà di manifestare, ma non si può neanche prendere in ostaggio Roma e tutti i suoi cittadini. A Roma si tiene, più o meno, un corteo ogni tre giorni, ovvero un centinaio l’anno, con tutte le ricadute in ordine di traffico, di ore di lavoro perse, di stress per i cittadini, ecc... Perché solo Roma ed i romani si devono fare carico di questo peso nazionale? Perché chiunque abbia qualcosa di cui lamentarsi deve venire a farlo sempre a Roma? Non andrebbe bene anche Torino? Milano? Parma? E così via. Ho vissuto per quattro anni in una zona di Roma particolarmente colpita dai cortei, San Giovanni, e vi assicuro che è un vero delirio».

«A me, personalmente, è successo molte volte di restare a piedi, o di arrivare tardi al lavoro, a causa di manifestazioni - è la testimonianza di Marco50 - Libertà è, anche, libertà di protestare, ma libertà è anche quella di non voler o non dover protestare, e di non subire pesanti limitazioni nel diritto a muoversi liberamente. Una persona si reca a svolgere una prova per un concorso, per il quale si è preparata da tempo e nel quale ha riposto molte aspettative; qualcuno protesta, per motivi sacrosanti, ma impedisce a quella persona di arrivare nel luogo stabilito per l’esame, che salta: è giusto? È libertà? È democrazia? No, questa è la prepotenza, è l’inciviltà bella e buona di chi pretende di tutelare i propri diritti scegliendo, a tal fine, una modalità che calpesta quelli degli altri. Diritto di protestare, quindi, ma dovere di non ledere quello degli altri».


martedì, 09 dicembre 2008

Un'elezione dal forte impatto interno e sull'eco diplomazia

Per questo numero di QualEnergia sono scaricabili on line alcuni articoli a cominciare dall'editoriale di Gianni Silvestrini dal titolo "Europa, Usa, Italia: prospettive diverse". Il direttore scientifico della rivista esprime la sua convinzione che il Consiglio d’Europa approverà all’unanimità entro la fine dell’anno il pacchetto 2020 e poiché è prevista solo la maggioranza qualificata, non esiste alcuna possibilità di porre il veto, come ha richiesto l’Italia. Dunque, appare impensabile che il nostro paese possa opporsi alla politica dell’Unione Europea sul clima. E ciò è anche pi&ugrav e; vero alla luce della vittoria di Obama che potrebbe essere il presupposto di un “asse USA-UE” molto robusto per le prossime decisioni sul post-Kyoto, coinvolgendo paesi come Cina, India e Brasile.    

Di fronte ad un simile scenario, in cui gran parte del mondo industrializzato ritiene che le fonti rinnovabili sono e saranno un’occasione di sviluppo e di soluzione anti-crisi, la posizione del nostro governo diventa anacronistica. Un paese che continua a guardare al passato con il suo tentativo di rinascita del nucleare.

Con questa decisione, dice Silvestrini nel suo editoriale, “sottraiamo intelligenze, tempo e risorse per inseguire una soluzione in cui partiamo da zero, non esiste un consenso politico e non riusciremo mai a ricavare un reale spazio nella competizione internazionale”. L’Italia, se dovesse portare avanti questa opzione (i primi reattori non verranno realizzato che dopo il 2022), si troverebbe di fronte a costi delle rinnovabili che "fra 20, 30, 40, anni saranno altamente competitivi”. Continua Silvestrini: “Ecco perché la scelta del Governo dal punto di vista della politica i ndustriale rischia di essere un altro fallimento, distogliendo l’attenzione dalla vera sfida di creare una solida industria dell’efficienza e delle rinnovabili”.
Silvestrini affronta poi le sfide energetico-ambientali che l’amministrazione Obama dovrà affrontare: i rischi, le implicazioni internazionali e le opportunità di un new deal verde statunitense.

Tra gli altri articoli “in chiaro” dell’ultimo numero, quello curato da Francesca Ferrazza e Jacopo Tonziello sulle attuali linee di ricerca del fotovoltaico, con una particolare attenzione all’Italia (“Ricercando il Sole”).

Sulla situazione del biogas nel nostro paese e sulle favorevoli possibilità del settore un articolo di Sergio Piccinini del Centro Ricerche Produzioni Animali di Reggio Emilia (“Prospettive a tutto gas”).

Di Leonardo Massai, ricercat ore in diritto ambientale presso TMC Asser Institute in Olanda, un’analisi sulla complessità di regolamentazione dei gas serra in uno dei settori che ne emette di più, quello del trasporto aereo (“Il volo dell’emissione”).

Luciano Pirazzi dell’Enea fa un quadro tecnologico e di mercato del piccolo eolico: la crescita negli States, le prospettive in Gran Bretagna e le possibilità in Italia dove qualcosa inizia a muoversi (“Piccolo con grandi prospettive”).

Per la rubrica “Numeri e Parole”, i grafici sull’incremento della temperatura media mondiale, sulla riduzione della superficie ghiacciata del Polo Nord, sui ricavi della Germania legati all’esportazione delle tecnologie fotovoltaiche e della Danimarca su quelle eoliche.

dal n. 5 di QualEnergia  novembre-dicembre2008.


mercoledì, 26 novembre 2008

Regole sulla pubblicità per essere certi sui cibi

Curarsi mangiando? Un sogno, almeno fino a qualche anno fa. Poi sono comparsi gli studi su alimenti che promettono di aiutare la salute, regolarizzando la funzione intestinale, aiutando a ridurre il colesterolo, favorendo la prevenzione delle infezioni. Ma si può davvero credere a queste cose? Nel prossimo futuro – a partire dal 2010 - probabilmente i consumatori avranno un’arma in più per sapere se davvero quanto stanno assumendo. «Il legislatore europeo ad introdurre nel 2006 una serie di specifiche norme che stabiliscono i criteri per decidere se un alimento può o meno dichiarare una relazione tra il suo consumo e la salute – spiega Lorenzo Morelli, Ordinario di Biologia dei microrganismi, presso la Facoltà di Agraria dell’Università Cattolica di Piacenza -.

Il regolamento è stato pensato per tutelare i consumatori, visto l’altissimo numero di prodotti ormai disponibili sul mercato, dai molteplici e/o presunti effetti sulla salute. Inoltre, sempre secondo questa norma, alcuni specifici alimenti non sono autorizzati a sottomettere la richiesta per ottenere l’indicazione salutistica, come ad esempio le bevande alcoliche che contengano una quantità più dell’1,2 per cento di alcol, gli alimenti troppo grassi o troppo calorici. Questo regolamento vedrà il suo coronamento nel gennaio 2010, quando gli alimenti, che hanno presentato la domanda e che hanno ricevuto una specifica autorizzazione sulla base di un dossier scientificoclinico, potranno comunicare al consumatore i propri effetti benefici sulla salute legati al loro consumo».

Sotto l’aspetto pratico, ciò significa che i ricercatori per la prima volta sono chiamati ad affiancare l’industria alimentare, non solo per sviluppare prodotti nuovi, ma anche e soprattutto per validarne gli effetti sulla salute. E per alcuni cibi si prospetta un futuro molto simile a quello dei farmaci, proprio perché prometteranno di avere effetti sul benessere dell’individuo. «Quando un’industria farmaceutica richiede la registrazione di un farmaco deve presentare un dossier che contiene tutte le informazioni sul farmaco - fa sapere Morelli -. Anche le industrie alimentari sono chiamate a presentare un dossier molto simile a quello del farmaco, per dimostrare la fondatezza scientifica delle proprie affermazioni e per ottenere l’autorizzazione alla comunicazione».

La pubblicità, quindi, non potrà più mentire. Anche quando promette salute. «Attualmente quattromila claims (cioè messaggi) derivanti da circa 40.000 presenti sul mercato sono oggetto di ulteriore valutazione a Parma, presso l’Autorità Europea sulla Sicurezza Alimentare (Efsa) – conclude Morelli -. Nel gennaio 2010 verrà pubblicata la lista dei claims ammessi e, a partire da quella data, solo questi saranno comunicabili». A tutto vantaggio dei consumatori.

da IlSecoloXIX


domenica, 23 novembre 2008

La scoperta della sussidiarietà laterale

Le esternalizzazioni che farebbero funzionare l'Italia
Pubblico o privato? Statale o sociale? Monopolio o concorrenza? Privilegi o merito?
 
L’apertura al privato è il grimaldello non solo per rifondare lo Stato, ma anche per ricostruire un serio rapporto tra Stato, cittadini e imprese. Un rapporto più che mai sfilacciato, man mano che lo Stato dimostra scarso senso dei cittadini e questi di conseguenza dimostrano minor senso dello Stato e senso civico.
 
Eppure, a seguito della introduzione di una prima forma di federalismo nella nostra Costituzione, è entrato nell’ordinamento un principio che potrebbe e dovrebbe essere la chiave di volta rispetto all’attuale stretta dicotomia che riduce il dualismo pubblico-privato al dualismo statale-privato: il principio di sussidiarietà.
 
Stato, Regioni, Citta metropolitane, Province e Comuni, favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento delle attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”, recita l’ultimo comma del nuovo articolo 118 della Costituzione.
Si racchiude in questa norma quella che viene definita la sussidiarietà orizzontale. Quella verticale è stata avviata con la riforma del Titolo V della Costituzione (in cui è appunto ricompreso il nuovo articolo 118), con il trasferimento, in qualche caso un poco confusionale, di funzioni alle regioni e agli enti locali. Molto meno è stata invece incentivata l’applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale. Quello secondo cui spettano ai pubblici poteri, a partire dagli enti più vicini ai cittadini (i comuni), solo le funzioni che i privati, in forma singola, associata, cooperativa, di volontariato non possono esercitare meglio. Si tratta, per una parte molto significativa, di funzioni oggettivamente pubbliche, che non necessariamente debbono essere esercitate da soggetti pubblici. Si pensi per tutti alla inflazione di municipalizzate (con il codazzo di migliaia di consiglieri di amministrazione) che sono soggetti sostanzialmente pubblici, nonostante il “belletto”, in vari casi, della forma della società per azioni. Siamo pertanto ancora in presenza, tanto al vertice quanto in periferia, di una sorta di “statalismo pervadente e invasivo”, basato in larga parte sull’assunto che la larghissima parte delle attività di interesse pubblico debbano essere gestite in forma “statale” o “municipale”. Questo genera una pesante “pressione burocratica”, non meno opprimente e disincentivante per i cittadini e per gli operatori della pressione fiscale.
 
Fortunatamente in vari settori, specie nelle regioni del Centro Nord, si sono liberate iniziative della società civile, vuoi promosse dalle varie associazioni cooperative o imprenditoriali, vuoi da soggetti di volontariato e del terzo settore, vuoi da imprese tradizionali, che di fatto traducono spontaneamente il principio di sussidiarietà e, per fortuna, esercitano legittime pressioni aprendo dei varchi significativi sui vari moloch pubblici. E si tratta, in molti casi, di soggetti non certo pubblici, che si occupano però del bene pubblico e dei beni comuni, nella sanità come nei servizi sociali, come nei servizi alla persona in genere, nei servizi alle imprese, nell’istruzione come in varie altre attività economiche e sociali.
 
Peccato però che mediamente gli enti statali e territoriali, in questi anni abbiano fatto ben poco per liberarsi da pesi e zavorre, esternalizzare funzioni e incentivare una vera sussidiarietà, un principio su cui, fra l’altro, dovrebbe basarsi, secondo i Trattati, la Costruzione Europea.
 
Le esternalizzazioni all’italiana.
E’ questa una sfida da lanciare e possibilmente da cogliere, per abbattere monopoli ed oligopoli, favorendo quella seria concorrenza che, con la sua gemella siamese meritocrazia, dovrebbe generare lo slancio vitale per superare i vari statalismi e corporativismi che asfissiano la società italiana.
E’ questa la via per mettere a dieta lo Stato. Avviare una vera e propria cura dimagrante. Si parla tanto di federalismo fiscale, ma mi sembra che per ora non si ponga sufficientemente l’accento su quel dividendo che la  “cura federalista” può generare a vantaggio della finanza pubblica e delle tasche dei cittadini e degli operatori. Non sarebbe male cogliere l’occasione dell’avvio di un processo federalista per aggredire un problema che anche esso fa parte di quella sussidiarietà orizzontale che è la gemella siamese della sussidiarietà verticale in cui si concreta il federalismo. Si tratta delle esternalizzazioni: una versione che potrei definire “sussidiarietà laterale”. Una parola difficile da pronunciare, ma che sarebbe il caso, finalmente, di declinare, spiegandola con chiarezza agli italiani.         
 
In un mio libro recente (Chi è Stato? Gli uomini che fanno funzionare l’Italia, Rubbettino) Antonio Catricalà, che è uno dei pochi servitori dello Stato che se ne intendono anche di settore privato e (come oggi è palese a tutti, essendo lui il Garante del mercato) anche di concorrenza, ricorda la sua fatica di Sisifo quando era Segretario generale di Palazzo Chigi. Nella consapevolezza che le attività di automantenimento, quello che viene definito il back office, pesano nel settore pubblico mediamente per il 35 – 40 per cento (a fronte di un 15 – 20 per cento nelle imprese private), aveva varato, fino alla aggiudicazione conclusiva dell’asta pubblica, un progetto di esternalizzazione nel corpaccione amministrativo della Presidenza del Consiglio.
 
Non si sa come e perché, ma il progetto si è poi di fatto bloccato.
 
A questo punto la questione è semplice. Se, soprattutto negli ultimi trenta anni, le aziende private non si fossero concentrate nel core business, procedendo ad esternalizzazioni di tante funzioni non indispensabili, in buona parte sarebbero fallite.
 
Ora, può sopravvivere una amministrazione pubblica le cui attività, invece di essere finalizzate ad erogare servizi ai cittadini e agli operatori, sono per il 40 per cento destinate all’automantenimento? E’ questo lo spazio in cui necessariamente si dovranno inserire, superando i veto – player sindacali e le visioni vetuste di molti dirigenti pubblici, le esternalizzazioni.
 
L’incentivo e l’accelerazione degli sparuti processi di esternalizzazione avviati nel corpaccione del nostro settore pubblico, sono dunque bloccati soprattutto dai sindacati della funzione pubblica che, anche a fronte di recenti tentativi del Ministro Brunetta, hanno scatenato un fuoco di sbarramento, in quanto, tanto miopi quanto poco presbiti, hanno sempre visto come il fumo negli occhi le esternalizzazioni.  
 
Eppure – come già ho osservato - la società italiana brulica di aziende, cooperative, soggetti di volontariato e del terzo settore pronti in molti ambiti ad assumersi in proprio, a costi minori e con servizi migliori, varie tipologie delle attività di automantenimento e di altro genere di attività che non rientrano nel core business di enti e amministrazioni pubbliche.
 
Pesano però su di essa – vale la pena ribadirlo - una pressione fiscale che arriva a circa il 43 per cento del prodotto interno lordo e una pressione burocratica non meno opprimente, che irretiscono la vitalità spontanea e le chances imprenditive, in un paese che pur proprio su queste risorse, ha fatto e fa leva ai fini dello sviluppo.
 
Senza una seria cura dimagrante, per la quale si potrebbe cogliere l’opportuna “finestra” del federalismo fiscale, il rischio è che tocchi invece alle imprese mettersi a dieta, tagliando i costi a partire dal personale.   
 
 Sarebbe un poco come se in una famiglia venisse messa a dieta una moglie agile, veloce e snella invece che un marito molliccio, lardoso e che tende ad opprimere troppo i figli.

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sabato, 22 novembre 2008

Energia: più garanzie e nuovi rimborsi automatici per reclami ed errori di fatturazione

Regole più stringenti per assicurare la massima tempestività nella gestione dei reclami e nella rettifica di ogni eventuale errore di fatturazione, prevedendo anche indennizzi automatici a favore dei consumatori in caso di violazione delle nuove norme. Sono alcune delle principali novità del Testo integrato della regolazione della qualità dei servizi di vendita (TIQV) emanato dall’Autorità per l’energia per migliorare le tutele dei consumatori di elettricità e gas naturale, nei diversi momenti del rapporto commerciale con il venditore di energia elettrica e di gas (reclami, fatturazioni, richieste di informazioni, etc).

Il rimborso automatico è di 20 euro e scatta se il venditore non risponde entro 40 giorni dal reclamo del cliente o se l’errore di doppia fatturazione non viene rettificato entro 20 giorni dalla richiesta, oppure se la rettifica della fatturazione non viene fatta entro 90 giorni dalla richiesta.

Il nuovo provvedimento è stato approvato al termine di una procedura di consultazione pubblica che ha consentito di recepire anche indicazioni delle Associazioni di consumatori e degli operatori del settore. Il nuovo Testo integrato accorpa in modo organico la precedente regolazione sulla qualità della vendita; ad esempio anche quella per i call center dei venditori che ha fissato obblighi di servizio riguardanti la semplicità del risponditore automatico, l’orario di apertura, la gratuità delle chiamate, l’informazione ai clienti, nonché precisi standard per il tempo medio di attesa, il livello di servizio e l’accessibilità.

In dettaglio, il Testo integrato (delibera ARG/com 164/08, disponibile sul sito www.autorita.energia.it ) prevede:

  • regole più stringenti per migliorare il trattamento dei reclami: l’Autorità ha introdotto l’obbligo per il venditore di indicare la persona ed il riferimento organizzativo ai quali rivolgersi dopo aver presentato il reclamo; inoltre, le risposte fornite al cliente dovranno essere adeguatamente motivate;
  • un unico interlocutore anche per effettuare reclami di tipo tecnico, sia per l’energia elettrica che per il gas. Il venditore farà da tramite con il distributore, qualora sia necessario, semplificando le procedure a carico del consumatore che effettua il reclamo. Questa semplificazione è stata ritenuta opportuna a seguito della separazione tra distributori e venditori, avvenuta con la liberalizzazione dei mercati;
  • maggiore tempestività nelle verifiche di fatturazione: sono stati introdotti il diritto ad una risposta motivata entro 40 giorni alle richieste di verifica della fatturazione.

Gli indennizzi automatici stabiliti dal Testo integrato sono:

  • un indennizzo automatico di 20 euro, a carico del venditore, se le risposte ai reclami supereranno il tempo limite di 40 giorni per sua responsabilità. L’indennizzo, che potrà essere corrisposto (non più di una volta l’anno allo stesso cliente per lo stesso motivo, onde evitare eventuali abusi) si propone di assicurare tempi certi e la massima tempestività nella risposta ai clienti;
  • una disciplina specifica per ritardi di rettifica dei casi di “doppia fatturazione” a seguito del cambio di fornitore: l’errore di doppia fatturazione deve essere rettificato entro 20 giorni dalla richiesta, pena il pagamento di un indennizzo automatico di 20 euro al consumatore;
  • un indennizzo automatico di 20 euro in caso di mancato rispetto del termine di 90 giorni per la rettifica di fatturazione, quando dovuta. Le richieste di rettifica potranno essere inoltrate non solo per le fatture già pagate, ma anche per quelle per le quali è prevista la possibilità di rateizzazione.

Le principali disposizioni del Testo integrato entrano in vigore già dall’1° gennaio 2009.

L’Autorità ha inoltre avviato una seconda consultazione (DCO 35/08, disponibile sul sito www.autorita.energia.it) per arrivare a definire ulteriori regole di maggior dettaglio entro fine anno. In particolare:

  • sulla gestione dei reclami per i quali il venditore dovesse necessariamente richiedere dati tecnici in possesso del distributore;
  • sui reclami multipli, per esempio originati da disservizi di vaste dimensioni;
  • sulla pubblicazione comparativa dei dati di qualità del servizio dei venditori, per promuovere una scelta sempre più consapevole del fornitore di energia elettrica o di gas;
  • sugli obblighi di tempestività nelle comunicazioni tra venditori e distributori.

I soggetti interessati ad inviare le proprie osservazioni su queste nuove proposte possono inviarle all’Autorità entro il 12 dicembre 2008

Milano, 21 novembre 2008 da Autorità per l'Energia


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giovedì, 20 novembre 2008

AOSTA; DA GENNAIO 'QUARTA SETTIMANA' SCONTATA

(ANSA) - AOSTA, 20 NOV - Terminata la fase del confronto con la mediazione dell'assessore al commercio del comune di Aosta, Bruno Giordano, l'Amministrazione comunale e tutte le associazioni dei consumatori, dei sindacati e delle associazioni di categoria hanno sottoscritto oggi l'intesa per attuare il progetto 'Io C'entrò, teso a fronteggiare la crisi economica finanziaria in atto.

Dando atto "del senso di responsabilità manifestato dalle parti", Giordano ha espresso soddisfazione per "la sottoscrizione unanime del disciplinare e dell'accordo anche da parte di chi in un primo momento non aveva raccolto l'invito del Comune".

L'iniziativa, che sperimentalmente durerà fino a maggio, consiste, da parte dei commercianti e di chi eroga servizi (artigiani e altre categorie), nel praticare sconti nella quarta settimana del mese. "Pensiamo - ha precisato l'assessore - che così facendo si salvaguardano le famiglie a basso reddito ed i pensionati, ma al tempo stesso vogliano contribuire a produrre risparmi e rilanciare così i consumi".

Il disciplinare stabilisce le norme alle quali devono sottostare gli aderenti che riceveranno dal Comune una vetrofania che certifica l'adesione al progetto. L'Amministrazione si farà carico della campagna di informazione e dell'effettuazione dei controlli per il rispetto dell'intesa.

Gli esercizi che aderiscono a "Io c'entro", nella quarta settimana esporranno, tra l'altro, il prezzo originale del prodotto e quello scontato. Potranno anche bloccare il prezzo della merce o fornire servizi quali, ad esempio, consegnare la spesa a domicilio gratuitamente.

"A breve - ha concluso l'assessore - tutto il materiale informatico e la modulistica di adesione sarà disponibile sul sito web del Comune che pubblicherà anche l'elenco di tutti gli esercizi, agriturismi e alberghi compresi, che partecipano a 'io c'entro". (ANSA).


lunedì, 17 novembre 2008

Treni veloci e tagli locali

Treno ad alta velocità Il governo taglia i finanziamenti al trasporto locale, ma vuole nuovi tunnel alpini. Intanto, le Ferrovie si apprestano a tagliare i treni regionali e ad aumentare le tariffe sulle lunghe percorrenze. E la mobilità sostenibile?

E’ vero, non bisognerebbe mai dire “l’avevamo detto”. Ma la tentazione è forte. Ricordate i primi dibattiti sull’utilità e, soprattutto, sulla priorità del programma Alta Velocità ferroviaria? Ricordate coloro (pochi) che dicevano che era più importante potenziare la rete infrastrutturale nelle aree metropolitane? Che era il trasporto locale l’anello debole e, al tempo stesso, il segmento maggiormente critico (oltre che numericamente prevalente) della domanda di mobilità?
E ricordate le risposte che vennero da coloro che “decidevano”? La certezza degli investimenti privati che dovevano muovere il programma e che di per sé giustificavano il venir meno di qualsiasi dubbio sulla priorità degli investimenti e sul relativo rapporto fra benefici e costi? E la promessa di potenziare, per il tramite delle nuove linee, anche le “vecchie”, da destinare, finalmente, al solo traffico regionale e metropolitano?
Bene. Sono passati venti anni. E le “nuove” linee (almeno alcune) sono prossime al completamento: a dicembre entra in funzione la linea Alta Velocità (ma non era anche Alta Capacità?) Milano-Bologna.

I costi sono aumentati di diverse volte (raddoppiati o triplicati al netto dell’inflazione) e il conto è stato interamente accollato al debito pubblico, mentre i promessi investimenti privati si sono liquefatti come neve al sole, lasciando posto a prestiti bancari, ovviamente garantiti dallo Stato. Ma, insomma, abbiamo finalmente quella nuova capacità che tanto ci serviva. Sulle nuove linee si avvieranno nuovi e più frequenti (oltre che veloci) servizi. E i privati, mancato l’appuntamento con il finanziamento delle nuove infrastrutture, si ripresentano ora promettendo lussuosi e velocissimi viaggi su fiammanti convogli “rosso Ferrari”.

Tuttavia, sulle vecchie linee, invece che progettare altrettanto nuovi e frequenti servizi locali, che oltre a servire la domanda di mobilità locale possano svolgere il ruolo di “feeder” per nuovi servizi di media lunga percorrenza (il tanto decantato “effetto rete”?), si respira aria di smobilitazione. Secondo le notizie riportate in questi giorni (3 e 4 novembre) sulla stampa locale, in vista dell’entrata in vigore del nuovo orario, Trenitalia dichiara di voler tagliare – nella sola Lombardia – oltre 100 convogli locali. Il piano, giustificato con il venire meno di finanziamenti statali, prevede anche l’attestamento dei servizi locali e regionali alle stazioni “periferiche” (Lambrate e Garibaldi) per riservare la Centrale ai nuovi servizi “veloci”.
Nulla si dice sulle connessioni fra servizi regionali e servizi di lunga percorrenza, ma sembra di capire che anche le corse effettuate nel Passante (una delle tante “grandi opere” che hanno richiesto decenni per la loro realizzazione e pochi anni per imboccare il “viale del tramonto”) verranno tagliate. Si consideri che, secondo i dati del Conto Nazionale dei Trasporti, mentre il segmento della domanda di trasporto ferroviario sulle medie e lunghe percorrenze appare in calo (- 9% dei viaggiatori/km tra 2000 e 2005) la domanda di trasporto regionale appare in crescita (+ 7% nel medesimo periodo)*.

Si profilano, dunque, tempi difficili per il trasporto ferroviario, tranne (forse) per i nuovi collegamenti “veloci”, quelli che dovrebbero garantire alla ferrovia un ruolo di competitor - sulle lunghe percorrenze - con il trasporto aereo, ruolo oggettivamente facilitato dal monopolio della sopravvissuta compagnia aerea “di bandiera” sulle tratte aeree interne; un monopolio che garantirà nel breve termine il persistere di tariffe sufficientemente elevate anche al confronto con le “nuove” tariffe ferroviarie.
Già, perché l’entrata in funzione dei nuovi collegamenti veloci tra Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli si porterà dietro un qualche sostanzioso aumento tariffario, giustificato, a detta dei vertici di Trenitalia, dalla “qualità” del servizio garantito ai fortunati utenti delle lunghe percorrenze ferroviarie. Secondo l’AD delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, le nostre tariffe, nonostante gli aumenti, restano tuttora basse, frutto della logica “Paghi poco, pretendi meno”. Sempre secondo Moretti, dunque, dal 14 dicembre vi saranno aumenti a partire dalla tratta Milano-Bologna “anche se non al livello di Francia e Germania” (Stefania Ulivi - “Treni. Doppio binario, velocità e ritardi”, Corriere della Sera Magazine, 8 ottobre 2008).

Ma è poi così vero che le nostre tariffe siano così più vantaggiose di quelle francesi e tedesche? In realtà le tariffe italiane non sono del tutto comparabili con quelle tedesche e nemmeno con quelle francesi. Perché le tariffe italiane le pagano tutti gli utenti (con la sola esclusione degli abbonati ad una specifica tratta), mentre, ad esempio, quelle tedesche (o quelle svizzere) le pagano solo gli utenti occasionali.
Ad esempio il biglietto Milano-Roma costa 59 € in seconda classe, mentre un biglietto Monaco-Berlino ne costa 109; ma le ferrovie tedesche offrono a 220 € una tessera annuale, la BahnCard, con la quale è possibile acquistare qualunque biglietto sull’intero territorio nazionale a metà prezzo (anche le “mitiche” ferrovie svizzere offrono questa opportunità, ad un prezzo di 125 FRS, circa 85 €). Quanto al TGV, consultando l’orario Marsiglia-Parigi, si scopre che oltre alla tariffa “di punta” sono disponibili, nel corso della giornata, tariffe scontate (fino al 60% di riduzione rispetto alla tariffa di punta). Ecco come stanno le cose: l’utente “saltuario” (in Germania, ma anche in Svizzera) paga effettivamente tariffe quasi doppie rispetto alle nostre. Ma l’utente abituale (il “frequent traveller”, per dirla con l’accattivante linguaggio del marketing) accede ai servizi ad un prezzo del tutto comparabile a quello sostenuto dai clienti italiani (che anzi, secondo quanto dice Moretti, dovranno a breve pagare ancora di più). Quanto al TGV, è vero che le tariffe di punta sono più elevate rispetto a quelle italiane, ma i medesimi servizi sono anche accessibili, in ore meno richieste, a costi anche significativamente inferiori ai nostri.
Orbene non è difficile pensare che, posto di fronte alla scelta, anche l’utente italiano sarebbe ben contento di “fare cambio” fra una tariffa “di bandiera” raddoppiata e la possibilità di accedere a tariffe vantaggiose in quanto utente abituale. Solo che poi, per usare le parole di Moretti, “pretenderebbe di più”.

E veniamo all’ultima tessera di questo complicato mosaico: finite le nuove ferrovie nazionali, sembra venuto il momento di attaccare sul fronte delle nuove linee internazionali. Il 5 novembre a Milano, intervenendo all’inaugurazione del Salone del Ciclo e del Motociclo, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiara che “lo Stato garantirà la possibilità di realizzare i trafori alpini del Corridoio 5 anche con l'uso della forza, così come ha fatto in Campania per l'emergenza rifiuti”; la ferrea volontà governativa non si limita peraltro all’intervento militare: oltre che con la forza, infatti, lo stato garantirà la realizzazione dei trafori alpini anche (o forse soprattutto) con adeguate provviste finanziarie, se è vero, come è vero, che lo stesso Presidente ha dichiarato, nella medesima occasione, che il Governo ha recuperato 16 miliardi per la “grande opera” (che questo paese salverà, si potrebbe canticchiare con Caparezza).

La morale di questa storia? Lo stato spende miliardi per Alitalia e miliardi per le ferrovie (ma per costruirne di nuove) e taglia le spese per l’offerta di servizi di trasporto sulle ferrovie (quelle vecchie). L’esercente taglia a sua volta i servizi da un lato e aumenta le tariffe dall’altro. Può darsi che, in tutto ciò, vi sia una logica. Può darsi. Ma con la politica dei trasporti ha sicuramente poco a che vedere. E ancor meno con una politica dei trasporti “sostenibile”.

Mario Zambrini - da
QualEnergia


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sabato, 08 novembre 2008

Commissione d'inchiesta sugli errori sanitari

L'Aula della camera ha dato via libera alla proposta di legge che istituisce una commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori sanitari e le cause dei disavanzi delle Regioni, con 466 voti favorevoli, uno contrario e tre astenuti.

La commissione aveva gia' ricevuto nelle scorse settimane il voto favorevole della Commissione Affari sociali della Camera e i pareri della commissione Affari costituzionali e Bilancio. Il presidente della commissione verra' nominato dal presidente della Camera e avra' 21 componenti; avra' il compito principale di indagare sulle cause e sulle responsabilita' degli errori sanitari nelle strutture pubbliche e private e sulle cause di ordine normativo, amministrativo, gestionale, finanziario, organizzativo e funzionale che hanno contribuito alla formazione di disavanzi sanitari tra regioni (in particolare nel periodo 2001-2008), anche al fine di accertare le relative responsabilita'.

A quanto si apprende, la Commissione, nel procedere ad indagini ed esami, avra' gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorita' giudiziaria e, come stabilisce l'art. 5 del provvedimento approvato in Aula, e' obbligata al segreto in merito ai documenti relativi alle indagini, un obbligo che riguarda non solo i membri permanenti della Commissione ma anche tutti i collaborati. Secondo l'art. 2 del provvedimento approvato dall'Aula poi, la Commissione sara' composta da 21 deputati, nominati dal presidente della Camera dei deputati, in modo che venga assicurata la presenza di un rappresentante per ciascun gruppo parlamentare.

Allo stesso presidente della Camera spetta il compito di nominare il presidente della Commissione. Il provvedimento stabilisce inoltre che le spese di funzionamento siano poste a carico del bilancio interno della Camera dei deputati, per un limite massimo di 40.000 euro per l'anno 2008 e di 100.000 euro per ciascuno degli anni successivi.


domenica, 02 novembre 2008

Rinnovabili contro crisi economica

eolico e sole Affrontare la crisi energetica e ambientale non è un costo, ma la via migliore per tirarsi fuori dalla crisi economica. Lo sostiene anche l'Unep che auspica un "Green New Deal". Ne parla un editoriale dell'Independent.

“Combattere il cambiamento climatico è qualcosa che può andare bene per i tempi di vacche grasse, ma costa troppo ed è un lusso che non ci si può permettere in un periodo di crisi economica come quello appena iniziato”. Questa, semplificando, pare essere l’argomentazione di chi si sta opponendo all’adozione delle misure necessarie per ridurre le emissioni. Un approccio tenuto anche dal nostro Governo.

Una visione che secondo molti analisti è quanto meno miope: basterebbe ricordare le cifre del famoso rapporto dell’economista Nicholas Stern, ex vicepresidente della Banca mondiale e consulente di Gordon Brown, secondo il quale non fermare le emissioni di gas serra costerà dal 5 al 20% del Pil mondiale. Un altro buon motivo per puntare su efficienza e rinnovabili è che, anche se queste settimane di prezzi in calo sembrano farlo dimenticare, la produzione di petrolio è destinata a diminuire e a non tenere il passo della domanda. Anzi, prezzi bassi del barile non favoriscono investimenti incrementali per nuove espolorazioni come quelle offshore o per l'estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose.

Ma la ragione più importante è che, come scrive Geoffry Lean sull’
Independent “sviluppare un'economia verde è la via più promettente per uscire dalla crisi”. Un’idea condivisa da molti e che è anche alla base della Green Economy Initiative dell’Unep, il programma multimilionario dell’agenzia Onu per l’ambiente, che si propone di rilanciare l’economia mondiale investendo sull'ambiente e che verrà presentato oggi a Londra.  Un’iniziativa che l’Unep ha battezzato “New Deal verde” proprio per ricordare il programma con cui Roosvelt fece uscire gli Stati Uniti dalla crisi del ’29. Ne abbiamo parlato diffusamente in queste ultime settimane anche su Qualenergia.it ("Dalla crisi al New Deal sostenibile"; "Serve un Toro verde").

Alcuni dati presentati dall’Unep dimostreranno quello che gli investimenti verdi hanno finora prodotto e ciò che potranno fare per l’economia mondiale. Lean li anticipa sull’Independent.
Dal 2004 al 2007, secondo un report di prossima pubblicazione realizzato da Michael Liebreich, direttore di New Energy Finance Worldwide, gli investimenti nelle rinnovabili sono cresciuti da 33,4 miliardi di dollari a 148; ad esempio, la percentuale di rinnovabili nel mix energetico tedesco negli stessi anni è triplicata creando circa 250mila posti di lavoro. In Cina il solo settore del solare termico, che potrà raddoppiare entro il 2030, impiega già 600mila persone. A livello mondiale, le rinnovabili danno lavoro a 2,3 millioni di persone, numero che quadruplicherà entro il 2030. Il mercato di beni e servizi legati all’ambiente attualmente ha un valore di 1,37 trillioni di dollari, che dovrebbe raddoppiare nel giro di 12 anni.

“L’economia del ventesimo secolo è stata guidata dalla finanza, quella del ventunesimo deve essere basata sulla tutela e lo sviluppo del capitale naturale mondiale, per creare i posti di lavoro e la ricchezza che servono” dichiara all’Independent Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Unep, che porta l’esempio del Messico dove un milione e mezzo tra i messicani più poveri hanno trovato lavoro nella tutela delle foreste, preservando così risorse importanti per il paese come acqua e suolo, oltre a rallentare il riscaldamento globale. Investimenti del genere, sottolinea il giornalista dell’Independent, hanno senso sia a livello ambientale che economico: danno lavoro e dunque potere d’acquisto, e rilanciano l’economia.

Una visione, quella del "New Deal verde", che potrebbe sembrare utopistica. Ma, conclude l’editoriale di Lean, è più irrealistico quello che volevano farci credere e cioè che un sistema bancario, in precario equilibrio su debiti avariati e mosso dall’avidità di pochi, avrebbe fatto bene alle tasche di tutti, poveri compresi, mentre combattere povertà e crisi ambientale e avviare la transizione energetica avrebbe rovinato il sistema finanziario mondiale.

martedì, 28 ottobre 2008

Tv digitale: Movimento consumatori lancia l'allarme switch over

 
Tv digitale: Movimento consumatori lancia l'allarme switch over
Roma, 27 ott (Velino) - “Lazio, Campania, Trentino Alto Adige e Piemonte, le Regioni dove entro il 2009 si vedrà solo la tv digitale, attivino uno sportello ad hoc e avviino al più presto una campagna d’informazione al cittadino”. A lanciare l’allarme “switch over al buio” è una nota del Movimento difesa del cittadino (Mdc) che evidenzia come soprattutto in Lazio e Campania di digitale terrestre non si parli affatto. Con un decreto del ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, il governo ha stabilito – premette il movimento - un vero e proprio calendario degli switch off regionali. Il provvedimento ha suddiviso in otto semestri il periodo che ci divide dal 2012, data in cui tutto il Paese vedrà solo la Tv digitale terrestre, associando a ogni semestre le 16 aree tecniche del territorio italiano sulle quali effettuare lo spegnimento programmato del segnale analogico. Entro il 31 Dicembre 2009 si spegneranno le televisioni analogiche e si potrà vedere solo la tv digitale terrestre nel Lazio, in Campania, in Trentino Alto Adige e in Piemonte: ma quanti cittadini lo sanno? Quanti sanno che saranno costretti ad acquistare un decoder per ogni tv in casa o in alternativa nuovi televisori adatto alla nuova tecnologia entro il prossimo anno? Praticamente nessuno. E non lo sanno neppure le quattro Regioni, che chiamate a informare i cittadini sulla rivoluzione tecnologica che entrerà a breve nelle loro case, non si sono ancora attivate.

Il Movimento difesa del cittadino (Mdc), infatti, ha prima verificato i siti Internet delle Regioni Lazio, Campania, Trentino Alto Adige e in Piemonte constatando la totale assenza di notizie sul digitale terrestre e sul prossimo switch off, poi ha contattato gli Uffici relazioni per il pubblico e ha formulato due domande: Quando è previsto lo switch off? Esiste un ufficio informazioni sul digitale terrestre? Ebbene, mentre Trentino Alto Adige e Piemonte hanno risposto correttamente alla prima domanda (“La data precisa ancora non si sa, ma comunque sarà entro il 2009”) e negativamente alla seconda (“Non esiste uno Sportello informazioni, se ci chiama tra 15/20 giorni potremo però darle maggiori informazioni”), Lazio e Campania sono completamente all’oscuro e non sono state in grado di fornire alcuna notizia riguardo lo switch off. Il Movimento difesa del cittadino (Mdc) invita le Regioni ad attivare nel più breve tempo possibile uno sportello ad hoc e ad avviare una campagna d’informazione al cittadino sul digitale terrestre. L’associazione ha chiesto e ottenuto un primo incontro con l’Assessore all’innovazione della Regione Campania Nicola Mazzocca per discutere proprio del problema dei ritardi della P.A. sul fronte della informazione. La delegazione sarà guidata dal Segretario Nazionale Francesco Luongo e dal coordinatore Mdc Campania Eugenio Diffidenti. I risultati dell’incontro saranno sottoposti al Presidente Nazionale di Mdc Antonio Longo componente del Comitato Italia Digitale.

Per Francesco Luongo, Segretario nazionale e responsabile del Dipartimento nazionale Nuove Tecnologie di Mdc, affinché il passaggio alla televisione digitale sia un vero successo e non una enorme speculazione a vantaggio solo di alcune aziende come Mediaset e Telecom Italia Media titolari di ben 24 canali in pay per view su 57 nazionali ricevibili è necessario: una maggiore informazione ai cittadini da parte delle istituzioni e in particolare delle Regioni; una nuova strategia nella guida della digitalizzazione; potenziare e rendere più operativo il Comitato Italia Digitale unico, organismo che vede la presenza delle associazioni dei consumatori; implementare nuove forme di collaborazione tra pubblico e privato; orientate a una migliore informazione dei consumatori; stanziare maggiori finanziamenti per sostenere lo switch off da parte dei consumatori; implementare servizi interattivi gratuiti di pubblica utilità a vantaggio dei cittadini; ridurre al minimo – conclude la nota del Movimento difesa del cittadino - le aree prive di segnale per evitare che interi paesi e comunità locali siano impossibilitate a ricevere le trasmissioni televisive soprattutto nelle aree rurali.

postato da: Dilia61 alle ore 08:33 | link | | Add to Technorati Favorites commenti
categorie: politica, consumi, solidarietà, tocchiamoli
lunedì, 27 ottobre 2008

Rifiuti, talvolta fonte di energia e di ricchezza

Oggigiorno è di moda riutilizzare i rifiuti, convertendoli in energia o trasformandoli persino in capi d'abbigliamento, vediamo come...

In tanti stanno scoprendo nuovi modi di sfruttare la spazzatura.

A Spittelau (Austria), si trova uno degli inceneritori più all'avanguardia di tutta Europa. Qui ogni anno, il 50% dei rifiuti viene utilmente convertito in calore, così come a Deptford, cittadina inglese a sud della capitale, è situata una centrale termoelettrica che funziona proprio grazie all'incenerimento di rifiuti.

Situazione ancora più singolare è quella esistente in Italia nella piccola città in provincia di Cesena, Sogliano al Rubicone, dove i cittadini non pagano le tasse, nè le rette per asili nidi e scuole materne, e le spese univeristarie vengono rimborsate. Tutto questo grazie ad un impianto di smaltimento dei rifiuti che ogni anno porta nelle casse comunali circa 11 milioni di euro.

Anche in Toscana, a Piccioli, l'inceneritore frutta un'ingente cifra al comune:15 milioni di euro l'anno. Qui l'energia prodotta con la spazzatura non costa quasi nulla, e le tasse sono a dei livelli minimi.

Ovviamente però esiste anche il rovescio della medaglia, gli ambientalisti reclamano contro l'inquinamento causato da discariche ed inceneritori e contro la loro pericolosità perchè emettono sostanze dannose. Quindi, piuttosto che costruire costosissimi impianti che trasformano i rifiuti in energia, gli ecologisti affermano che la cosa migliore da fare contro l'inquinamento resta la raccolta differenziata che permette di  riutilizzare i materiali di scarto riciclandoli.

Esistono infatti varie aziende italiane con clienti da tutto il mondo che utilizzano vecchi rifiuti per farne: imbottiture per giacche a vento, tappetini per auto, maglioni, cartelli stradali, altalene, mobili da giardino, ecc..,usando le scaglie di bottiglie di plastica, gomma riciclata, e plastica in genere per ricavarne un materiale simile al legno.

Infine sono sempre utili alcuni accorgimenti per limitare la produzione di rifiuti individuale: preferire l'utilizzo dei contenitori di vetro invece di quelli di plastica, le confezioni di carta e cartone a quelle di plastica, cercare di evitare le bibite in lattina e i contenitori in alluminio, utilizzare la carta per le fotocopie su entrambi i lati e non gettare via apparecchiature ed elettrodomestici prima di avere davvero verificato l'impossibilità di ripararli.

da Archbio